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giovedì 5 febbraio 2015

PORCA MISERIA!

Porca miseria, il disagio sociale ha toccato in Italia un nuovo livello record.
Lo dice Confcommercio.
Poi ficca il dito nella piaga: il Misery Index, elaborato dall'associazione dei commercianti, è aumentato a novembre, rispetto al mese precedente, di 0,3 punti a 22 punti. Si tratta del valore più alto da quando l'indice viene calcolato.
La Confcommercio spiega che l'aumento è imputabile al modesto aumento dell' inflazione di beni e servizi ad alta frequenza di acquisto e al progresso dello 0,2% della disoccupazione estesa.
Gli esperti ricordano che quest'ultimo dato viene ottenuto aggiungendo ai disoccupati ufficiali la stima delle persone in CIG e degli scoraggiati.
Si dirà: co' sta crisi, questo è il minimo che possa capitare!
Ennò cocchi. Questo impoverimento e il figlio di quello precedente, genitore della crisi.
L'impoverimento è causa prima, effetto poi della crisi. La crisi è solo il registro degli eventi.
Essipperchè, se la crescita si fa con la spesa e non ho i denari sufficienti per farla, farò meno crescita che genererà meno ricchezza; avrò meno di prima. Più misero appunto.
Pure l'impoverimento non è causa ma effetto dei redditi insufficienti erogati dalle Imprese a chi lavora.
Bastardi quelli dell'impresa?
Beh, hanno sottoremunerato la sovraccapacità del lavoro che ha ingolfato il mercato, pagando però lo stesso prezzo con la riduzione dei ricavi.
L'impoverimento insomma dilaga tra immiserenti, immiseriti da un offerta in eccesso e chi miseramente, lavorando troppo e spendendo poco, manda la domanda in difetto che, misera, svaluta le merci.
Fiuuuuu!
Oibò, non si può. Tutta questa miseria è un lusso che nessuna società può permettersi, ancor meno quella dove si adoperano quegli immiseriti: la Libero Mercato Spa.
Per uscire dal guado i maggiorenti ivi associati, quelli che vendono e quelli che acquistano, devono poter tornare a fare quel che gli tocca per ruolo societario. Per farlo tocca loro fare il contrario del fin qui fatto: agli acquirenti toccherà vendere la loro domanda inespressa a chi ne ha bisogno per rifocillare il potere d'acquisto; ai venditori toccherà attrezzare business che funzionino remunerando le risorse impiegate dagli acquirenti che vorranno acquistare*.
Tocca pure ai Policy Maker fare: costruire ambienti normativi e fiscali in grado di rendere conveniente quel fare alla rovescia, magari sospendendo pure l'efficacia di quelle politiche di reflazione che hanno alterato il meccanismo di formazione dei prezzi.

*Ci sono Imprese che già lo fanno: Ikea remunera il tempo del montaggio dei mobili con il prezzo più basso; le tv commerciali e le free press remunerano l'attenzione prestata con la gratuità dei loro prodotti; Groupon, Groupalia, Lets Bonus remunerano l'ottimismo con risparmi nell'acquisto fino all'80%; lo fanno pure gli Outlet che guadagnano con l'aver reso perenne quel saldo che rifocilla il potere d'acquisto.

Mauro Artibani

mercoledì 30 aprile 2014

NUOVO EQUILIBRIO CON L’ ECONOMIA DEI CONSUMI



Fin quando non prenderemo atto dell’avvenuto mutamento strutturale dell’economia, caratterizzata dalla centralità dei consumi - meno dalla produzione - ci troveremo ad essere costernati dai dati micro/macro che agenzie di tutte le risme ci propinano ogni dì.
Per esempio: L'indagine congiunturale elaborata dalla Commissione Europea,  sul morale dei consumatori della zona euro mostra, ad aprile,  un -8,7 %.
Dell’ Italia parla l’Istat, dice: Oltre un milione di famiglie sta senza reddito da lavoro. Si tratta di 1 milione 130 mila. Tra questi quasi mezzo milione (491 mila) corrisponde a coppie con figli, mentre 213 mila sono monogenitore.
Ci si mette pure Unimpresa: “gli acquisti low cost nel primo trimestre del 2014 sono cresciuti del 60%. Le famiglie italiane inseguono sempre di più risparmi e promozioni: 5 su 7 hanno provato almeno una volta i discount nel primo trimestre di quest’anno, confermando una tendenza cresciuta con la recessione e consolidatasi nel 2013”.
Coldiretti ci mette il carico da  11: “Più di quattro italiani su 10  mangiano il pane avanzato dal giorno prima, con una crescente tendenza a contenere gli sprecchi.  La crisi ha portato i cittadini a sviluppare diverse tecniche per evitare quello che una volta veniva considerato un vero sacrilegio”.
Se tanto mi dà tanto, tutto ciò ha inevitabili conseguenze sui ricavi degli esercenti. C’è chi stima che l’impatto sui conti potrebbe arrivare ad avere un’incidenza negativa del 65-70%.
Fiuuuuuu! Questo aggraverebbe un quadro già profondamente depresso.
Del resto, nel 2013 i consumi sono scesi del 2,6% cosicchè quando i consumi delle famiglie - che fanno il 60% del Pil – languono, la crisi si mostra.
Si, insomma, meno consumi, meno produzione, meno occupazione, ancor meno reddito.
Dopo la sbornia dei dati ricominciamo daccapo. Dai consumatori, quelli del 60% del Pil.
Si può con ragione supporli esterni al ciclo della produzione, come una scaduta dottrina economica ancora pontifica?
Si può con ragione supporre che tal esclusione ingarbugli il ciclo svalutando il produrre e, pure, il lavorare?
Lecito porli al centro del ciclo produttivo a far fare loro quel che sanno fare?
Bene, proprio mercato, dove produttori e consumatori si debbono fare soci per fare la crescita, si mostra quell’intoppo che fa la crisi.
Già, proprio qui, la domanda, pur risultando essere l’unica merce scarsa,  non riesce a fare prezzo di tal valore perché le politiche di reflazione messe in campo hanno impallato il meccanismo di formazione dei prezzi, ottenendo l’ineguagliabile risultato di far mancare ai soci consumatori il denaro per fare la spesa.
Orbene, se la crescita si fa con la spesa, quella spesa che  genera reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa, occorre  allocare quelle risorse di reddito per ricapitalizzare quei soci, della  “Libero Mercato Spa”, che con la spesa remunerano.
Da riallocare c’è tanto: in Italia, 1500 miliardi di euro l’anno; nel mondo 60.000 miliardi di $. Buoni per tornare a fare nuova crescita; ottenendo pure il non trascurabile vantaggio di poter restituire valore alla produzione ed al lavoro.
Et voilà, l’Economia dei Consumi!


Mauro Artibani