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martedì 12 maggio 2020

IL PANDEMONIO DEL PANICO DA PANDEMIA

Il 29 aprile, con il cipiglio che gli conviene, il presidente della Federal Reserve Jerome Powell dice: "In passato sono stato un sostenitore della necessità di risanare i conti federali Usa ma questo non è il momento di preoccuparsi di questi aspetti; questo è il momento di agire energicamente contro la crisi dovuta alla pandemia di Coronavirus. Verrà il momento di tornare a pensare alla sostenibilità dei conti ma non è questo: queste preoccupazioni non devono mettersi di traverso sul da farsi". Già, il da farsi. Nella sua reazione monetaria alla pandemia, la Federal Reserve si è già spinta in territori dove non era stata mai stata prima, spiegando che l'armamentario della politica monetaria non è in grado di coprire tutte le necessità che si creano con questa crisi. Indipercuiposcia, serve l'entrata in gioco di altri livelli di policy. Dunque la politica monetaria, che avrebbe gestito la crisi del 2008, non sarebbe più in grado di gestire quella d’oggi? Ehi, capo Fed, il debito delle famiglie statunitensi ha raggiunto un nuovo massimo storico nel primo trimestre del 2020. Lo dice la Federal Reserve di New York: nei primi tre mesi dell'anno il debito è cresciuto per il 23esimo trimestre consecutivo, salendo dell'1,1% a quota 14.300 miliardi. Essì, il debito delle famiglie d’oggi risulta superiore ai massimi registrati nel terzo trimestre del 2008, durante la crisi finanziaria, di 1.600 miliardi di dollari. La ricchezza, insomma, generata con il debito: bella no? Comunque, sia come sia, tocca cambiare i livelli di policy. D’accordo, però se si possono cambiare i mezzi in corsa, lo scopo no; si, proprio quello che chiama, l’esercizio di ruolo, quegli “aggregati” della spesa a farla per generare la ricchezza. Scopo appunto acchè gli aggregati non si disgreghino, anzi si associno nella Spa del Libero Mercato per far al meglio quel che s’ha da fare. Per andar oltre il vago: una nuova policy con il vecchio Helicopter Money che torna a far girare le pale, non sta nel farlo volare ma in chi lo guida. A mio sommesso avviso non al solito anchilosato pilota. Toccherà invece a chi avrà il tornaconto a voler scaricare dall’alto il denaro che fa acquistare quel che, magari prima di pilotare, ha prodotto e portato al mercato. Mauro Artibani, l'economaio https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_3_7?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=mauro+artibani&sprefix=mauro+a%2Caps%2C207&crid=E9J469DZF3RA

martedì 14 novembre 2017

FED, SI CAMBIA PERCHE' NULLA CAMBI

Trump, dopo aver pensato e ripensato; sondato e risondato, ha deciso: Jerome Powell alla guida della Fed a partire da febbraio 2018.
L’unico non economista dei candidati in lizza, insomma, prenderà il posto di Janet Yellen.
Powell ha lavorato come partner di Carlyle dal 1997 al 2005, dopo una breve parentesi al dipartimento al Tesoro durante la presidenza di George H.W. Bush. Con lui viene garantita la continuità nella Fed. Nei cinque anni nel board della banca centrale Usa, non ha mai fatto il dissindente quando si è trattato di prendere decisioni di politica monetaria. Favorevole a un lento rialzo dei tassi e a una graduale riduzione del bilancio della Fed, iniziato nell'ottobre 2017, ha spesso criticato chi nel Gop vorrebbe un maggiore controllo sulla Fed. Powell, et voilà, la versione repubblicana di Yellen.
Ci risiamo, lo stesso modo per sommergere di liquido monetario tutti.
Liquido con il quale quelli della main street non s'abbeverano e l'inflazione dei prezzi quindi ristagna; lo stesso liquido con il quale quelli di wall street si dissetano e i prezzi degli asset finanziari s'inerpicano.
Lo stesso modo, insomma, di alterare il meccanismo di formazione dei prezzi e chi ci rimette, ci rimette!
Ci rimette il potere d'acquisto, indi la spesa, per cui la crescita, poscia: tutti!
Powell nega, anzi ribatte: "l'economia ha fatto progressi notevoli" negli ultimi anni superando la crisi molto bene. "In base a vari criteri siamo vicini alla piena occupazione e l'inflazione si è avvicinata al nostro target" di una crescita annuale del 2%, che però non viene raggiunta da cinque anni.
Si vabbè, ma questa artefatta crescita risulta proprio da quest'uso smodato delle politiche monetarie che funzionano con il debito.
Si, insomma, una ricchezza generata con il debito.
Già, lo stesso copione del 2007: bella no?
Mauro Artibani


martedì 24 ottobre 2017

TAYLOR ALLA FED? SE FOSSE, ARDEREBBE 'L MONDO!

Ho visto gli economisti austriaci danzare con quelli di Chicago, i keynesiani recalcitrare e i monetaristi annaspare. Tutti gli altri non sanno cosa dire.
Eggià, il "si dice" c'è. Sono state pubblicate indiscrezioni stampa secondo cui Donald Trump sembri preferire l’economista di Stanford John Taylor, ex sottosegretario al Tesoro degli Stati Uniti sotto George Bush padre, per il posto di presidente della Federal Reserve.
Taylor, 70 anni, è noto per la regola di politica monetaria da lui formulata: la Regola di Taylor. Si tratta di un’esamina per determinare il livello più corretto possibile dei tassi di interesse. Nello specifico la regola, enunciata dal professore di Stanford, sta in una formula matematica che mette a confronto il costo del denaro nominale di breve periodo imposto dalla banca centrale e quello dell’economia reale.
L’obiettivo sta nel far si che il tasso di interesse, determinato dalle autorità monetarie, risulti pari al tasso di interesse reale di equilibrio. Quel tasso reale a cui corrisponde un livello di domanda aggregata pari all’offerta aggregata, in un contesto di piena occupazione,  per poter realizzare il Pil potenziale ed azzarare l'out put gap.
Dunque, senza farla troppo lunga, se toccasse rivedere quelle politiche monetarie, che fin qui hanno alterato il meccanismo di formazione dei prezzi, va bene. Benissimo!
Con questi modi Taylor troverà pure il modo di centrare il tasso di equilibrio?
Beh, che questo delicato equilibrio domanda/offerta aggregata si debba trovare, okkei.
Se si spera che questo lo si possa ottenere con la piena occupazione nel tempo dell'automazione, del 4 punto 0, del part time, della condizione precaria si va knock out.
Essì nell'economia dei consumi, dove quel cacchio di Pil si fa con la spesa, il punto d'equilibrio non si trova con l'occupazione; nel reddito invece, quello dalla spesa generato e speso per acquistare quanto prodotto e far nuovamente produrre, si.
Sta proprio qua la possibilità di azzerare l'out put gap.
Ehi Trump, attento agli abbagli.

Mauro Artibani