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martedì 30 aprile 2019

IL MINISTRO, GLI ACCADEMICI, L'INFLAZIONE E L'IVA

Signori, ci siamo, il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, ha chiarito la sua posizione in merito all'aumento dell'Iva dicendosi personalmente non contrario: "E' la mia posizione scientifica ma non posso confonderla con la posizione della maggioranza di governo. Ritengo sia meglio spostare l'imposizione sui consumi piuttosto che sui redditi perché è un tipo di peso fiscale più favoreveole alla crescita" di questi tempi e questa congiuntura, il dichiarante, accademico/scentifico, la dice talmente... bò, che vi sottopone un processo aleatorio; volendo tassare i consumi, pressappoco stocastico. Suvvia, non dite 'sto cavolo, quello del Ministro, come dei colleghi accademici è solo un giochino, pari pari all'inflazione "indotta" dalle politiche monetarie. Proviamo ad andare oltre: sull'utilità marginale decrescente, per esempio. Si, quella della spesa, lo scheletro nell'armadio del sistrema produttivo. Cerchiamo le cause che la impongono all'attenzione e che i disattenti disattendono. Tiriamo i dadi, il pari la intravvede nella sovraccapacità dell'offerta; il dispari, nell'affrancamento dal bisogno dei consumatori. Okkei, ma... pari e dispari, per me pari son! Per voi? Scusate, si, è vero, ho dimenticato di metter tra le cause l'invarianza del reddito disponibile: celo metto. Peggio che andar di notte ma... sempre quel pari e quel dispari, per me pari son! La prima causa, per uscire dal guado, pretende un'azione inflattiva; la seconda, deflattiva. Essì, siamo tornati a bomba: inflazione/deflazione. Dispositivi, tutteddue, del mercato efficiente per ripristinare, nei modi del possibile, l'equilibrio tra domanda e offerta. Voi accademici, sponsor dell'inflazione / voi di quella tassa occulta, buona per non far scendere i prezzi, per salvaguardare gli utili d'impresa, per non ridurre l'occupazione e/o i salari pure per ridurre il valore dei debiti: si, per voi: "chissenefrega del potere d'acquisto". Io, sommessamente, che 'sto potere voglio salvaguardare, tifo per quella deflazione che attribuisce il "Potere vero" a quelli della spesa. Si, solo così, i sottoposti potranno smaltire l'eccesso; dovranno così riprodurre, potranno assumere e/o remunerare i loro sottoposti. Tutti, magari pure, potranno meravigliosamente far aumentare le entrate tributarie per rintuzzare, l'aumento del valore del debito. Buon lavoro, accademico Ministro, buon lavoro. Mauro Artibani, l'economaio https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_3_7?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=mauro+artibani&sprefix=mauro+a%2Caps%2C207&crid=E9J469DZF3RA

martedì 27 marzo 2018

OCCUPAZIONE, LA PAROLA PIU' ABUSATA DAI POLITICI


Occupazione la parola d’ordine dei politici, ieri, oggi e domani; tutti occupati a mettere in campo ipotesi alla bisogna.
Quelle keynesiane, senza il becco d’un quattrino, risultano inattingibili.
Quali altre allora?
Rimettere in moto la produzione che genera lavoro, indi occupazione, magari fornendo incentivi.
Ma non si era senza un cent e con i conti pubblici in fibrillazione?
Poi quale Produttore, seppur incentivato, vorrà investire per produrre se non ha certezza di incontrare la domanda?
Mica scemo, Lui sa che per far produrre ha erogato redditi insufficienti a smaltire il prodotto.
Signori, per queste vie non si cava un ragno dal buco.
Nell’Economia dei Consumi, partire dall'occupazione per avere reddito che acquista e genera crescita: pia illusione.
Basta ciance: si parte dal reddito e, vedrete, l’occupazione verrà.
Ricominciamo daccapo: quel reddito potrà generare consumo, di seguito crescita, poi nuova produzione, indi lavoro, poscia occupazione.
Si dirà: dare reddito “a gratis” per innescare il processo virtuoso, risulta diseconomico, ancor più immorale.
Ennò cari miei, la sostanza economica di quel reddito compensa quel lavoro di acquisto e consumazione che, svolto ben oltre il bisogno, potrà sostenere proprio l’economia e vivaddio fornire un assegno morale agli atti di consumo.
Dove stanno le risorse per retribuire?
Là dove sono: nelle rendite, nelle filiere produttive troppo lunghe che disperdono profitto, negli utili inutilizzati pure tra quelli della bassa propensione al consumo che mettono i soldi al pizzo.
Tocca redistribuire i carichi, i compensi ed i vantaggi per raddrizzare la barca e tornare a navigare sulle rotte della crescita.

Mauro Artibani, l'Economaio


mercoledì 20 dicembre 2017

NATALE A RATE, PUR DI FARE LA CRESCITA

Quando eravamo bisognosi il Natale era la festa. Bando alla vita di sacrificio con panettone, pranzo e regalini.
Si festeggiava la nascita del Redentore colui che, 33 anni dopo con il suo sacrificio, darà lustro al nostro.
Già, tutto questo prima, poi ci si affranca dal bisogno e quella festa si muta nell'occasione di fare spesa in sovrappiù. Tant'è: la festa è eccesso!
Da festa religiosa a laica, insomma, con appiccicato un assillo. Essipperchè se la crescita si fa con la spesa, nei giorni di festa tocca farne di più.
Un' antica festa insomma che si muta in festino, non lo dico io, lo mostra Davide Malaguti: Natale, gli italiani non rinunciano ai regali. 1 su 4 chiederà un prestito.
Gulp!
Dunque, il 24% degli italiani fara' ricorso ad una finanziaria per sostenere le spese natalizie. Lo dice il sondaggio di Facile.it e Prestiti.it. Natale alle porte e molti italiani, per far fronte ai costi legati a regali, cenoni, feste e vacanze invernali, hanno intenzione di chiedere un prestito personale o di optare per un pagamento rateale.
Guardando nel dettaglio: il 43,7% utilizzera' la somma per pagare la settimana bianca o una vacanza natalizia, il 40,6% per comprare i regali di Natale a parenti e amici. Interessante notare come il 15,6% di coloro che si rivolgeranno ad un'azienda del credito lo fara' per sostenere i costi del cenone o della festa di Capodanno.
Quali importi gli italiani intendono richiedere per sostenere le spese di Natale?
Le risposte degli intervistati: il 53,1% di chi fara' ricorso a un prestito ha dichiarato di voler chiedere una somma superiore ai 2.000 euro, il 15,6% una cifra compresa tra il 1.000 e i 2.000 euro mentre il 31,3% e' orientato su un importo inferiore ai 1.000 euro.
Si, insomma, tocca far festa per generare ricchezza, prendendo in prestito ricchezza.
Poi si può far fare festa pure a quelli della Melegatti. Con l'afflato "siamotuttimelegatti" sui "Social", potranno mangiare il panettone: sob!
Qual spesa è mai questa ed ancor più quale speranza di crescita potrà mai sostenersi con siffatti fatti; quale nuova produzione e quanta occupazione?
Beh, intanto, buon Natale e magari pure buona Pasqua, per quelli di Melegatti e a tutti Noi!

Mauro Artibani, l'Economaio


martedì 24 ottobre 2017

TAYLOR ALLA FED? SE FOSSE, ARDEREBBE 'L MONDO!

Ho visto gli economisti austriaci danzare con quelli di Chicago, i keynesiani recalcitrare e i monetaristi annaspare. Tutti gli altri non sanno cosa dire.
Eggià, il "si dice" c'è. Sono state pubblicate indiscrezioni stampa secondo cui Donald Trump sembri preferire l’economista di Stanford John Taylor, ex sottosegretario al Tesoro degli Stati Uniti sotto George Bush padre, per il posto di presidente della Federal Reserve.
Taylor, 70 anni, è noto per la regola di politica monetaria da lui formulata: la Regola di Taylor. Si tratta di un’esamina per determinare il livello più corretto possibile dei tassi di interesse. Nello specifico la regola, enunciata dal professore di Stanford, sta in una formula matematica che mette a confronto il costo del denaro nominale di breve periodo imposto dalla banca centrale e quello dell’economia reale.
L’obiettivo sta nel far si che il tasso di interesse, determinato dalle autorità monetarie, risulti pari al tasso di interesse reale di equilibrio. Quel tasso reale a cui corrisponde un livello di domanda aggregata pari all’offerta aggregata, in un contesto di piena occupazione,  per poter realizzare il Pil potenziale ed azzarare l'out put gap.
Dunque, senza farla troppo lunga, se toccasse rivedere quelle politiche monetarie, che fin qui hanno alterato il meccanismo di formazione dei prezzi, va bene. Benissimo!
Con questi modi Taylor troverà pure il modo di centrare il tasso di equilibrio?
Beh, che questo delicato equilibrio domanda/offerta aggregata si debba trovare, okkei.
Se si spera che questo lo si possa ottenere con la piena occupazione nel tempo dell'automazione, del 4 punto 0, del part time, della condizione precaria si va knock out.
Essì nell'economia dei consumi, dove quel cacchio di Pil si fa con la spesa, il punto d'equilibrio non si trova con l'occupazione; nel reddito invece, quello dalla spesa generato e speso per acquistare quanto prodotto e far nuovamente produrre, si.
Sta proprio qua la possibilità di azzerare l'out put gap.
Ehi Trump, attento agli abbagli.

Mauro Artibani


martedì 17 ottobre 2017

EHI DELL'FMI, FUORI PIOVE!

Ehi Gente, vedo nuvole, se uscite portate l'ombrello: Le politiche economiche di breve termine, che portano a un aumento dell'indebitamento delle famiglie, possono inizialmente provocare "un'accelerata superiore alla media" della crescita e dell'occupazione poi possono provocare "un periodo di instabilità e crescita contenuta del Pil e dell'occupazione".
Non ho detto che piova; potrebbe quando si legge nei capitoli analitici del rapporto sulla stabilità finanziaria globale dell'Fmi: "ampi incrementi del debito delle famiglie sono associati con crescenti probablilità di crisi finanziarie e recessioni"; tanto più che l'effetto positivo di un incremento del debito delle famiglie "si inverte in tre-cinque anni" ed è associato con una "maggiore probabilità di crisi bancarie. E la cosa peggiora all'aumentare del debito stesso, motivo per cui le economie avanzate corrono più rischi.
Avete capito? Questi tizi stanno scoprendo l'acqua calda quando ormai è diventata gassosa.
Non paghi per cotanta solerzia, quelli del Fondo stimano come il debito delle famiglie sia associato a risultati macroeconomici negativi a partire da livelli "relativamente bassi, a circa il 30% del Pil". Bella no?
Figuriamoci quando nelle economie avanzate il rapporto medio tra debito e Pil risulta aumentato dal 52% al 63% dal 2008 al 2016, mentre in quelle emergenti passa, nello stesso periodo, dal 15% al 21%: gulp!
Pregni di cotanta consapevolezza, a lor dire per mitigare i rischi, auspicano un giusto mix di istituzioni, regolamentazioni e politiche economiche: "una supervisione e una regolamentazione finanziaria migliori, poi una dipendenza inferiore a finanziamenti esterni e, ancora, tassi di cambio flessibili. Dulcis in fundo ma in fundo in fundo, "minori ineguaglianze di reddito potrebbero attenuare l'impatto di un debito familiare crescente sui rischi della crescita".
Eggià, se l'acqua calda diventa gassosa prima i poi piove, governo ladro!

Mauro Artibani



martedì 10 ottobre 2017

PURE I NOBEL CONTINUANO A RECITARE IL GIA' DETTO

Ci risiamo è la solita storia, in un'intervista rilasciata alla Stampa, il Nobel dell'economia Vernon Smith risponde così a due domande che sbirciano nella crisi.
1: «I tagli alle tasse che vuole fare Trump sono giusti?»
«Sì. Non c'è ragione per tassare i redditi delle imprese; tutti i soldi che incassano vengono restituiti, sotto forma di stipendi, bonus, dividendi. Non bisogna tassarli a livello corporate, ma quando diventano redditi personali. Altrimenti si incentiva la pratica di lasciarli all'estero, nei Paesi con tasse basse».
2: «L'insoddisfazione che ha aiutato Trump a vincere è giustificata?».
«Sì. Trump è riuscito a parlare alla gente emarginata dal sistema. Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi non avevamo mai avuto un periodo così lungo di bassa crescita e occupazione. Molti si sentivano ignorati, ed era vero".
Risposte esemplari da parte di chi, ortodosso dell'economia, continua a recitare il già detto.
Si, recita quelle regole, scritte a caratteri indelebili, che danno alle imprese il monopolio nell'allocazione della ricchezza generata.
Già, ma generata da chi? Non da queste; fanno beni e servizi che, se invenduti, diventano cattivi e non serviti!
Essì, magari invenduti proprio perchè quel meccanismo, che trasferisce la ricchezza generata, mal funziona non facendo arrivare nelle tasche di Cesare; proprio quel Cesare che con la spesa ha generato e di cui ha bisogno per rifare nuova ricchezza.
Essì, magari proprio ai quei cesari emarginati che, proprio dall'emarginazione, ricevono la stimmate di avere la maggiore propensione a quella spesa che acquista proprio quel che le imprese producono.
Sic.... et sempliciter, vogliamo rivedere il funzionamento di questo meccanismo di trasferimento un po scemo?
Eh Smith? Lei un Nobel, io no; lei può, dica a Trump come l'intera faccenda non sia solo un questione di tasse!

Mauro Artibani



martedì 1 agosto 2017

CHE GENTE; MAMMA MIA CHE GENTE

Nel rapporto annuale sull'Occupazione e gli Sviluppi sociali in Europa, pubblicato a Bruxelles dalla Commissione, Ue l'Italia continua ad avere la percentuale più alta nell'Ue (19,9%) di giovani nella fascia tra 15 e 24 anni che non cercano lavoro né studiano o sono in formazione (Neet, Not in Employment, Education or Training), un record che detiene orami ininterrottamente dal 2013.
La media dell'Ue a 28 è all'11,5%, e quella dell'Eurozona all'11,7%. Fra gli altri grandi paesi, la Germania è al 6,6%, la Francia all'11,9% e il Regno Unito al 10,9%.

Figli degeneri, che hanno deciso di andare a zonzo, di passar la vita a non fare un piffero.
Il ministro del lavoro Poletti, allarmato dai dati, è intervenuto dicendo che servono “politiche di accompagnamento” per facilitare l’incontro fra la domanda e l’offerta di lavoro.
Accompagnamento?
Già, accompagnati da fratelli e magari dai padri; questa gente quà: L'Italia risulta lo Stato membro con il più basso incremento di attività nel 2016. La popolazione attiva era il 64,9% degli abitanti fra i 15 e i 64 anni, contro una media Ue del 73%, con la Germania al 78%, il Regno Unito al 77,3% e la Francia al 71,7%.
Talis padri, talis filius, talis "cuginus", talis "amicus" insomma quel 35,1% che passa il tempo a pettinar la bambole.
E i nonni?
Toh, i nonni, quelli che fanno imbestialire il presidente dell'Imps per le pensioni pagate all'estero dall'Istituto: "Su 160 Paesi sono state 373mila, per un valore poco superiore a 1 miliardo di euro".
Per l'imbestialito si tratta, in sostanza, di una "anomalia": "Le prestazioni assistenziali" pagate all'estero "vanno a ridurre gli oneri di spesa sociale di altri Paesi, è quindi come se il nostro Paese operasse un trasferimento verso altri" senza "avere un ritorno in consumi". Le somme, infatti, sono erogate "dall'Italia invece che dal Paese in cui si risiede e si paga le tasse" e quindi "non c'è un quadro di reciprocità".
Mamma mia che gente, tutta 'sta gente quà: non sono attrezzati, lavorano poco, spendono ancora meno. Selo sono meritato, li addito: tra chi non fa, chi non può a chi fa all'estero, siete responsabili dell'ampliarsi di quell'out-put gap*. Con voi, la produttività totale dei fattori collassa, altro che Pil!

Un momento, forse mi sbaglio, c'è un ultim'ora: La crescita del Pil italiano sarà superiore alle previsioni, perché dopo l'estate emergerà "una forte spinta" dalla domanda interna. Lo ha affermato il presidente dell'Abi, Antonio Patuelli, al termine del comitato esecutivo. "Dopo l'estate gli incrementi del Pil saranno consuntivati superiori rispetto alle previsioni, perché emergerà una forte spinta dai consumi".
"Consuntivati"?
Cavolaccio, quelli dell'Abi sanno cose che noi non sappiamo!

* l'out-put gap misura la differenza tra il prodotto interno lordo effettivo e quello potenziale.

Mauro Artibani


mercoledì 17 maggio 2017

I DAZI SO' C....!

"Combatteremo per i lavoratori americani e per l'acciaio americano, a partire da ora. Per decenni, l'America ha perso posti di lavoro e fabbriche per un commercio ingiusto, ma cambieremo le cose". Ci risiamo, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha presentato la direttiva firmata, che dà la "priorità immediata" a un'indagine del dipartimento del Commercio sull'importazione di acciaio e sulla possibilità che rappresenti un pericolo per la sicurezza nazionale. Si tratta di un settore "in cui non possiamo essere dipendenti dai Paesi esteri".
Trump ha intenzione di appellarsi a una legge del 1962 per imporre restrizioni alle importazioni di acciaio per ragioni di sicurezza nazionale, in base al fatto che viene usato per la costruzione degli scafi delle navi, dove è necessario un alto standard di sicurezza che, secondo l'amministrazione Trump, potrebbe non essere garantito dalle aziende non statunitensi.
Si tratta di una nuova mossa di Trump per portare avanti la sua agenda, che prevede di avvantaggiare i prodotti e i lavoratori statunitensi. A sentire il suo dire cerano alcuni degli amministratori delegati del settore dell'acciaio.
Gli Stati Uniti, nel 2016, hanno importato 30 milioni di tonnellate di acciaio, usati nella costruzione di palazzi, ponti, dighe e impianti per la lavorazione del gas e del petrolio. I principali fornitori sono Canada, Brasile, Corea del Sud, Messico, Giappone e Germania.
Dunque, a colpi di dazi, si combatte in nome e per conto dei lavoratori a stelle e strisce.
Si, quei dazi, che facendo fuori i concorrenti non fanno scendere i prezzi anzi li fanno salire diminuendo il potere d'acquisto di quei lavoratori verso i quali si scalpita.
Non basta, in nome e per conto di quei dazi, chi li mette li aspetti: se dazi tu dazio anch'io.
Daziano tutti, chiuse le porte, le merci non passano, si dovrà ridurre la produzione, l'occupazione , il lavoro e i salari: gulp!
Si insomma dazio x dazio = sessan'cazio.
Dazio io, dazi tu, daziano tutti: dannazione, la crescita economica si fa con la spesa, con questi chiari di luna come faccio a farla?

Mauro Artibani


martedì 1 marzo 2016

INATTIVI E SENZA PAROLE

Lievita il numero di inattivi: individui che non lavorano e non sono in cerca di occupazione.
Si tratta di una popolazione più vasta dei disoccupati, quasi la popolazione degli occupati: secondo gli ultimi dati Eurostat, gli occupati nel terzo trimestre ammontavano a 169,6 milioni, i disoccupati a 12,9 milioni e gli inattivi a 105,1 milioni.
Uno sguardo alle dinamiche del mercato del lavoro nazionali mostra invece profonde divergenze. L'Italia, ad esempio, risulta il Paese europeo con la maggior crescita di inattivi: si contano almeno 4 su 10 disoccupati che hanno abbandonato la ricerca. Solo il 14,3% ha trovato un'occupazione.
Dopo il nostro Paese, la Finlandia ha visto crescere gli inattivi del 34%, l'Olanda del 27,8% e la Svezia del 25,6%. Mancano i dati della Germania.
Dunque, se la crescita economica vien fatta con la spesa e, con questi chiari di luna, la spesa non si può fare, beh....tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino: L’indice che misura la fiducia dei consumatori di Eurolandia a febbraio ha evidenziato un calo da -6,3 a -8,8 punti, il livello minore da oltre un anno. I consumi globali restano fermi al palo. L'inflazione non riparte. E la ripresa perde slancio.
A farne le spese sono anche i colossi mondiali come Procter & Gamble che in Italia commercializza decine di prodotti (da Gilette a Mastrolindo, dalle Pringles al dentifricio Az). Il colosso americano si prepara dunque a stringere ulteriormente la cinghia, tagliando costi per altri 10 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni.
L'annuncio è arrivato dalla prima uscita pubblica dell'amministratore delegato David Taylor, in carica dallo scorso novembre, che punta a rendere più agili le attività del gruppo e a fare salire le vendite. Per il gruppo il momento resta complicato: i nuovi tagli, infatti, si vanno ad aggiungere a quelli per 7 miliardi già effettuati dal 2012, anno in cui era stato annunciato un piano di riduzione delle spese da 10 miliardi.
Brrrr! Riduzione dei costi. Tra questi non è difficile prevedere quella dei posti di lavoro, così come il remunero del lavoro.
Così, risiamo daccapo a 12: Il commercio globale continua da dare segnali di rallentamento. Il Baltic dry index, indice che traccia i costi di noleggio delle navi cargo per il trasporto di materie prime, mostra che gli scambi sono ancora in fase di frenata. Da novembre, mese nel quale l’indice era sceso per la prima volta sotto quota 500, il Baltic dry ha proseguito la sua caduta: al momento si trova a 315, quando solo lo scorso agosto segnava 1.222 (un picco recente, invece, era stato di 2.330 a fine 2013).
Per tutta risposta il Presidente Renzi sparge fiducia come se piovesse, per far spendere i renitenti alla spesa.
Renitenti, magari, proprio quegli inattivi o i figli, o i padri, o le mogli; i disoccupati con figli e mogli a carico e perchennò quel 46% di pensionati "al minimo" o i disabili con assegni mensili di 280 Euro e gli incapienti e quelli che hanno messo i soldi al pizzo perchè vedono nero?
Presidente, lei ha il diritto di provarci, io mi arroco quello di restare pessimista.
E Rienzi, non Renzi, proprio Rienzi, cosa fa questa volta?
Prende lucciole per lanterne: Il Codacons giudica "insufficiente" il rialzo dell’inflazione a gennaio al +0,3% dallo 0,1% di dicembre. “I numeri sull’inflazione sono ancora deboli e crescono a ritmo eccessivamente lento – spiega il presidente dell'associazione, quel Rienzi. Ciò che più preoccupa è tuttavia la brusca frenata del carrello della spesa che passa dallo 0,9% allo 0,3%. Anche i beni alimentari e quelli più acquistati dalle famiglie subiscono quindi un pesante stop che non aiuta la nostra economia e non rappresenta un vantaggio per nessuno. Risulta necessario, per far ripartire l’inflazione, puntare sui consumi delle famiglie, incentivando gli acquisti attraverso misure specifiche e strutturali e creando occasioni di acquisto per i cittadini”.
Glielo dite voi che la crescita si fa con la spesa e che i suoi rappresentati, per poterla fare, o lavorano e guadagnano quanto serve per acquistare tutto il prodotto, cosa oggi difficile, o i più - quelli che dispongono dello stesso reddito da 28 anni - avranno da guadagnare dalla deflazione che rifocilla il potere d'acquisto?

Mauro Artibani

giovedì 19 marzo 2015

A QUEI PREVISORI CHE MAL PREVEDONO LO SVOLGIMENTO DELLA CRISI


A pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, diceva Andreotti.
Quelli della Cgil non lo pensano, lo scrivono: "All’ottavo anno della più grande crisi degli ultimi due secoli la domanda sorge spontanea: non si accorgono che i modelli econometrici utilizzati non funzionano? Oppure anche la “tecnica” di calcolo previsionale viene utilizzata per infondere fiducia negli attori economici e nei mercati a prescindere dalla creazione di nuova occupazione e nuovo reddito? Ancora una volta la metodologia viene piegata alla contingenza “politica”? Possibile che non si capisca che l’approccio monetarista e tutto dal lato dell’offerta – anche se con intento espansivo – non possa colmare i vuoti della domanda effettiva?"
Non paghi, ricostruiscono le stime previsionali della Banca d’Italia e delle principali istituzioni internazionali più prossime all’anno di previsione e, dunque, più utili per ,l’elaborazione dei documenti di economia e finanza su cui vengono predisposte le manovre finanziarie di fine anno. Quelli del Sindacato poi, affondano il colpo evidenziando la clamorosa reiterazione degli errori di calcolo per 7 anni di seguito. Il gap previsionale, cioè lo scostamento cumulato tra le previsioni istituzionali e il dato effettivo, oscilla tra i 10,5 (dell’OCSE) e i 14,3 punti percentuali (del Governo italiano).
Si dirà: ma loro sono di parte nel riferire.
Mica tanto se il Ministro Padoan, nel programma di Minoli su Radio 24 lunedì 23 Febbraio, confessa candidamente "i modelli previsionali non funzionano più". Già, se non lo sa lui che è stato pure all'Ocse dove sembra proprio che non ne azzecchino una.
Previsioni? Pah. Manco a parlarne dice pure Marchionne, Ad di Fca.
Affrontiamo l'arcano e vediamo di raccapezzarci qualcosa. Diamo un'occhiata ad uno di quegli indicatori di fiducia, market sensitive, quelli che quando escono fanno tremare l'economia: la Fiducia dei Consumatori, quella condizione psico/economica che quando c'è fa il 60% del Pil.
Quando sono in uscita i dati sulla questa fiducia tutti, ma proprio tutti, tendono le orecchie per poter scrutare se c'è la ripresa in atto.
Orbene, come si misura quella fiducia?
Con la possibilità di soddisfare il bisogno con il potere d'acquisto a disposizione.
Semplice, lineare, senza sbavature: un cacchio!
Se, come ha mostrato il centro studi di Confcommercio, il reddito disponibile delle famiglie italiane nel 2013 risultava lo stesso del 1990, la faccenda si complica. Eccome!
Se, insomma, ho bisogni insoddisfatti ed il portafogli floscio, la vedo nera, mi deprimo; la mia fiducia va sotto zero.
Se, invece a debito, negli anni passati ho acquistato oltre misura fino ad affrancarmi dal bisogno e oggi, quello stesso portafoglio mi mette a dieta, manco il fitness, uso pure il fuori moda e magari vado a piedi o quasi, non sono affatto affranto, anzi conosco chi si inorgoglisce addirittura.
Ho insomma margini di riserva per non essere depresso del tempo che mi aspetta. La mia fiducia tiene.
Orbene, vista questa mia discrezione ad esser "doppio" vedranno chiaro gli agenti economici che stanno con me nel mercato. Le Imprese vorranno mettere soldi per investire e produrre il nuovo?
Le Banche mi daranno credito ed, ancor più, avranno indietro quello prestato? Ed i Politici incontrandomi cambieranno strada o mi tenderanno la mano?
Rischi a iosa per tutti insomma. Già, nessun sistema economico può permettersi una fiducia lasca.
Si, insomma, per limitare i danni tocca stabilizzare l'umore di qei consumatori.
Una strada v'è, occorre agire sul potere d'acquisto: se in grado di acquistare quanto viene prodotto potrà consentire a chi ha bisogno di avere ristoro; a chi manca del bisogno di intercettarne di nuovi, non è difficile, già li vedo.

Mauro Artibani

giovedì 12 marzo 2015

LE DONNE IL GIORNO DOPO LA FESTA

Passata la festa tra sbornie di clichès, esercizi di retorica e volumi di luoghi comuni, ricominciamo:
la ripresa dell'economia mondiale è nella migliore situazione anemica ma aumentare la partecipazione delle donne nel processo produttivo potrebbe cambiare in meglio la situazione.
Fiuuuuuu. La pensa così Christine Lagarde. Lo dice pure il direttore generale del Fondo monetario internazionale che, in un post riportato dal sito della Cnbc, mostra come una reale parità nella forza lavoro tra uomini e donne aumenterebbe il Pil del 5 per cento negli Stati Uniti, del 9 per cento in Giappone, il 12 per cento negli Emirati Arabi Uniti e il 34 per cento in Egitto.
Cacchio, se lavorano tante donne, quanti uomini, siamo fuori dalla crisi?
Macchè. Facciamo quattro conti. Nel 2014, in Italia, le persone occupate erano meno del 56% della popolazione tra i 15 e i 64 anni con una distanza marcatissima dall'Unione Europea (il 65,5%). Ancora più marcata è la differenza nel tasso di occupazione femminile (il 46%).
Già, c'è un problema al femminile, non il solo però: a conti fatti da noi ci sta un 10% di occupazione femminile in meno tra le persone occupate, che sono comunque il 9,5 % in meno che nel resto dell'Ue. Lì però il 34,5% di gente in età da lavoro non lavora.
Giust' appunto non sembra esserci solo il problema dell'occupazione di genere; c'è pure quello degenerato della riduzione dei posti di lavoro tout court.
Allora hai voglia a trovare un equilibrio di genere. Equilibrio poi che in economia serve a poco; dentro il ciclo produttivo ancora meno.
Essipperchè, giova rammentarlo, la crescita si fa con la spesa, che siano i maschietti o le femminucce a farla cambia poco.
Il problema non sta in chi lavora ma quanti debbano lavorare perchè si abbiano complessivamente a disposizione redditi idonei ad acquistare quanto prodotto per far funzionare il ciclo e generare crescita quindi occupazione.
Maschile e femminile per me pari son! Anzi faccio l'avvocato del diavolo e da buon maschilista mi tolgo un sassolino dalla scarpa: Proprio pari non son, hanno figli che le distraggono, quando non restano ancora incinte hanno quel fastidioso ciclo, fanno pure le massaie e qual cos' altro. Essì, proprio pari non son pure quando spendono.
Oh oh se spendono*, un occasione da non perdere.
Quando, insomma, sembra non esserci in giro trippa per gatti e non bastano gli auspici dell'Fmi, manco tentare di fare il lavoro per legge e finanche l'Onu non può fare granchè, viene il bello al mercato.
Essipperchè il mercato invece può, basta mandarci proprio quell'altra metà del cielo, magari quella considerevolmente affrancata dal bisogno. Massì quelle sovrappeso, anche quelle che vestono alla moda, finanche quelle che si muovono in Suv.
Già, tutte al mercato a mostrare quel che sanno e possono fare per poter contrattare, con quelli che hanno da offrire, il prezzo di quel fare la spesa altrimenti sospesa**. Così torneranno a fare la crescita, et voilà pure l'occupazione, magari anche femminile.
Due piccioni con una fava, insomma, non quella dei maschietti però!***

*In un mondo dove tutto quel che serve per vivere si è fatto merce hanno la cura di se, dei figli, del marito, dei nonni e della casa, nella salute e nella malattia. In questo vivere feriale e festivo, tutte occasioni di spesa, Già, proprio la dove la crescita si fa con la spesa: fatevi sotto, chi meglio di voi....
**tra un offerta in eccesso ed una domanda non costretta dal bisogno.
***Messo in nota si nota meno per non suscitare scomposte reazioni di genere quando si mostra più importante, per far funzionare il processo economico, la spesa al femminile che il lavoro al maschile.

Mauro Artibani


giovedì 5 marzo 2015

TOH, LA LEGGE PER UN' ECONOMIA RESISTENTE


La crisi langue in un dormiveglia congiunturale di chi, gira e rigira, nicchia al voler cambiare le regole del gioco.
Per cominciare a cambiare invece e dare inizio ad un gioco nuovo ci potrebbe essere bisogno di una legge per fare una economia resistente, pressappoco questa:

"Visto come la crisi economica abbia posto in evidenza la necessità ridefinire i legami produttivi che regolano il rapporto tra gli agenti operanti nel ciclo di generazione della ricchezza;

Visto che la crescita, da tempo differita, non consente di poter godere dell'agio di espansione del ciclo che rinnova la produzione, crea occupazione, reddito e quel prelievo fiscale che consente di disporre di previdenza, assistenza, pubblica sicurezza, giustizia, istruzione;

Considerato come si renda necessario, per lo sviluppo dell'economia di mercato, disporre di un adeguato equilibrio tra quote di consumo e produzione, per sottrarre quelle sovraccapacità di processo e di prodotto che svalutano le risorse impiegate;

Considerato come la crescita renda indifferibile l'esercizio della spesa;

Considerato come la spesa aggregata, che il Pil misura ed espone, mostra il diverso contributo fornito dagli agenti alla generazione della ricchezza nazionale;

Visto che, a spesa fatta, tutti gli agenti del ciclo traggono ristoro e sprone per l'esercizio del proprio ruolo, elevando nel contempo la produttività totale dei fattori impiegati;

Ritenuto di straordinaria necessita' e urgenza emanare disposizioni volte a favorire un piu' razionale impiego delle risorse della spesa per dare sostegno alla crescita economica;

Il Presidente della Repubblica promulga la seguente Legge:

Art. 1 La crescita si fa con la spesa. Spesa che genera reddito, buono per fare altra spesa.

Art 2 Il reddito generato dalla spesa deve compiutamente dare sostegno al Potere d' Acquisto.

Art 3 Occorre allocare le risorse economiche generate dalla crescita per tenere adeguato quel potere d'acquisto che consente l'esercizio di ruolo dei diversi operatori della spesa.

Art 4 L'atto di poter esercitare l'acquisto dispone una economia più resistente con adeguato beneficio per tutti gli agenti del ciclo."

Visto che legge?
Niente paura, cultori di vecchi paradigmi, è solo uno scherzo!

Mauro Artibani

venerdì 10 ottobre 2014

TENIMME N’SIEME TORNACONTO E RESPONSABILITA’


Teniamo a mente, una volta per tutte, quel che fa il nostro quotidiano fare la spesa: con l’acquisto trasformiamo le merci in ricchezza, consumandole le facciamo riprodurre, così viene generato lavoro,  si crea occupazione che  fornisce reddito; viene data continuità al ciclo produttivo e sostanza alla crescita economica.
Beh se non è comandare le operazioni, questo nostro  fare, cos’è?
Se non è il Governo della responsabilità, cos’altro può essere:
                Quel sottrarre la sovraccapacità produttiva che impalla le Imprese;
                Quel ripristinare la produttività del lavoro per chi lavora;
                Quel togliere l’invenduto ai commercianti;
                Quel rifocillare il fisco per garantire le cose pubbliche  dell’istruzione, della sicurezza,  della sanità,  della previdenza, della giustizia.

Questa è l’ordinaria responsabilità, che quotidianamente amministriamo come operatori della spesa. Cotanto servigio messo a reddito ci farà guadagnare.

Siamo pure altro però: Gestori della Domanda e qui possiamo addirittura far di più, dall’ordinario allo straordinario.
Ci fu il tempo dell’equilibrio nel sistema produttivo. Allora la Terra generava materia, il lavoro la trasformava in materiale, l’impresa ne faceva merce,  il commercio la vendeva, la famiglia la consumava, la Terra poi chiudeva il ciclo smaltendo il rifiuto.
Poi venne il tempo dell’offerta in eccesso e della domanda pure, tanto per non farci parlar dietro. Il ciclo perse l’equilibrio, la Terra pure.
Oggi c’è una Terra sgarupata che fatica  a ri-generare risorse e a smaltire i residui dell’attività economica.
Ci sono pure Tizi allarmati che si affollano al suo capezzale per portare conforto:
Alcuni, a  quella triste crescita che sfianca, contrappongono la “Decrescita Felice” che mette a dieta tutti.
Altri, ambientalisti ortodossi, che temono per quella “ madre terra” stressata e offesa, processano gli squilibri dello Sviluppo economico.
Ci sono pure quelli che all’io preferiscono il noi; al solista, il coro.
Per loro la terra è un “bene comune” , altro che un bene di pochi.

Tutta gente questa, garbata, gentile, mossa da nobili intenti.
Pure un po’ aristocratico però quel fare da pedagoghi  che non acchiappa interesse e finisce   per farli abbaiare alla luna.   Ecco, approposito di interesse: Si, noi siamo interessati.
Se si può guadagnare con il fare la spesa, abbiamo interesse che si possa continuare a farla. Se la Terra, malata, mette a rischio il futuro del nostro guadagno dobbiamo sventare questo rischio.
Eggià, se la Terra fa per noi, noi dobbiamo fare per essa.
La gestione  della Domanda costituisce la possibilità.
Il modo invece  sta nel fare domanda di merci a basso impiego energetico ed eco-compatibili; pure quella di beni immateriali e di prodotti ignudi, svestiti dai packaging sfrontati.
E quando tutti in coro  facciamo quelle domande beh, allora la domanda comanda e all’offerta toccherà ubbidire.  
Eggià, questo s’ha da fare per la nostra cara amica:  rassodare la capacità riproduttiva e ripristinare quella di smaltire i residui.
Lunga vita alla Terra, insomma, ed al nostro guadagno.
Ed un evviva a tutti quei compagni di regata che, navigando di bolina,  per ripulire la Terra sono in grado di andare contro i venti che la sporcano.
 A chi parrebbe di poter scorgere in questo fare tracce d’una possibile alleanza tra il tornaconto e la responsabilità, scorga; scorga pure
Mauro Artibani

giovedì 10 luglio 2014

LA SCOMMESSA PERSA DELLA PRODUTTIVITA’


La vulgata nazionale inneggia al miglioramento della produttività aziendale, costi quel che costi, per andare oltre la crisi.  Cosa buona e giusta che quel miglioramento debba passare, anche, per la riduzione del costo del lavoro.
 Come si ottiene? Beh, ad occhio e croce: con l’automazione dei processi produttivi  si riducono gli occupati , diminuisce il clup. Si può pure tener fermo il remunero del lavoro, come avviene da illo tempore, pure qui giù il clup.
Beh, detto fatto a giudicare dai numeri che mostra l’Istat: Tasso di occupazione tra i 15/64 anni sta al 55,6%;
a maggio il tasso di disoccupazione al 12,6%, in aumento di 0,1 punti percentuali su aprile; quella giovanile sta al 43%.

Orbene, ora così conciati, diamo volgarmente un’occhiata a dove ci si va a ficcare.

Con in giro meno redditi da lavoro, vieppiù pure insufficienti ,questo rende l’impresa più produttiva?
Non lo mandano a dir, le associazione dei consumatori Adusbef e Federconsumatori: "Cosa gravissima  che ha contribuito a far diminuire in termini complessivi il potere di acquisto delle famiglie, sceso del 13,6 % dal 2008, ciò ovviamente comportando una forte contrazione del mercato solo nel biennio 2012-2013 di -8,1%, pari alla colossale cifra di 58 miliardi".
E quando questo accade, accade pure che si riduce il prelievo fiscale, aumenta il debito pubblico; per mettere un freno lo Stato riduce le prestazioni di welfare erogate.
Fiuuuuuu, toccherà pure ad altri pagare dazio.
Se ne avvede Marco Venturi, presidente di Confesercenti  che scalpita:
"Nel 2014 un pensionato 'medio' perderà 1.419 euro di potere d'acquisto rispetto al 2008. Sono oltre 118 euro in meno a mese, sottratti a consumi e ai bilanci delle famiglie. Che sempre più spesso sono sostenuti proprio dai pensionati diventati, durante la crisi, pilastri del welfare familiare". 
E nell’impresa?
Beh, accade che il tornaconto della produttività si muta in sovraccapacità: danno insomma!
Si dirà: ma la produttività è produttività!
Già e quella produttività sarà in grado, contenendo il costo delle merci, di rifocillare quel potere d’acquisto al fin di rendere produttivo pure il fare di quelli che fanno la spesa?
La scommessa sta tutta qui e ad oggi sembra perduta!

Mauro Artibani

venerdì 21 febbraio 2014

QUELLA RESPONSABILITA' DEI CONSUMATORI



Quando la capacità produttiva delle aziende confeziona una offerta superiore alla capacità di spesa degli acquirenti si contrae lo sviluppo. Si mostra evidente come la crescita economica risulti vincolata dall’esercizio della spesa.
Crescita, ancora sostenibile, fin quando l’insufficienza cronica del reddito, che spende, ha trovato il soccorso del credito generando il 60% del PIL, fino ad affrancare i Consumatori dal bisogno; insostenibile quando il debito, entrato in sofferenza, ha reso quel credito inattingibile, bloccando il meccanismo dello scambio domanda/offerta.
Questi fatti consentono ai Consumatori di guadagnare un vantaggio: hanno più bisogno i Produttori di vendere che i Consumatori di acquistare.
La Domanda comanda, insomma.
Mettere a reddito questo vantaggio confeziona l’opportunità di tornare a far migliorare la produttività totale dei fattori e garantire la crescita.
Giust'appunto, migliorare la produttività totale dei fattori, altrimenti...
Altrimenti accade che la produzione industriale cala nella zona euro a dicembre dello 0,7%.
Quella sovraccapacità non smaltita riduce il profitto; chi lavora a quell'eccesso non potrà reclamare alcun aumento del reddito e la spesa andrà ancor più giù.
Se tanto mi da tanto i Consumatori, associati in network, hanno l'opportunità di commerciare la gestione delle risorse impiegate nell’acquisto: Tempo, Attenzione, Ottimismo.
Un prodotto/servizio che estrae valore dall’azione di consumazione mediante il confezionamento della Domanda che, offerta proprio a chi deve smaltire l’eccesso di capacità produttiva, rifocilla il portafoglio. Quel portafoglio che speso, smaltisce quella sovraccapacità, fa fare profitto; restituisce valore al lavoro produttivo, quindi adeguato reddito, proprio quello che spende.
A tal domanda, unica merce scarsa sul mercato, chi potrà sottrarsi dal rispondere „Yes“
Un momento. A Consumatori di tal fatta toccano si gli onori, ma anche gli oneri!
Eggià, domanda, tanta domanda c'è ancora da fare:
Domanda che obbliga i Consumatori a prendere in carico la responsabilità di fornire indirizzo ai Produttori per una offerta di merci che si mostri sensibile al risparmio nell’impiego delle risorse.
Domanda di ciò che si vuole, non acquisto di quel che si trova: innovazione assoluta.
Domanda che rivendica ruolo economico all’esercizio di consumazione, dignità all’atto.
Domanda che, esercizio plurale, chiama al consorzio gli individui, mettendo la sordina ad aride liturgie singolari di acquisto.

Mauro Artibani

giovedì 24 ottobre 2013

ECONOMISTA SARA' LEI!

Glielo dico: Economista sarà lei.
Io sono un Economaio, che studia l’Economia dei consumi, quella che gli accademici non scorgono e che le facoltà di Economia non insegnano.
Giust'appunto Loro, quelli mentori dell'economia della produzione, propagandano un paradigma che spacciano in ogni dove.
Recita: I Produttori producono beni, occupazione, ricchezza, remunerano il lavoro, danno ristoro ai bisogni. Con tal editto sulle Imprese sventola il vessillo del ruolo. Ne reclamano i vantaggi. Ne hanno ben donde!
A me però non tornano i conti. Io sbircio altrove, non credo alla credenza.
Perchè?
Percome vanno i fatti, nella fattispecie due:
Approposito del remunero del lavoro, il reddito disponibile delle famiglie italiane nel 2013 torna ai livelli di 25 anni fa. l'Ufficio Studi di Confcommercio evidenzia che, nel 2013, il reddito disponibile è pari a 1.032 miliardi di euro, rispetto ai 1.033 del 1988.
A sproposito si parla, invece, di ristoro dei bisogni. Essipperchè, se invece di cibarsi si ingrassa, se ci si abbiglia alla moda che passa di moda e per andare da qui a lì si acquista un Suv: ma quale bisogno d'eggitto!
Nell'economia dei consumi, insomma, l'affrancamento del bisogno fornisce la cifra distintiva; l'insufficienza del reddito che spende, la cifra dello squilibrio che fa saltare i conti. Quel paradigma non scorge tal fatti, rimesta soluzioni improvvide.
Già, proprio in mezzo alla crisi si pensano soluzioni sghembe.
Il vicepresidente della Commissione europea e commissario per l'Industria e l'Imprenditoria, Antonio Tajani, ci rammenta come l'UE intenda essere protagonista della crescita del vecchio continente approvando un Piano per la reindustrializzazione che ha l'obiettivo di raggiungere entro il 2020 la quota del 20 per cento del prodotto interno lordo della UE, proveniente dal settore manifatturiero.
Bella no? Proprio quando non si investe né si produce perchè manca chi spende e l'impresa va a rotoli, si pianifica nuova impresa.
Orbene, diamo un'occhiata a quanto fanno quei tizi affrancati sia dal bisogno che da redditi adeguati. Proprio loro, quelli che, quando spendono, fanno fino al 60% della crescita.
Quando fanno la spesa, appunto!
Quando non possono farla, la merci restano invendute, il loro valore non si trasforma in ricchezza, ancor più non si riproduce: approposito di nuova industrializzazione!
Ennò Signori non ci siamo, quel paradigma, con il quale sono state confezionate la regole del sistema produttivo, non funziona.
Provate questo è belleppronto, istituisce la regola dell'economia dei consumi: “La crescita si fa con la spesa. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa, remunera.”
Eggià, così potrà tornare ad avere senso economico fare Impresa!

Mauro Artibani

mercoledì 29 maggio 2013

OCCUPATI A SPENDERE PER CREARE OCCUPAZIONE

Risoluto il presidente Giorgio Napolitano: “Viviamo nel contesto di una crisi angosciante e drammatica che impone alle istituzioni, alle forze sociali e alle imprese la messa in atto di efficaci soluzioni per rilanciare l'occupazione e lo sviluppo economico e sociale del Paese". Papa Francesco non si sottrae: "Fare ogni sforzo per dare nuovo slancio all'occupazione perché questo significa preoccuparsi della dignità delle persone". Ci mette del suo il cardinale Bagnasco: “Il lavoro è la prima emergenza dell' Italia, la lama più dolorosa nella carne della gente” Al telefono con Letta pure il presidente Obama si è detto pienamente d'accordo circa l'esigenza di prestare attenzione prioritaria alle politiche volte a fronteggiare la disoccupazione. L'allarme che risuona nelle parole dei Nostri si mostra nei dati dello studio Ires Cgil sulla base di dati Istat. Nel quarto trimestre 2012 l'area della sofferenza e quella del disagio occupazionale, nel complesso, sommano 8 milioni e 750mila persone in età da lavoro (+10,3% sullo stesso periodo del 2011 con 818mila persone in più in difficoltà). Rispetto all'ultimo trimestre del 2007, l'area è cresciuta di 2,8 milioni di persone con un 47,4% in più. L'area della sofferenza occupazionale (disoccupati, scoraggiati e cassa integrati) aumenta di 650mila unità, (+16,6%) arrivando a quota 4 milioni 570mila persone. L'aumento rispetto al periodo pre crisi (ultimo trimestre 2007) è di 1,9 milioni di persone (+70,1%). L'area del disagio (precari e part time involontario), pari nell'ultimo trimestre 2012 a 4 milioni e 175 mila unità, aumenta del 4,2% (+168.000 persone) e del 28,6% rispetto allo stesso trimestre del 2007 (+927.000 unità). Già, Lor Signori ne hanno ben donde nel dire quel che dicono. La mancanza di occupazione genera angoscia, dramma; priva della dignità, infligge dolore. Chiamare a rapporto Istituzioni, forze sociali e Imprese un dovere istituzionale, rispondere un obbligo. Alle istituzioni, per quel che possono, toccherà dare regole al lavoro. Eggià, solo regole, non disponendo di strumenti efficaci per regolare i processi economici, non dispongono lavoro. Le forze sociali sembrano volersi accordare anzi associare; di più, Capitale e Lavoro sono ad un passo da un patto, quello tra i Produttori. Ci sta dentro chi produce l'eccesso di offerta e chi per quell'eccesso lavora: l'unione di due debolezze non fa una forza. Le Imprese, pur esse in mezzo al guado, per continuare a fornire occupazione ai dipendenti dipendono dai redditi sufficienti di quelli che fanno la spesa per acquistare quel che da dipendenti hanno prodotto. Altrimenti.... Altrimenti accade quel per cui siamo qui a lagnarci. Già, il problema sta tutto dentro la circolarità di questo processo: ci saranno occupati che lavoreranno per produrre se ci sarà gente occupata a spendere per acquistare quanto è stato prodotto e poi occupati ancora a consumare l'acquistato. Perchè questo avvenga occorre disporre una più idonea allocazione della ricchezza che quel processo genera. Idonea, appunto, a ripristinare l'equilibrio tra reddito e spesa. Eggià, perchè la crescita si fa con la spesa, la spesa con il reddito. Quello stesso reddito buono per generare pure occupazione: cose dell'altro mondo! Mauro Artibani Studioso dell’Economia dei Consumi www.professionalconsumer.wordpress.com

giovedì 2 dicembre 2010

CONSUMATORI: OCCORRE FARE IL PUNTO SULL’OCCUPAZIONE E SUL REDDITO


Per i Consumatori cambia tutto se l’occupazione diviene funzione del reddito.
Diamo un’occhiata.
Quando, dentro il processo produttivo, l’occupato percepisce un reddito adeguato a smaltire quanto prodotto, il meccanismo risulta in equilibrio. Quel reddito si mostra funzione dell’occupazione che produce.
Quando la Domanda manca di reddito sufficiente per smaltire il prodotto, si riduce il numero degli occupati necessario a riprodurre quel prodotto; il meccanismo perde equilibrio, l’occupazione diviene funzione del reddito che acquista.
Le politiche del lavoro che sollecitano sgravi al costo di quel lavoro per rimpinguare il reddito, ancorchè residuali, risultano insufficienti. Insufficienza che non smaltisce le scorte, che riempie i magazzini rendendo altresì inefficaci le proposte di sostegno alla produzione.
Si rende necessario ripristinare l’efficienza del mercato: sospendere le politiche reflattive per ridurre i prezzi ed aumentare il potere d’acquisto, rintuzzando la riduzione dei redditi da lavoro ovvero si può fornire un reddito che remuneri l’esercizio di acquisto della domanda in eccesso. Reddito estratto da quel profitto che remunera il rischio di impresa, da barattare con la garanzia di smerciare quanto prodotto.

Mauro Artibani
Per approfondire il tema trattato: PROFESSIONE CONSUMATORE
Paoletti D’Isidori Capponi Editori
Marzo 2009

www.professionalconsumer.splinder.com
www.professioneconsumatore.org