Signori, ci siamo, il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, ha chiarito la sua posizione in merito all'aumento dell'Iva dicendosi personalmente non contrario: "E' la mia posizione scientifica ma non posso confonderla con la posizione della maggioranza di governo. Ritengo sia meglio spostare l'imposizione sui consumi piuttosto che sui redditi perché è un tipo di peso fiscale più favoreveole alla crescita"
di questi tempi e questa congiuntura, il dichiarante, accademico/scentifico, la dice talmente... bò, che vi sottopone un processo aleatorio; volendo tassare i consumi, pressappoco stocastico.
Suvvia, non dite 'sto cavolo, quello del Ministro, come dei colleghi accademici è solo un giochino, pari pari all'inflazione "indotta" dalle politiche monetarie.
Proviamo ad andare oltre: sull'utilità marginale decrescente, per esempio. Si, quella della spesa, lo scheletro nell'armadio del sistrema produttivo.
Cerchiamo le cause che la impongono all'attenzione e che i disattenti disattendono.
Tiriamo i dadi, il pari la intravvede nella sovraccapacità dell'offerta; il dispari, nell'affrancamento dal bisogno dei consumatori.
Okkei, ma... pari e dispari, per me pari son! Per voi?
Scusate, si, è vero, ho dimenticato di metter tra le cause l'invarianza del reddito disponibile: celo metto.
Peggio che andar di notte ma... sempre quel pari e quel dispari, per me pari son!
La prima causa, per uscire dal guado, pretende un'azione inflattiva; la seconda, deflattiva.
Essì, siamo tornati a bomba: inflazione/deflazione.
Dispositivi, tutteddue, del mercato efficiente per ripristinare, nei modi del possibile, l'equilibrio tra domanda e offerta.
Voi accademici, sponsor dell'inflazione / voi di quella tassa occulta, buona per non far scendere i prezzi, per salvaguardare gli utili d'impresa, per non ridurre l'occupazione e/o i salari pure per ridurre il valore dei debiti: si, per voi: "chissenefrega del potere d'acquisto".
Io, sommessamente, che 'sto potere voglio salvaguardare, tifo per quella deflazione che attribuisce il "Potere vero" a quelli della spesa. Si, solo così, i sottoposti potranno smaltire l'eccesso; dovranno così riprodurre, potranno assumere e/o remunerare i loro sottoposti.
Tutti, magari pure, potranno meravigliosamente far aumentare le entrate tributarie per rintuzzare, l'aumento del valore del debito.
Buon lavoro, accademico Ministro, buon lavoro.
Mauro Artibani, l'economaio
https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_3_7?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=mauro+artibani&sprefix=mauro+a%2Caps%2C207&crid=E9J469DZF3RA
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martedì 30 aprile 2019
IL MINISTRO, GLI ACCADEMICI, L'INFLAZIONE E L'IVA
Signori, ci siamo, il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, ha chiarito la sua posizione in merito all'aumento dell'Iva dicendosi personalmente non contrario: "E' la mia posizione scientifica ma non posso confonderla con la posizione della maggioranza di governo. Ritengo sia meglio spostare l'imposizione sui consumi piuttosto che sui redditi perché è un tipo di peso fiscale più favoreveole alla crescita"
di questi tempi e questa congiuntura, il dichiarante, accademico/scentifico, la dice talmente... bò, che vi sottopone un processo aleatorio; volendo tassare i consumi, pressappoco stocastico.
Suvvia, non dite 'sto cavolo, quello del Ministro, come dei colleghi accademici è solo un giochino, pari pari all'inflazione "indotta" dalle politiche monetarie.
Proviamo ad andare oltre: sull'utilità marginale decrescente, per esempio. Si, quella della spesa, lo scheletro nell'armadio del sistrema produttivo.
Cerchiamo le cause che la impongono all'attenzione e che i disattenti disattendono.
Tiriamo i dadi, il pari la intravvede nella sovraccapacità dell'offerta; il dispari, nell'affrancamento dal bisogno dei consumatori.
Okkei, ma... pari e dispari, per me pari son! Per voi?
Scusate, si, è vero, ho dimenticato di metter tra le cause l'invarianza del reddito disponibile: celo metto.
Peggio che andar di notte ma... sempre quel pari e quel dispari, per me pari son!
La prima causa, per uscire dal guado, pretende un'azione inflattiva; la seconda, deflattiva.
Essì, siamo tornati a bomba: inflazione/deflazione.
Dispositivi, tutteddue, del mercato efficiente per ripristinare, nei modi del possibile, l'equilibrio tra domanda e offerta.
Voi accademici, sponsor dell'inflazione / voi di quella tassa occulta, buona per non far scendere i prezzi, per salvaguardare gli utili d'impresa, per non ridurre l'occupazione e/o i salari pure per ridurre il valore dei debiti: si, per voi: "chissenefrega del potere d'acquisto".
Io, sommessamente, che 'sto potere voglio salvaguardare, tifo per quella deflazione che attribuisce il "Potere vero" a quelli della spesa. Si, solo così, i sottoposti potranno smaltire l'eccesso; dovranno così riprodurre, potranno assumere e/o remunerare i loro sottoposti.
Tutti, magari pure, potranno meravigliosamente far aumentare le entrate tributarie per rintuzzare, l'aumento del valore del debito.
Buon lavoro, accademico Ministro, buon lavoro.
Mauro Artibani, l'economaio
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martedì 27 marzo 2018
OCCUPAZIONE, LA PAROLA PIU' ABUSATA DAI POLITICI
Occupazione
la parola d’ordine dei politici, ieri, oggi e domani; tutti
occupati a mettere in campo ipotesi alla bisogna.
Quelle
keynesiane, senza il becco d’un quattrino, risultano inattingibili.
Quali
altre allora?
Rimettere
in moto la produzione che genera lavoro, indi occupazione, magari
fornendo incentivi.
Ma
non si era senza un cent e con i conti pubblici in fibrillazione?
Poi
quale Produttore, seppur incentivato, vorrà investire per produrre
se non ha certezza di incontrare la domanda?
Mica
scemo, Lui sa che per far produrre ha erogato redditi insufficienti a
smaltire il prodotto.
Signori,
per queste vie non si cava un ragno dal buco.
Nell’Economia
dei Consumi, partire dall'occupazione per avere reddito che acquista
e genera crescita: pia illusione.
Basta
ciance: si parte dal reddito e, vedrete, l’occupazione verrà.
Ricominciamo
daccapo: quel reddito potrà generare consumo, di seguito crescita,
poi nuova produzione, indi lavoro, poscia occupazione.
Si
dirà: dare reddito “a gratis” per innescare il processo
virtuoso, risulta diseconomico, ancor più immorale.
Ennò
cari miei, la sostanza economica di quel reddito compensa quel lavoro
di acquisto e consumazione che, svolto ben oltre il bisogno, potrà
sostenere proprio l’economia e vivaddio fornire un assegno morale
agli atti di consumo.
Dove
stanno le risorse per retribuire?
Là
dove sono: nelle rendite, nelle filiere produttive troppo lunghe che
disperdono profitto, negli utili inutilizzati pure tra quelli della
bassa propensione al consumo che mettono i soldi al pizzo.
Tocca
redistribuire i carichi, i compensi ed i vantaggi per raddrizzare la
barca e tornare a navigare sulle rotte della crescita.
Mauro Artibani, l'Economaio
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mercoledì 20 dicembre 2017
NATALE A RATE, PUR DI FARE LA CRESCITA
Quando eravamo bisognosi il Natale era
la festa. Bando alla vita di sacrificio con panettone, pranzo e
regalini.
Si festeggiava la nascita del Redentore
colui che, 33 anni dopo con il suo sacrificio, darà lustro al
nostro.
Già, tutto questo prima, poi ci si
affranca dal bisogno e quella festa si muta nell'occasione di fare
spesa in sovrappiù. Tant'è: la festa è eccesso!
Da festa religiosa a laica, insomma,
con appiccicato un assillo. Essipperchè se la crescita si fa con la
spesa, nei giorni di festa tocca farne di più.
Un' antica festa insomma che si muta in
festino, non lo dico io, lo mostra Davide Malaguti: Natale, gli
italiani non rinunciano ai regali. 1 su 4 chiederà un prestito.
Gulp!
Dunque, il 24% degli italiani fara'
ricorso ad una finanziaria per sostenere le spese natalizie. Lo dice
il sondaggio di Facile.it e Prestiti.it. Natale alle porte e molti
italiani, per far fronte ai costi legati a regali, cenoni, feste e
vacanze invernali, hanno intenzione di chiedere un prestito personale
o di optare per un pagamento rateale.
Guardando nel dettaglio: il 43,7%
utilizzera' la somma per pagare la settimana bianca o una vacanza
natalizia, il 40,6% per comprare i regali di Natale a parenti e
amici. Interessante notare come il 15,6% di coloro che si
rivolgeranno ad un'azienda del credito lo fara' per sostenere i costi
del cenone o della festa di Capodanno.
Quali importi gli italiani intendono
richiedere per sostenere le spese di Natale?
Le risposte degli intervistati: il
53,1% di chi fara' ricorso a un prestito ha dichiarato di voler
chiedere una somma superiore ai 2.000 euro, il 15,6% una cifra
compresa tra il 1.000 e i 2.000 euro mentre il 31,3% e' orientato su
un importo inferiore ai 1.000 euro.
Si, insomma, tocca far festa per
generare ricchezza, prendendo in prestito ricchezza.
Poi si può far fare festa pure a
quelli della Melegatti. Con l'afflato "siamotuttimelegatti"
sui "Social", potranno mangiare il panettone: sob!
Qual spesa è mai questa ed ancor più
quale speranza di crescita potrà mai sostenersi con siffatti fatti;
quale nuova produzione e quanta occupazione?
Beh, intanto, buon Natale e magari pure
buona Pasqua, per quelli di Melegatti e a tutti Noi!
Mauro
Artibani, l'Economaio
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martedì 24 ottobre 2017
TAYLOR ALLA FED? SE FOSSE, ARDEREBBE 'L MONDO!
Ho visto gli economisti austriaci
danzare con quelli di Chicago, i keynesiani recalcitrare e i
monetaristi annaspare. Tutti gli altri non sanno cosa dire.
Eggià, il "si dice" c'è.
Sono state pubblicate indiscrezioni stampa secondo cui Donald
Trump sembri preferire l’economista di Stanford John
Taylor, ex sottosegretario al Tesoro degli Stati Uniti sotto
George Bush padre, per il posto di presidente della Federal
Reserve.
Taylor, 70 anni, è noto per la regola
di politica monetaria da lui formulata: la Regola di Taylor. Si
tratta di un’esamina per determinare il livello più corretto
possibile dei tassi di interesse. Nello specifico la regola,
enunciata dal professore di Stanford, sta in una formula matematica
che mette a confronto il costo del denaro nominale di breve periodo
imposto dalla banca centrale e quello dell’economia reale.
L’obiettivo sta nel far si che il
tasso di interesse, determinato dalle autorità monetarie,
risulti pari al tasso di interesse reale di
equilibrio. Quel tasso reale a cui corrisponde un livello di domanda
aggregata pari all’offerta aggregata, in un contesto di piena
occupazione, per poter realizzare il Pil potenziale ed
azzarare l'out put gap.
Dunque, senza farla troppo lunga, se
toccasse rivedere quelle politiche monetarie, che fin qui hanno
alterato il meccanismo di formazione dei prezzi, va bene. Benissimo!
Con questi modi Taylor troverà pure il
modo di centrare il tasso di equilibrio?
Beh, che questo delicato equilibrio
domanda/offerta aggregata si debba trovare, okkei.
Se si spera che questo lo si possa
ottenere con la piena occupazione nel tempo dell'automazione, del 4
punto 0, del part time, della condizione precaria si va knock out.
Essì nell'economia dei consumi, dove
quel cacchio di Pil si fa con la spesa, il punto d'equilibrio non si
trova con l'occupazione; nel reddito invece, quello dalla spesa
generato e speso per acquistare quanto prodotto e far nuovamente
produrre, si.
Sta proprio qua la possibilità di
azzerare l'out put gap.
Ehi Trump, attento agli abbagli.
Mauro Artibani
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martedì 17 ottobre 2017
EHI DELL'FMI, FUORI PIOVE!
Ehi Gente, vedo nuvole, se uscite
portate l'ombrello: Le politiche economiche di breve termine, che
portano a un aumento dell'indebitamento delle famiglie, possono
inizialmente provocare "un'accelerata superiore alla media"
della crescita e dell'occupazione poi possono provocare "un
periodo di instabilità e crescita contenuta del Pil e
dell'occupazione".
Non ho detto che piova; potrebbe quando
si legge nei capitoli analitici del rapporto sulla stabilità
finanziaria globale dell'Fmi: "ampi incrementi del debito delle
famiglie sono associati con crescenti probablilità di crisi
finanziarie e recessioni"; tanto più che l'effetto positivo di
un incremento del debito delle famiglie "si inverte in
tre-cinque anni" ed è associato con una "maggiore
probabilità di crisi bancarie. E la cosa peggiora all'aumentare del
debito stesso, motivo per cui le economie avanzate corrono più
rischi.
Avete capito? Questi tizi stanno
scoprendo l'acqua calda quando ormai è diventata gassosa.
Non paghi per cotanta solerzia, quelli
del Fondo stimano come il debito delle famiglie sia associato a
risultati macroeconomici negativi a partire da livelli "relativamente
bassi, a circa il 30% del Pil". Bella no?
Figuriamoci quando nelle economie
avanzate il rapporto medio tra debito e Pil risulta aumentato dal 52%
al 63% dal 2008 al 2016, mentre in quelle emergenti passa, nello
stesso periodo, dal 15% al 21%: gulp!
Pregni di cotanta consapevolezza, a lor
dire per mitigare i rischi, auspicano un giusto mix di istituzioni,
regolamentazioni e politiche economiche: "una supervisione e una
regolamentazione finanziaria migliori, poi una dipendenza inferiore a
finanziamenti esterni e, ancora, tassi di cambio flessibili. Dulcis
in fundo ma in fundo in fundo, "minori ineguaglianze di reddito
potrebbero attenuare l'impatto di un debito familiare crescente sui
rischi della crescita".
Eggià, se l'acqua calda diventa
gassosa prima i poi piove, governo ladro!
Mauro Artibani
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martedì 10 ottobre 2017
PURE I NOBEL CONTINUANO A RECITARE IL GIA' DETTO
Ci risiamo
è la solita storia, in un'intervista rilasciata alla Stampa,
il Nobel dell'economia Vernon Smith risponde così a due domande che
sbirciano nella crisi.
1: «I
tagli alle tasse che vuole fare Trump sono giusti?»
«Sì. Non
c'è ragione per tassare i redditi delle imprese; tutti i soldi che
incassano vengono restituiti, sotto forma di stipendi, bonus,
dividendi. Non bisogna tassarli a livello corporate, ma
quando diventano redditi personali. Altrimenti si incentiva la
pratica di lasciarli all'estero, nei Paesi con tasse basse».
2:
«L'insoddisfazione che ha aiutato Trump a vincere è giustificata?».
«Sì.
Trump è riuscito a parlare alla gente emarginata dal sistema. Dalla
Seconda Guerra Mondiale in poi non avevamo mai avuto un periodo così
lungo di bassa crescita e occupazione. Molti si sentivano ignorati,
ed era vero".
Risposte
esemplari da parte di chi, ortodosso dell'economia, continua a
recitare il già detto.
Si, recita
quelle regole, scritte a caratteri indelebili, che danno alle imprese
il monopolio nell'allocazione della ricchezza generata.
Già, ma
generata da chi? Non da queste; fanno beni e servizi che, se
invenduti, diventano cattivi e non serviti!
Essì,
magari invenduti proprio perchè quel meccanismo, che trasferisce la
ricchezza generata, mal funziona non facendo arrivare nelle tasche di
Cesare; proprio quel Cesare che con la spesa ha generato e di cui ha
bisogno per rifare nuova ricchezza.
Essì,
magari proprio ai quei cesari emarginati che, proprio
dall'emarginazione, ricevono la stimmate di avere la maggiore
propensione a quella spesa che acquista proprio quel che le imprese
producono.
Sic.... et
sempliciter, vogliamo rivedere il funzionamento di questo meccanismo
di trasferimento un po scemo?
Eh Smith?
Lei un Nobel, io no; lei può, dica a Trump come l'intera faccenda
non sia solo un questione di tasse!
Mauro Artibani
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martedì 1 agosto 2017
CHE GENTE; MAMMA MIA CHE GENTE
Nel rapporto annuale sull'Occupazione e
gli Sviluppi sociali in Europa, pubblicato a Bruxelles dalla
Commissione, Ue l'Italia continua ad avere la percentuale più alta
nell'Ue (19,9%) di giovani nella fascia tra 15 e 24 anni che non
cercano lavoro né studiano o sono in formazione (Neet, Not in
Employment, Education or Training), un record che detiene orami
ininterrottamente dal 2013.
La media dell'Ue a 28 è all'11,5%, e
quella dell'Eurozona all'11,7%. Fra gli altri grandi paesi, la
Germania è al 6,6%, la Francia all'11,9% e il Regno Unito al 10,9%.
Figli degeneri, che hanno deciso di
andare a zonzo, di passar la vita a non fare un piffero.
Il ministro del lavoro Poletti,
allarmato dai dati, è intervenuto dicendo che servono “politiche
di accompagnamento” per facilitare l’incontro fra la domanda e
l’offerta di lavoro.
Accompagnamento?
Già, accompagnati da fratelli e magari
dai padri; questa gente quà: L'Italia risulta lo Stato membro con il
più basso incremento di attività nel 2016. La popolazione attiva
era il 64,9% degli abitanti fra i 15 e i 64 anni, contro una media Ue
del 73%, con la Germania al 78%, il Regno Unito al 77,3% e la Francia
al 71,7%.
Talis padri, talis filius, talis
"cuginus", talis "amicus" insomma quel 35,1% che
passa il tempo a pettinar la bambole.
E i nonni?
Toh, i nonni, quelli che fanno
imbestialire il presidente dell'Imps per le pensioni pagate
all'estero dall'Istituto: "Su 160 Paesi sono state 373mila, per
un valore poco superiore a 1 miliardo di euro".
Per l'imbestialito si tratta, in
sostanza, di una "anomalia": "Le prestazioni
assistenziali" pagate all'estero "vanno a ridurre gli oneri
di spesa sociale di altri Paesi, è quindi come se il nostro Paese
operasse un trasferimento verso altri" senza "avere un
ritorno in consumi". Le somme, infatti, sono erogate
"dall'Italia invece che dal Paese in cui si risiede e si paga le
tasse" e quindi "non c'è un quadro di reciprocità".
Mamma mia che gente, tutta 'sta gente
quà: non sono attrezzati, lavorano poco, spendono ancora meno. Selo
sono meritato, li addito: tra chi non fa, chi non può a chi fa
all'estero, siete responsabili dell'ampliarsi di quell'out-put gap*.
Con voi, la produttività totale dei fattori collassa, altro che Pil!
Un momento, forse mi sbaglio, c'è un
ultim'ora: La crescita del Pil italiano sarà superiore alle
previsioni, perché dopo l'estate emergerà "una forte spinta"
dalla domanda interna. Lo ha affermato il presidente dell'Abi,
Antonio Patuelli, al termine del comitato esecutivo. "Dopo
l'estate gli incrementi del Pil saranno consuntivati superiori
rispetto alle previsioni, perché emergerà una forte spinta dai
consumi".
"Consuntivati"?
Cavolaccio, quelli dell'Abi sanno cose
che noi non sappiamo!
* l'out-put gap misura la differenza
tra il prodotto interno lordo effettivo e quello potenziale.
Mauro Artibani
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mercoledì 17 maggio 2017
I DAZI SO' C....!
"Combatteremo per i lavoratori
americani e per l'acciaio americano, a partire da ora. Per decenni,
l'America ha perso posti di lavoro e fabbriche per un commercio
ingiusto, ma cambieremo le cose". Ci risiamo, il presidente
degli Stati Uniti, Donald Trump, ha presentato la direttiva firmata,
che dà la "priorità immediata" a un'indagine del
dipartimento del Commercio sull'importazione di acciaio e sulla
possibilità che rappresenti un pericolo per la sicurezza nazionale.
Si tratta di un settore "in cui non possiamo essere dipendenti
dai Paesi esteri".
Trump ha intenzione di appellarsi a una
legge del 1962 per imporre restrizioni alle importazioni di acciaio
per ragioni di sicurezza nazionale, in base al fatto che viene usato
per la costruzione degli scafi delle navi, dove è necessario un alto
standard di sicurezza che, secondo l'amministrazione Trump, potrebbe
non essere garantito dalle aziende non statunitensi.
Si tratta di una nuova mossa di Trump
per portare avanti la sua agenda, che prevede di avvantaggiare i
prodotti e i lavoratori statunitensi. A sentire il suo dire cerano
alcuni degli amministratori delegati del settore dell'acciaio.
Gli Stati Uniti, nel 2016, hanno
importato 30 milioni di tonnellate di acciaio, usati nella
costruzione di palazzi, ponti, dighe e impianti per la lavorazione
del gas e del petrolio. I principali fornitori sono Canada, Brasile,
Corea del Sud, Messico, Giappone e Germania.
Dunque, a colpi di dazi, si combatte in
nome e per conto dei lavoratori a stelle e strisce.
Si, quei dazi, che facendo fuori i
concorrenti non fanno scendere i prezzi anzi li fanno salire
diminuendo il potere d'acquisto di quei lavoratori verso i quali si
scalpita.
Non basta, in nome e per conto di quei
dazi, chi li mette li aspetti: se dazi tu dazio anch'io.
Daziano tutti, chiuse le porte, le
merci non passano, si dovrà ridurre la produzione, l'occupazione ,
il lavoro e i salari: gulp!
Si insomma dazio x dazio =
sessan'cazio.
Dazio io, dazi tu, daziano tutti:
dannazione, la crescita economica si fa con la spesa, con questi
chiari di luna come faccio a farla?
Mauro Artibani
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martedì 1 marzo 2016
INATTIVI E SENZA PAROLE
Lievita il numero di inattivi:
individui che non lavorano e non sono in cerca di occupazione.
Si tratta di una popolazione più vasta dei disoccupati, quasi la popolazione degli occupati: secondo gli ultimi dati Eurostat, gli occupati nel terzo trimestre ammontavano a 169,6 milioni, i disoccupati a 12,9 milioni e gli inattivi a 105,1 milioni.
Uno sguardo alle dinamiche del mercato del lavoro nazionali mostra invece profonde divergenze. L'Italia, ad esempio, risulta il Paese europeo con la maggior crescita di inattivi: si contano almeno 4 su 10 disoccupati che hanno abbandonato la ricerca. Solo il 14,3% ha trovato un'occupazione.
Dopo il nostro Paese, la Finlandia ha visto crescere gli inattivi del 34%, l'Olanda del 27,8% e la Svezia del 25,6%. Mancano i dati della Germania.
Si tratta di una popolazione più vasta dei disoccupati, quasi la popolazione degli occupati: secondo gli ultimi dati Eurostat, gli occupati nel terzo trimestre ammontavano a 169,6 milioni, i disoccupati a 12,9 milioni e gli inattivi a 105,1 milioni.
Uno sguardo alle dinamiche del mercato del lavoro nazionali mostra invece profonde divergenze. L'Italia, ad esempio, risulta il Paese europeo con la maggior crescita di inattivi: si contano almeno 4 su 10 disoccupati che hanno abbandonato la ricerca. Solo il 14,3% ha trovato un'occupazione.
Dopo il nostro Paese, la Finlandia ha visto crescere gli inattivi del 34%, l'Olanda del 27,8% e la Svezia del 25,6%. Mancano i dati della Germania.
Dunque, se la crescita economica vien
fatta con la spesa e, con questi chiari di luna, la spesa non si può
fare, beh....tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino:
L’indice che misura la fiducia dei consumatori di Eurolandia a
febbraio ha evidenziato un calo da -6,3 a -8,8 punti, il livello
minore da oltre un anno. I consumi globali restano fermi al palo.
L'inflazione non riparte. E la ripresa perde slancio.
A farne le spese sono anche i colossi
mondiali come Procter & Gamble che in Italia commercializza
decine di prodotti (da Gilette a Mastrolindo, dalle Pringles al
dentifricio Az). Il colosso americano si prepara dunque a stringere
ulteriormente la cinghia, tagliando costi per altri 10 miliardi di
dollari nei prossimi cinque anni.
L'annuncio è arrivato dalla prima uscita pubblica dell'amministratore delegato David Taylor, in carica dallo scorso novembre, che punta a rendere più agili le attività del gruppo e a fare salire le vendite. Per il gruppo il momento resta complicato: i nuovi tagli, infatti, si vanno ad aggiungere a quelli per 7 miliardi già effettuati dal 2012, anno in cui era stato annunciato un piano di riduzione delle spese da 10 miliardi.
L'annuncio è arrivato dalla prima uscita pubblica dell'amministratore delegato David Taylor, in carica dallo scorso novembre, che punta a rendere più agili le attività del gruppo e a fare salire le vendite. Per il gruppo il momento resta complicato: i nuovi tagli, infatti, si vanno ad aggiungere a quelli per 7 miliardi già effettuati dal 2012, anno in cui era stato annunciato un piano di riduzione delle spese da 10 miliardi.
Brrrr! Riduzione dei costi. Tra questi
non è difficile prevedere quella dei posti di lavoro, così come il
remunero del lavoro.
Così, risiamo daccapo a 12: Il
commercio globale continua da dare segnali di rallentamento. Il
Baltic dry index, indice che traccia i costi di noleggio delle navi
cargo per il trasporto di materie prime, mostra che gli scambi sono
ancora in fase di frenata. Da novembre, mese nel quale l’indice era
sceso per la prima volta sotto quota 500, il Baltic dry ha proseguito
la sua caduta: al momento si trova a 315, quando solo lo scorso
agosto segnava 1.222 (un picco recente, invece, era stato di 2.330 a
fine 2013).
Per tutta risposta il Presidente Renzi
sparge fiducia come se piovesse, per far spendere i renitenti alla
spesa.
Renitenti, magari, proprio quegli
inattivi o i figli, o i padri, o le mogli; i disoccupati con figli e
mogli a carico e perchennò quel 46% di pensionati "al minimo"
o i disabili con assegni mensili di 280 Euro e gli incapienti e
quelli che hanno messo i soldi al pizzo perchè vedono nero?
Presidente, lei ha il diritto di
provarci, io mi arroco quello di restare pessimista.
E Rienzi, non Renzi, proprio Rienzi,
cosa fa questa volta?
Prende lucciole per lanterne: Il
Codacons giudica "insufficiente" il rialzo dell’inflazione
a gennaio al +0,3% dallo 0,1% di dicembre. “I numeri
sull’inflazione sono ancora deboli e crescono a ritmo
eccessivamente lento – spiega il presidente dell'associazione, quel
Rienzi. Ciò che più preoccupa è tuttavia la brusca frenata del
carrello della spesa che passa dallo 0,9% allo 0,3%. Anche i beni
alimentari e quelli più acquistati dalle famiglie subiscono quindi
un pesante stop che non aiuta la nostra economia e non rappresenta un
vantaggio per nessuno. Risulta necessario, per far ripartire
l’inflazione, puntare sui consumi delle famiglie, incentivando gli
acquisti attraverso misure specifiche e strutturali e creando
occasioni di acquisto per i cittadini”.
Glielo dite voi che la crescita si fa
con la spesa e che i suoi rappresentati, per poterla fare, o lavorano
e guadagnano quanto serve per acquistare tutto il prodotto, cosa oggi
difficile, o i più - quelli che dispongono dello stesso reddito da
28 anni - avranno da guadagnare dalla deflazione che rifocilla il
potere d'acquisto?
Mauro Artibani
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giovedì 19 marzo 2015
A QUEI PREVISORI CHE MAL PREVEDONO LO SVOLGIMENTO DELLA CRISI
A pensare male si fa peccato ma spesso
ci si azzecca, diceva Andreotti.
Quelli della Cgil non lo pensano, lo
scrivono: "All’ottavo anno della più grande crisi degli
ultimi due secoli la domanda sorge spontanea: non si accorgono che i
modelli econometrici utilizzati non funzionano? Oppure anche la
“tecnica” di calcolo previsionale viene utilizzata per infondere
fiducia negli attori economici e nei mercati a prescindere dalla
creazione di nuova occupazione e nuovo reddito? Ancora una volta la
metodologia viene piegata alla contingenza “politica”? Possibile
che non si capisca che l’approccio monetarista e tutto dal lato
dell’offerta – anche se con intento espansivo – non possa
colmare i vuoti della domanda effettiva?"
Non paghi, ricostruiscono le stime
previsionali della Banca d’Italia e delle principali istituzioni
internazionali più prossime all’anno di previsione e, dunque, più
utili per ,l’elaborazione dei documenti di economia e finanza su
cui vengono predisposte le manovre finanziarie di fine anno. Quelli
del Sindacato poi, affondano il colpo evidenziando la clamorosa
reiterazione degli errori di calcolo per 7 anni di seguito. Il gap
previsionale, cioè lo scostamento cumulato tra le previsioni
istituzionali e il dato effettivo, oscilla tra i 10,5 (dell’OCSE) e
i 14,3 punti percentuali (del Governo italiano).
Si dirà: ma loro sono di parte nel
riferire.
Mica tanto se il Ministro Padoan, nel
programma di Minoli su Radio 24 lunedì 23 Febbraio, confessa
candidamente "i modelli previsionali non funzionano più".
Già, se non lo sa lui che è stato pure all'Ocse dove sembra proprio
che non ne azzecchino una.
Previsioni? Pah. Manco a parlarne dice
pure Marchionne, Ad di Fca.
Affrontiamo l'arcano e vediamo di
raccapezzarci qualcosa. Diamo un'occhiata ad uno di quegli indicatori
di fiducia, market sensitive, quelli che quando escono fanno tremare
l'economia: la Fiducia dei Consumatori, quella condizione
psico/economica che quando c'è fa il 60% del Pil.
Quando sono in uscita i dati sulla
questa fiducia tutti, ma proprio tutti, tendono le orecchie per poter
scrutare se c'è la ripresa in atto.
Orbene, come si misura quella fiducia?
Con la possibilità di soddisfare il
bisogno con il potere d'acquisto a disposizione.
Semplice, lineare, senza sbavature: un
cacchio!
Se, come ha mostrato il centro studi di
Confcommercio, il reddito disponibile delle famiglie italiane nel
2013 risultava lo stesso del 1990, la faccenda si complica. Eccome!
Se, insomma, ho bisogni insoddisfatti
ed il portafogli floscio, la vedo nera, mi deprimo; la mia fiducia va
sotto zero.
Se, invece a debito, negli anni passati
ho acquistato oltre misura fino ad affrancarmi dal bisogno e oggi,
quello stesso portafoglio mi mette a dieta, manco il fitness, uso
pure il fuori moda e magari vado a piedi o quasi, non sono affatto
affranto, anzi conosco chi si inorgoglisce addirittura.
Ho insomma margini di riserva per non
essere depresso del tempo che mi
aspetta. La mia fiducia tiene.
Orbene, vista questa mia discrezione ad
esser "doppio" vedranno chiaro gli agenti economici che
stanno con me nel mercato. Le Imprese vorranno mettere soldi per
investire e produrre il nuovo?
Le Banche mi daranno credito ed, ancor
più, avranno indietro quello prestato? Ed i Politici incontrandomi
cambieranno strada o mi tenderanno la mano?
Rischi a iosa per tutti insomma. Già,
nessun sistema economico può permettersi una fiducia lasca.
Si, insomma, per limitare i danni tocca
stabilizzare l'umore di qei consumatori.
Una strada v'è, occorre agire sul
potere d'acquisto: se in grado di acquistare quanto viene prodotto
potrà consentire a chi ha bisogno di avere ristoro; a chi manca del
bisogno di intercettarne di nuovi, non è difficile, già li vedo.
Mauro Artibani
giovedì 12 marzo 2015
LE DONNE IL GIORNO DOPO LA FESTA
Passata la festa tra sbornie di
clichès, esercizi di retorica e volumi di luoghi comuni,
ricominciamo:
la ripresa dell'economia mondiale è
nella migliore situazione anemica ma aumentare la partecipazione
delle donne nel processo produttivo potrebbe cambiare in meglio la
situazione.
Fiuuuuuu. La pensa così Christine
Lagarde. Lo dice pure il direttore generale del Fondo monetario
internazionale che, in un post riportato dal sito della Cnbc, mostra
come una reale parità nella forza lavoro tra uomini e donne
aumenterebbe il Pil del 5 per cento negli Stati Uniti, del 9 per
cento in Giappone, il 12 per cento negli Emirati Arabi Uniti e il 34
per cento in Egitto.
Cacchio, se lavorano tante donne,
quanti uomini, siamo fuori dalla crisi?
Macchè. Facciamo quattro conti. Nel
2014, in Italia, le persone occupate erano meno del 56% della
popolazione tra i 15 e i 64 anni con una distanza marcatissima
dall'Unione Europea (il 65,5%). Ancora più marcata è la differenza
nel tasso di occupazione femminile (il 46%).
Già, c'è un problema al femminile,
non il solo però: a conti fatti da noi ci sta un 10% di occupazione
femminile in meno tra le persone occupate, che sono comunque il 9,5 %
in meno che nel resto dell'Ue. Lì però il 34,5% di gente in età da
lavoro non lavora.
Giust' appunto non sembra esserci solo
il problema dell'occupazione di genere; c'è pure quello degenerato
della riduzione dei posti di lavoro tout court.
Allora hai voglia a trovare un
equilibrio di genere. Equilibrio poi che in economia serve a poco;
dentro il ciclo produttivo ancora meno.
Essipperchè, giova rammentarlo, la
crescita si fa con la spesa, che siano i maschietti o le femminucce a
farla cambia poco.
Il problema non sta in chi lavora ma
quanti debbano lavorare perchè si abbiano complessivamente a
disposizione redditi idonei ad acquistare quanto prodotto per far
funzionare il ciclo e generare crescita quindi occupazione.
Maschile e femminile per me pari son!
Anzi faccio l'avvocato del diavolo e da buon maschilista mi tolgo un
sassolino dalla scarpa: Proprio pari non son, hanno figli che le
distraggono, quando non restano ancora incinte hanno quel fastidioso
ciclo, fanno pure le massaie e qual cos' altro. Essì, proprio pari
non son pure quando spendono.
Oh oh se spendono*, un occasione da non
perdere.
Quando, insomma, sembra non esserci in
giro trippa per gatti e non bastano gli auspici dell'Fmi, manco
tentare di fare il lavoro per legge e finanche l'Onu non può fare
granchè, viene il bello al mercato.
Essipperchè il mercato invece può,
basta mandarci proprio quell'altra metà del cielo, magari quella
considerevolmente affrancata dal bisogno. Massì quelle sovrappeso,
anche quelle che vestono alla moda, finanche quelle che si muovono in
Suv.
Già, tutte al mercato a mostrare quel
che sanno e possono fare per poter contrattare, con quelli che hanno
da offrire, il prezzo di quel fare la spesa altrimenti sospesa**.
Così torneranno a fare la crescita, et voilà pure l'occupazione,
magari anche femminile.
Due piccioni con una fava, insomma, non
quella dei maschietti però!***
*In un mondo dove tutto quel che serve
per vivere si è fatto merce hanno la cura di se, dei figli, del
marito, dei nonni e della casa, nella salute e nella malattia. In
questo vivere feriale e festivo, tutte occasioni di spesa, Già,
proprio la dove la crescita si fa con la spesa: fatevi sotto, chi
meglio di voi....
**tra un offerta in eccesso ed una
domanda non costretta dal bisogno.
***Messo in nota si nota meno per non
suscitare scomposte reazioni di genere quando si mostra più
importante, per far funzionare il processo economico, la spesa al
femminile che il lavoro al maschile.
Mauro Artibani
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giovedì 5 marzo 2015
TOH, LA LEGGE PER UN' ECONOMIA RESISTENTE
La crisi langue in un dormiveglia
congiunturale di chi, gira e rigira, nicchia al voler cambiare le
regole del gioco.
Per cominciare a cambiare invece e dare
inizio ad un gioco nuovo ci potrebbe essere bisogno di una legge per
fare una economia resistente, pressappoco questa:
"Visto come la crisi economica
abbia posto in evidenza la necessità ridefinire i legami produttivi
che regolano il rapporto tra gli agenti operanti nel ciclo di
generazione della ricchezza;
Visto che la crescita, da tempo
differita, non consente di poter godere dell'agio di espansione del
ciclo che rinnova la produzione, crea occupazione, reddito e quel
prelievo fiscale che consente di disporre di previdenza, assistenza,
pubblica sicurezza, giustizia, istruzione;
Considerato come si renda necessario,
per lo sviluppo dell'economia di mercato, disporre di un adeguato
equilibrio tra quote di consumo e produzione, per sottrarre quelle
sovraccapacità di processo e di prodotto che svalutano le risorse
impiegate;
Considerato come la crescita renda
indifferibile l'esercizio della spesa;
Considerato come la spesa aggregata,
che il Pil misura ed espone, mostra il diverso contributo fornito
dagli agenti alla generazione della ricchezza nazionale;
Visto che, a spesa fatta, tutti gli
agenti del ciclo traggono ristoro e sprone per l'esercizio del
proprio ruolo, elevando nel contempo la produttività totale dei
fattori impiegati;
Ritenuto di straordinaria necessita'
e urgenza emanare disposizioni volte a favorire un piu'
razionale impiego delle risorse della spesa per dare sostegno alla
crescita economica;
Il Presidente della Repubblica promulga
la seguente Legge:
Art. 1 La crescita si fa con la spesa.
Spesa che genera reddito, buono per fare altra spesa.
Art 2 Il reddito generato dalla spesa
deve compiutamente dare sostegno al Potere d' Acquisto.
Art 3 Occorre allocare le risorse
economiche generate dalla crescita per tenere adeguato quel potere
d'acquisto che consente l'esercizio di ruolo dei diversi operatori
della spesa.
Art 4 L'atto di poter esercitare
l'acquisto dispone una economia più resistente con adeguato
beneficio per tutti gli agenti del ciclo."
Visto che legge?
Niente paura, cultori di vecchi
paradigmi, è solo uno scherzo!
Mauro Artibani
venerdì 10 ottobre 2014
TENIMME N’SIEME TORNACONTO E RESPONSABILITA’
Teniamo a mente, una volta per tutte,
quel che fa il nostro quotidiano fare la spesa: con l’acquisto trasformiamo le
merci in ricchezza, consumandole le facciamo riprodurre, così viene generato
lavoro, si crea occupazione che fornisce reddito; viene data continuità al
ciclo produttivo e sostanza alla crescita economica.
Beh se non è comandare le
operazioni, questo nostro fare, cos’è?
Se non è il Governo della
responsabilità, cos’altro può essere:
Quel sottrarre la
sovraccapacità produttiva che impalla le Imprese;
Quel ripristinare la
produttività del lavoro per chi lavora;
Quel togliere l’invenduto ai
commercianti;
Quel rifocillare il fisco per garantire le
cose pubbliche dell’istruzione, della
sicurezza, della sanità, della previdenza, della giustizia.
Questa è l’ordinaria
responsabilità, che quotidianamente amministriamo come operatori della spesa. Cotanto
servigio messo a reddito ci farà guadagnare.
Siamo pure altro però: Gestori
della Domanda e qui possiamo addirittura far di più, dall’ordinario allo
straordinario.
Ci fu il tempo dell’equilibrio
nel sistema produttivo. Allora la Terra generava materia, il lavoro la trasformava in materiale, l’impresa ne
faceva merce, il commercio la vendeva,
la famiglia la consumava, la Terra poi chiudeva il ciclo smaltendo il rifiuto.
Poi venne il tempo dell’offerta
in eccesso e della domanda pure, tanto per non farci parlar dietro. Il ciclo
perse l’equilibrio, la Terra pure.
Oggi c’è una Terra sgarupata che
fatica a ri-generare risorse e a
smaltire i residui dell’attività economica.
Ci sono pure Tizi allarmati che
si affollano al suo capezzale per portare conforto:
Alcuni, a quella triste crescita che sfianca,
contrappongono la “Decrescita Felice” che mette a dieta tutti.
Altri, ambientalisti ortodossi,
che temono per quella “ madre terra” stressata e offesa, processano gli
squilibri dello Sviluppo economico.
Ci sono pure quelli che all’io
preferiscono il noi; al solista, il coro.
Per loro la terra è un “bene
comune” , altro che un bene di pochi.
Tutta gente questa, garbata,
gentile, mossa da nobili intenti.
Pure un po’ aristocratico però
quel fare da pedagoghi che non acchiappa
interesse e finisce per farli abbaiare
alla luna. Ecco,
approposito di interesse: Si, noi siamo interessati.
Se si può guadagnare con il fare
la spesa, abbiamo interesse che si possa continuare a farla. Se la Terra,
malata, mette a rischio il futuro del nostro guadagno dobbiamo sventare questo
rischio.
Eggià, se la Terra fa per noi,
noi dobbiamo fare per essa.
La gestione della Domanda costituisce la possibilità.
Il modo invece sta nel fare domanda di merci a basso impiego
energetico ed eco-compatibili; pure quella di beni immateriali e di prodotti
ignudi, svestiti dai packaging sfrontati.
E quando tutti in coro facciamo quelle domande beh, allora la
domanda comanda e all’offerta toccherà ubbidire.
Eggià, questo s’ha da fare per la
nostra cara amica: rassodare la capacità
riproduttiva e ripristinare quella di smaltire i residui.
Lunga vita alla Terra, insomma,
ed al nostro guadagno.
Ed un evviva a tutti quei
compagni di regata che, navigando di bolina, per ripulire la Terra sono in grado di andare
contro i venti che la sporcano.
A
chi parrebbe di poter scorgere in questo fare tracce d’una possibile alleanza
tra il tornaconto e la responsabilità, scorga; scorga pure
Mauro Artibani
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giovedì 10 luglio 2014
LA SCOMMESSA PERSA DELLA PRODUTTIVITA’
La
vulgata nazionale inneggia al miglioramento della produttività aziendale, costi
quel che costi, per andare oltre la crisi.
Cosa buona e giusta che quel miglioramento debba passare, anche, per la
riduzione del costo del lavoro.
Come si ottiene? Beh, ad occhio e croce: con
l’automazione dei processi produttivi si
riducono gli occupati , diminuisce il clup. Si può pure tener fermo il remunero
del lavoro, come avviene da illo tempore, pure qui giù il clup.
Beh,
detto fatto a giudicare dai numeri che mostra l’Istat: Tasso di occupazione tra
i 15/64 anni sta al 55,6%;
a maggio il tasso di disoccupazione al 12,6%,
in aumento di 0,1 punti percentuali su aprile; quella giovanile sta al 43%.
Orbene,
ora così conciati, diamo volgarmente un’occhiata a dove ci si va a ficcare.
Con
in giro meno redditi da lavoro, vieppiù pure insufficienti ,questo rende
l’impresa più produttiva?
Non lo mandano a dir, le associazione dei
consumatori Adusbef e Federconsumatori: "Cosa gravissima che ha contribuito a far diminuire in termini
complessivi il potere di acquisto delle famiglie, sceso del 13,6 % dal 2008,
ciò ovviamente comportando una forte contrazione del mercato solo nel biennio
2012-2013 di -8,1%, pari alla colossale cifra di 58 miliardi".
E quando questo accade, accade pure che si riduce
il prelievo fiscale, aumenta il debito pubblico; per mettere un freno lo Stato
riduce le prestazioni di welfare erogate.
Fiuuuuuu, toccherà pure ad altri pagare dazio.
Se ne avvede Marco Venturi, presidente di
Confesercenti che scalpita:
"Nel 2014 un pensionato 'medio' perderà
1.419 euro di potere d'acquisto rispetto al 2008. Sono oltre 118 euro in meno a
mese, sottratti a consumi e ai bilanci delle famiglie. Che sempre più spesso
sono sostenuti proprio dai pensionati diventati, durante la crisi, pilastri del
welfare familiare".
E
nell’impresa?
Beh, accade
che il tornaconto della produttività si muta in sovraccapacità: danno insomma!
Si dirà: ma
la produttività è produttività!
Già e
quella produttività sarà in grado, contenendo il costo delle merci, di
rifocillare quel potere d’acquisto al fin di rendere produttivo pure il fare di
quelli che fanno la spesa?
La
scommessa sta tutta qui e ad oggi sembra perduta!
Mauro
Artibani
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venerdì 21 febbraio 2014
QUELLA RESPONSABILITA' DEI CONSUMATORI
Quando la capacità produttiva delle aziende
confeziona una offerta superiore alla capacità di spesa degli
acquirenti si
contrae lo sviluppo. Si mostra evidente come la crescita
economica risulti vincolata dall’esercizio della spesa.
Crescita, ancora sostenibile, fin quando
l’insufficienza cronica del reddito, che spende, ha trovato il
soccorso del credito generando il 60% del PIL, fino ad affrancare i
Consumatori dal bisogno; insostenibile quando il debito, entrato in
sofferenza, ha reso quel credito inattingibile, bloccando il
meccanismo dello scambio domanda/offerta.
Questi fatti consentono ai Consumatori di
guadagnare un vantaggio: hanno più
bisogno i Produttori di vendere che i Consumatori di acquistare.
La Domanda comanda, insomma.
Mettere a reddito questo vantaggio confeziona
l’opportunità di tornare a far migliorare la produttività totale
dei fattori e garantire la crescita.
Giust'appunto, migliorare la produttività
totale dei fattori, altrimenti...
Altrimenti accade che la
produzione industriale cala nella zona euro a dicembre dello 0,7%.
Quella sovraccapacità non smaltita
riduce il profitto; chi lavora a quell'eccesso non potrà reclamare
alcun aumento del reddito e la spesa andrà ancor più giù.
Se tanto mi da tanto i Consumatori, associati
in network, hanno l'opportunità di commerciare
la gestione delle risorse impiegate nell’acquisto: Tempo,
Attenzione, Ottimismo.
Un prodotto/servizio che estrae valore
dall’azione di consumazione mediante il confezionamento della
Domanda che, offerta proprio a chi deve smaltire l’eccesso di
capacità produttiva, rifocilla il portafoglio. Quel portafoglio che
speso, smaltisce quella sovraccapacità, fa fare profitto;
restituisce valore al lavoro produttivo, quindi adeguato reddito,
proprio quello che spende.
A tal domanda, unica merce scarsa sul mercato,
chi potrà sottrarsi dal rispondere „Yes“
Un momento. A Consumatori di tal fatta toccano
si gli onori, ma anche gli oneri!
Eggià, domanda, tanta domanda c'è ancora da
fare:
Domanda che obbliga i Consumatori a prendere in
carico la responsabilità di fornire indirizzo ai Produttori per una
offerta di merci che si mostri sensibile al risparmio nell’impiego
delle risorse.
Domanda di ciò che si vuole, non acquisto di
quel che si trova: innovazione assoluta.
Domanda che rivendica ruolo economico
all’esercizio di consumazione, dignità all’atto.
Domanda che, esercizio plurale, chiama al
consorzio gli individui, mettendo la sordina ad aride liturgie
singolari di acquisto.
Mauro Artibani
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giovedì 24 ottobre 2013
ECONOMISTA SARA' LEI!
Glielo dico: Economista sarà lei.
Io sono un Economaio, che studia
l’Economia dei consumi, quella che gli accademici non scorgono e
che le facoltà di Economia non insegnano.
Giust'appunto Loro, quelli mentori
dell'economia della produzione, propagandano un paradigma che
spacciano in ogni dove.
Recita: I Produttori producono beni,
occupazione, ricchezza, remunerano il lavoro, danno ristoro ai
bisogni. Con tal editto sulle Imprese sventola il vessillo del ruolo.
Ne reclamano i vantaggi. Ne hanno ben donde!
A me però non tornano i conti. Io
sbircio altrove, non credo alla credenza.
Perchè?
Percome vanno i fatti, nella
fattispecie due:
Approposito del remunero del lavoro, il
reddito disponibile delle famiglie italiane nel 2013 torna ai livelli
di 25 anni fa. l'Ufficio Studi di Confcommercio evidenzia che, nel
2013, il reddito disponibile è pari a 1.032 miliardi di euro,
rispetto ai 1.033 del 1988.
A sproposito si parla, invece, di
ristoro dei bisogni. Essipperchè, se invece di cibarsi si ingrassa,
se ci si abbiglia alla moda che passa di moda e per andare da qui a
lì si acquista un Suv: ma quale bisogno d'eggitto!
Nell'economia dei consumi, insomma,
l'affrancamento del bisogno fornisce la cifra distintiva;
l'insufficienza del reddito che spende, la cifra dello squilibrio che
fa saltare i conti. Quel paradigma non scorge tal fatti, rimesta
soluzioni improvvide.
Già, proprio in mezzo alla crisi si
pensano soluzioni sghembe.
Il vicepresidente della Commissione
europea e commissario per l'Industria e l'Imprenditoria, Antonio
Tajani, ci rammenta come l'UE intenda essere protagonista della
crescita del vecchio continente approvando un Piano per la
reindustrializzazione che ha l'obiettivo di raggiungere entro il 2020
la quota del 20 per cento del prodotto interno lordo della UE,
proveniente dal settore manifatturiero.
Bella no? Proprio quando non si investe
né si produce perchè manca chi spende e l'impresa va a rotoli, si
pianifica nuova impresa.
Orbene, diamo un'occhiata a quanto
fanno quei tizi affrancati sia dal bisogno che da redditi adeguati.
Proprio loro, quelli che, quando spendono, fanno fino al 60% della
crescita.
Quando fanno la spesa, appunto!
Quando non possono farla, la merci
restano invendute, il loro valore non si trasforma in ricchezza,
ancor più non si riproduce: approposito di nuova
industrializzazione!
Ennò Signori non ci siamo, quel
paradigma, con il quale sono state confezionate la regole del sistema
produttivo, non funziona.
Provate questo è belleppronto,
istituisce la regola dell'economia dei consumi: “La crescita si fa
con la spesa. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a
fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di reddito per
remunerare chi, con la spesa, remunera.”
Eggià, così potrà tornare ad avere
senso economico fare Impresa!
Mauro Artibani
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mercoledì 29 maggio 2013
OCCUPATI A SPENDERE PER CREARE OCCUPAZIONE
Risoluto il presidente Giorgio Napolitano: “Viviamo nel contesto di una crisi angosciante e drammatica che impone alle istituzioni, alle forze sociali e alle imprese la messa in atto di efficaci soluzioni per rilanciare l'occupazione e lo sviluppo economico e sociale del Paese".
Papa Francesco non si sottrae: "Fare ogni sforzo per dare nuovo slancio all'occupazione perché questo significa preoccuparsi della dignità delle persone".
Ci mette del suo il cardinale Bagnasco: “Il lavoro è la prima emergenza dell' Italia, la lama più dolorosa nella carne della gente”
Al telefono con Letta pure il presidente Obama si è detto pienamente d'accordo circa l'esigenza di prestare attenzione prioritaria alle politiche volte a fronteggiare la disoccupazione.
L'allarme che risuona nelle parole dei Nostri si mostra nei dati dello studio Ires Cgil sulla base di dati Istat. Nel quarto trimestre 2012 l'area della sofferenza e quella del disagio occupazionale, nel complesso, sommano 8 milioni e 750mila persone in età da lavoro (+10,3% sullo stesso periodo del 2011 con 818mila persone in più in difficoltà). Rispetto all'ultimo trimestre del 2007, l'area è cresciuta di 2,8 milioni di persone con un 47,4% in più. L'area della sofferenza occupazionale (disoccupati, scoraggiati e cassa integrati) aumenta di 650mila unità, (+16,6%) arrivando a quota 4 milioni 570mila persone. L'aumento rispetto al periodo pre crisi (ultimo trimestre 2007) è di 1,9 milioni di persone (+70,1%). L'area del disagio (precari e part time involontario), pari nell'ultimo trimestre 2012 a 4 milioni e 175 mila unità, aumenta del 4,2% (+168.000 persone) e del 28,6% rispetto allo stesso trimestre del 2007 (+927.000 unità).
Già, Lor Signori ne hanno ben donde nel dire quel che dicono. La mancanza di occupazione genera angoscia, dramma; priva della dignità, infligge dolore.
Chiamare a rapporto Istituzioni, forze sociali e Imprese un dovere istituzionale, rispondere un obbligo.
Alle istituzioni, per quel che possono, toccherà dare regole al lavoro. Eggià, solo regole, non disponendo di strumenti efficaci per regolare i processi economici, non dispongono lavoro.
Le forze sociali sembrano volersi accordare anzi associare; di più, Capitale e Lavoro sono ad un passo da un patto, quello tra i Produttori. Ci sta dentro chi produce l'eccesso di offerta e chi per quell'eccesso lavora: l'unione di due debolezze non fa una forza.
Le Imprese, pur esse in mezzo al guado, per continuare a fornire occupazione ai dipendenti dipendono dai redditi sufficienti di quelli che fanno la spesa per acquistare quel che da dipendenti hanno prodotto. Altrimenti....
Altrimenti accade quel per cui siamo qui a lagnarci.
Già, il problema sta tutto dentro la circolarità di questo processo: ci saranno occupati che lavoreranno per produrre se ci sarà gente occupata a spendere per acquistare quanto è stato prodotto e poi occupati ancora a consumare l'acquistato.
Perchè questo avvenga occorre disporre una più idonea allocazione della ricchezza che quel processo genera. Idonea, appunto, a ripristinare l'equilibrio tra reddito e spesa.
Eggià, perchè la crescita si fa con la spesa, la spesa con il reddito.
Quello stesso reddito buono per generare pure occupazione: cose dell'altro mondo!
Mauro Artibani
Studioso dell’Economia dei Consumi
www.professionalconsumer.wordpress.com
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giovedì 2 dicembre 2010
CONSUMATORI: OCCORRE FARE IL PUNTO SULL’OCCUPAZIONE E SUL REDDITO

Per i Consumatori cambia tutto se l’occupazione diviene funzione del reddito.
Diamo un’occhiata.
Quando, dentro il processo produttivo, l’occupato percepisce un reddito adeguato a smaltire quanto prodotto, il meccanismo risulta in equilibrio. Quel reddito si mostra funzione dell’occupazione che produce.
Quando la Domanda manca di reddito sufficiente per smaltire il prodotto, si riduce il numero degli occupati necessario a riprodurre quel prodotto; il meccanismo perde equilibrio, l’occupazione diviene funzione del reddito che acquista.
Le politiche del lavoro che sollecitano sgravi al costo di quel lavoro per rimpinguare il reddito, ancorchè residuali, risultano insufficienti. Insufficienza che non smaltisce le scorte, che riempie i magazzini rendendo altresì inefficaci le proposte di sostegno alla produzione.
Si rende necessario ripristinare l’efficienza del mercato: sospendere le politiche reflattive per ridurre i prezzi ed aumentare il potere d’acquisto, rintuzzando la riduzione dei redditi da lavoro ovvero si può fornire un reddito che remuneri l’esercizio di acquisto della domanda in eccesso. Reddito estratto da quel profitto che remunera il rischio di impresa, da barattare con la garanzia di smerciare quanto prodotto.
Mauro Artibani
Per approfondire il tema trattato: PROFESSIONE CONSUMATORE
Paoletti D’Isidori Capponi Editori
Marzo 2009
www.professionalconsumer.splinder.com
www.professioneconsumatore.org
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