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martedì 30 giugno 2020

MA QUALE PREGIUDIZIO ANT’IMPRESA

Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, non perde l’occasione di sbandierare il Libro Bianco con su scritto il voler trasformare l’Italia, entro il 2030, in un paese più efficiente e produttivo, con una migliore spesa pubblica e un piano per la riduzione del debito. Ok, quando riuscirò ad averne copia, saprò cosa si vorrà fare per il Paese. Oddio, son curioso di saper pure cosa vorranno fare per la produttività delle proprie Ditte. Per non farla troppo lunga prendiamo di petto, giust’appunto, l’efficienza e la produttività. Prima, nell’evo passato, le imprese, con la produttività, erano riuscite e fare il meglio, magari tagliando il costo del lavoro, rifilando a chi lavora redditi insufficienti per poter acquistare quanto veniva prodotto* ottenendo il disprezzabile risultato di finire in surplus produttivo; per riparare al danno si aggrapparono a tutte le asimmetrie informative** spendibili e alle politiche monetarie lasche per non far scendere i prezzi. Ebbri ancor del credito del “produrre la ricchezza”, dimentichi come il fare merci sia, seppur condizione necessaria, nient’affatto sufficiente per generarla; sufficienza che, piaccia o meno, sta in carico alla spesa. Permalosi pure: se dici ma…. sei ant’impresa. Giacchè non lo sono, provoco: la pandemia spinge a rivedere i processi innescati dalla globalizzazione aprendo una questione grande così. Le catene globali del valore rischiano di venire squassate con gli annessi profitti degli affiliati alle filiere. Già, proprio quel profitto che, nell’economia lineare ed aperta, remunerava il rischio d’impresa mentre, dentro quella circolare e continua, intrappola risorse sottraendole alla crescita. Diamo un’occhiata. Dentro le filiere produttive si trovano ficcati il titolare del prodotto, i fornitori di materie e quelli dei materiali; chi fornisce i macchinari, i designer nonché quelli della pubblicità e quelli del marketing; ci stanno i fornitori di credito, pure quelli della logistica, giù fino ai commercianti, tutti in credito di rischio che, a compenso, reclamano il profitto. Orbene, rischio per rischio, quale Impresa vuol correr quello, con la pandemia, di trovarsi costretto nelle catene di approvvigionamento del vecchio paesello che è tanto bello? Ci siamo, l’ora batte. Un modo nuovo della produttività s’affaccia: quella interfattoriale. Per schivare la sorte del campanilismo di ritorno, tocca investire il profitto da rischio per remunerare chi, con la spesa, quel rischio lo abbatte. Niente paura: nell’Economia dei Consumi, proprio dove l’esercizio dell’acquisto e della consumazione chiudono il cerchio, dando continuità al ciclo produttivo, viene sottratto rischio all’impresa. Il remunero del rischio, riallocato per dare sostegno alla domanda, tiene attiva la funzione consumo; per i Produttori un investimento che rende efficiente la gestione dei fattori della produzione, garanti dell’utile d’impresa. Se viene a ridursi il prezzo delle merce si rende competitivo il prodotto; viene rifocillato il potere d’acquisto per poter avere ben più di quel-che-serve-per-vivere associando, insomma, l’acquirente alla „ditta“. Già, solo con i consumatori, azionisti della filiera, le catene potranno compiutamente approvvigionare il valore sventando le “catenelle caserecce” che legherebbero chi, proprio nel globo interconnesso, trova il meglio tra i multifattori da aggregare, per confezionare al meglio ed esportare. *I dati di Confcommercio lo certificano, tra il 1979 e il 2013 i redditi disponibili delle Famiglie ristagnano. **Pubblicità, marketing, moda, credito al consumo, big data e…. chi più ne ha, più ne metta! Mauro Artibani, l'economaio https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_3_7?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=mauro+artibani&sprefix=mauro+a%2Caps%2C207&crid=E9J469DZF3RA

martedì 25 febbraio 2020

LA MONETA AGGIORNATA ALLA NUOVA ECONOMIA

A lume di naso, e senza farla troppo lunga nè troppo keynesiana, quando uso la moneta penso: dispone il remunero di chi poi dovrà spenderla; indica nel contempo il modo per esser spesa al meglio. Dunque, quella stessa moneta che, per entrare in esercizio, deve essere prima guadagnata da chi poi dovrà spenderla: vale, perchè consente di comparare e misurare il valore di quel che debbo acquistare; intermedia, facendo il prezzo tra il valore del mio voglio e di quel che mi offrono; tenuta in tasca, diventa una riserva di valore da spendere. Orbene Chiarissimi, che per obbligo di ruolo la studiate, non intendo sfidare le vostre competenze, appendo solo una premessa poi qualche dilemma. La moneta si riceve in cambio di una prestazione d'opera. I remunerati ne mettono in tasca in ragione della produttività della prestazione effettuata. Il corso legale e la fiducia che raccoglie, la rendono spendibile. Bene, nell'evo economico d'oggi, dove l'utilità marginale della spesa diminuisce mentre cresce quella della domanda, si pone il dilemma della fiducia per quella moneta che regola gli scambi. Se la moneta remunera il capitale e il lavoro per quell'aver prodotto, quando gli spiccioli che hai in tasca non consentono di poter fare la spesa che occorre a smaltirlo, quei fattori dovrebbero svalutarsi entrambi. Già, dovrebbero. Per quel dannato meccanismo di trasferimento, invece, viene svalutato solo il lavoro; ai gestori del capitale, altrettanto svalutato, la moneta resta in tasca con in più il resto del tagliato a chi ha lavorato. Di male in peggio. Il malloppo non finisce neppure nelle tasche giuste, tra chi non ha bisogno e chi ne ha, per acquistare quel che si offre cosicchè quest'ampia riserva di valore, non speso per fare la crescita, finisce svalutato riducendo il valore pure della moneta. Per non far crollare quella fiducia che l'ha resa spendibile e che ridotta riduce pure gli acquisti, le Banche titolari del conio aizzano azioni monetarie, appunto, per riparare il danno dando sostegno a quei prezzi che, sostenuti, peggiorano quel già insufficente potere d'acquisto. Si chiama, insomma all'ozio, non al negozio, limitando l'uso proprio della moneta. Una moneta, monetaristicamente liquida, che rischia l'illiquidità? Se si, un'illiquidità che sottrae valore proprio a quella misura del valore: bella, no? Ecco, appunto, da dilemma a dilemma che rivolgo alla vostre competenze: cosa dite di una moneta "integrata" che oltre a farsi strumento con cui remunerare il produrre, remuneri pure il consumare misurandone il valore d'esercizio? Suvvia, una moneta che remuneri un Potere d'Acquisto, interamente garantita da asset reali: quelle riserve monetarie, messe al pizzo da quelli del Capitale che, rifocillando, forniscano la garanzia d'impiego del "Credito di Spesa*", prodigo figlio d'un esercizio di consumazione remunerato. * C d S, quello "spenderò" necessario per poter svolgere, senza renitenza, parte dell'esercizio di ruolo. Mauro Artibani, l’economaio https://www.amazon.it/s?k=mauro+artibani&__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&ref=nb_sb_noss_1

martedì 3 settembre 2019

OH, OH, CI RICAPITALIZZANO

Co' 'sta, calura vedi in giro solo paglia. Ecco, si paglia, come quella che alla Politica ho fatto annusare per aiutarli ad uscire dal guado del dire nulla o, peggio, del dire il già detto. Massì, di quella Ditta “Libero Mercato spa”, che per Voi ripiglio e distillo in modalità tecnica: Quell' azienda pro-crescita che agisce de facto per tenere in equilibrio produzione e consumo, impiegando al meglio le risorse produttive degli addetti e l'adeguata allocazione delle risorse di reddito per sostenere la crescita e generare ricchezza. Agenti economici vi agiscono con ruoli integrati per la produzione dell’offerta, la generazione della domanda, del commercio, dello smercio, fornendo distinto contributo a quella spesa aggregata che fa la crescita. Il remunero degli operatori, che compensa quel diverso contributo, andrà speso nel circuito aziendale per rendere fluido e continuo il ciclo produttivo. Giust'appunto, un marchingegno societario che disponga l'adeguata capitalizzazione degli azionisti mediante una diversa allocazione della ricchezza colà generata. Oh,oh, ancora una volta dagli accademici si nicchia; a suo tempo, qualcuno avrebbe pure esecrato. Veniamo al sodo. Quando senti dire: "basta con la generazione dei profitti solo a beneficio degli azionisti" salti sulla sedia. Ehi, lo dice la "Benemerita" Business Roundtable, un gruppo che riunisce quasi 200 Ceo delle più grandi aziende americane; fa un elenco delle sue nuove priorità rompendo con la tradizione caldeggiata da Milton Friedman. La "B"BR forse reagisce alla crescente spinta del populismo montante e del cambiamento climatico incipiente cambiando rotta. Sia come sia lo fa spiazzando gli azionisti, ficcandoli tra i cinque impegni che intende prendere con gli altri: dipendenti, fornitori, comunità locali e consumatori. Dicono che tra i nuovi obiettivi della Corporate America ci sia il voler "garantire valore ai nostri consumatori, centrando e, persino superando, le loro aspettative". Fiuuuu, "soci" appunto e ricapitalizzati? Approposito, se non si vuol sol dirlo ma farlo, pure il malloppo ci sta. Vien fuori dall’indice Janus Henderson Global Dividend che mantiene invariate le stime per l’anno a quota 1.430 miliardi. Solo nel secondo trimestre il totale corrisposto dalle Società ai loro azionisti ha segnato un nuovo record a 513,8 miliardi di dollari; quei benemeriti americani dispongono di un tesoretto da redistribuire di 121,7 miliardi. Mauro Artibani, l'Economaio https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_3_7?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=mauro+artibani&sprefix=mauro+a%2Caps%2C207&crid=E9J469DZF3RA

martedì 19 febbraio 2019

OFFRIAMO L'ACQUISTO A PREZZI MODICI

Quattro fatti ed un interpretazione. Quando l’OFFERTA di prodotto ha sopravanzato la DOMANDA siamo entrati trionfanti nell’economia dei Consumi. Quando, affrancati dal bisogno, viene sollecitata l’insaziabilità del desiderio, per costruire attese di acquisto, quell’economia si fa Società. Quando il benessere viene acquisito dai più, la SocioEconomia dei Consumi trionfa. Quando saltano remore, valori, etica, morale finisce il “proibizionismo”; sacrificio necessario per non porre ostacoli ad uno sviluppo indefinito. Voilà la vita spesa a fare la spesa. Un crescendo rossiniano per una musica da organetto. Questo ci tocca fare per mantenere il nostro tenore di vita. Quanto ci costano questi vocalizzi da operetta? Redditi insufficienti, sovraindebitamento, monnezza che ci soffoca, relazioni umane sacrificate alle liturgie acquisitive. Non è un bel vedere. C’è stato affibbiato un compito: offrire garanzia di consumazione del prodotto, costi quel che costi. Per i costi sociali delle allucinate solitudini ci pensa la letteratura sociologica; i costi ambientali li fa l’ecoeconomo. Facciamo almeno quelli delle nostre tasche. I consumatori Usa, con 2.560 mld di $ impiegati per il Credito al Consumo, mostrano la loro solerzia e con un oceano di fallimenti individuali la loro abnegazione. Se tanto ci da’ tanto: quale futuro per il nostro futuro? Lo 0,7% del Pil Usa, generato dal business del credito, non lenisce le nostre pene; le alchimie finanziarie a supporto del debito, che scoppiano come bolle di sapone, neppure: buio in fondo al tunnel. Dobbiamo rimboccarci le maniche epperchennò mettere a profitto il Valore delle nostre azioni. Tutte. La garanzia di consumazione del prodotto, la nostra FIDUCIA, l’impiego del nostro tempo, l’attenzione, il denaro pure la prodigalità: insomma la pratica quotidiana dell’Azione. Questo il nostro contributo: un vero e proprio LAVORO. Se retribuito potrà dare sprone alla baracca. Se solidale dare ristoro a quelle solitudini. Rassettare l’ambiente per non lavorare “immondezzati” diventa un obbligo. E poi, giova farne tesoro, un ambiente consumato non possiamo consumarlo.   P.S. Vista la congiuntura sfavorevole delle nostre finanze offriamo l'acquisto a prezzi modici.   Mauro Artibani, l'economaio https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_3_7?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=mauro+artibani&sprefix=mauro+a%2Caps%2C207&crid=E9J469DZF3RA

martedì 15 gennaio 2019

CI RISIAMO, SFIDUCIA PER TUTTI!

Ci risiamo, l’Isae riferisce i malumori che si intravvedono oggi e che possono infettare il domani, la fiducia delle imprese torna a scendere. Ente impietoso, sempre loro, con fare notarile ci raccontano pure come la fiducia dei commercianti mostri segnali di forte rallentamento. Pure il morale degli uomini d’affari va maluccio. Mi è parso di vedere pubblicitari depressi. Ho visto un marketing-man in piedi sul davanzale della finestra con lo sguardo fisso nel vuoto. I bancari vedono a rischio baracche e burattini. Cosè tutta st’epidemia? La sfiducia dei consumatori. Cos’altro sennò? Se tanto mi da’ tanto, possono ragionevolmente fare investimenti i produttori? E i commercianti possono intravedere il sol dell’avvenire? I pubblicitari mancano di convinzione nel convincere; quelli del marketing producono  Domanda inascoltata. I bancari incupiti; quegli stessi che avevano finanziato spensieratamente. Signori, potrei parlarvi della nostra tristezza di Consumatori, della nostra esausta volontà, del nostro debito di ottimismo verso il futuro. Per farla breve: è tutta questione di soldi, quelli che ci mancano per continuare a recitare le nostre liturgie del consumo. Sfiduciati pure noi: ne abbiamo ben donde. Tra tante Sfiducie: voilà la soluzione. Una soluzione tutta interna alle regole del mercato: Domanda e Offerta. La nostra Fiducia può ridare sprone all’intera filiera economica. Dare smalto agli investimenti, luci alle vetrine, furore ai pubblicitari, nuova vis a quelli del marketing fino a ripristinare credito e crediti ai creditori. Questo può la nostra Fiducia; questo il suo Valore economico. Questo il Valore della nostra Offerta. Non faremo mancare la Domanda se,in cambio, otterremo quei vantaggi che servono a rinvigorire le nostre finanze. Tornare a consumare sarà la cangiante verifica della qualità della merce offerta. Beh, chi l'acquista avrà fatto quel che deve e un buon affare. Prosit, a tutti! Mauro Artibani, l'economaio https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_3_7?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=mauro+artibani&sprefix=mauro+a%2Caps%2C207&crid=E9J469DZF3RA

martedì 4 settembre 2018

OCCORRE REMUNERARE L'ESERCIZIO PRODUTTIVO


Nella passata economia della produzione il valore stava ficcato dentro il lavorio produttivo. Oggi, nell'economia dei consumi, quel valore sta tutto dentro lo smaltire quanto prodotto. Se la capacità di spesa risulta insufficiente, quel lavorio, reo di aver prodotto troppo, si svaluta.
Orbene quando questo accade si entra nel mondo alla rovescia; là dove proprio quella spesa, che è venuta a mancare, acquista valore. Non ci credete?
Buon giono Signori, anzi buonanotte: secondo il bollettino economico della Banca d'Italia i consumi delle famiglie cresceranno dell'1,1% nel 2018 (dall'1,4% dell'anno scorso) e dello 0,8% nel 2019 e nel 2020.
Indipercuiposcia quelli di Via Nazionale rivedono al ribasso pure le previsioni sul Pil, con una crescita dell'1,3% quest'anno, dell'1% nel 2019 e dell'1,2% nel 2020.
Visto?
Essì, quel che si prevede mostra come la crescita si faccia con la spesa; quella dei consumatori ne fa i 2/3.
Orbene, se tanto ci da' tanto, vi è più valore nell'esercizio di quel consumare non svolto che in quello dell'aver prodotto quel troppo che resta invenduto!
Questo è quanto mostra, non la teoria economica, l'evidenza empirica.
Teorie invece che, non paghe di cotanta inattualità, propongono ricette di reddito surrogato per integare il remunero di un produrre svalutato:
Quella "eroica" sta nel pagare per far fare buche e ri-pagare per riempirle.
Non meno eroico quel reddito che Pantalone dovrebbe pagare all'esser "cittadino".
Degli Usa arriva addirittura la Misericordia con l’Earned Income Tax Credit. Un credito d’imposta rimborsabile, quindi effettivamente erogato, per sfuggire alla trappola dell’incapienza. Dipende dal reddito del destinatario e dal numero dei figli a carico: una integrazione allo stipendio, in percentuale di quanto percepito, che cresce sino a raggiungere un tetto di reddito, superato il quale si stabilizza.
Già, ecchissenefrega se viene colmato il basso reddito di un'esercizio improduttivo con un altro reddito altrettanto improduttivo, tanto pure così paga Pantalone!
Ci sono pure munifici policy makers più o meno approssimati: la proposta è quella lanciata da Chris Hughes, 34 anni, uno dei co-fondatori di Facebook.
Il pargolo ritiene che il governo dovrebbe distribuire denaro alle persone con i redditi più bassi, prendendo le risorse da una tassazione più alta sulle persone facoltose e magari dalle grandi aziende.
Dunque, c'è di tutto e c'è di più. E se invece lasciassimo in disparte il solito andazzo e facessimo alla maniera empirica?
Se, insomma, per integrare i bassi redditi dei lavori improduttivi mettessimo a reddito quell'esercizio produttivo che, impiegando tempo – attenzione - ottimismo e denaro, nel fare la spesa trasforma la merce in ricchezza; consumando l'acquistato fa riprodurre, crea occupazione produttiva e reddito produttivo dando continuità al ciclo e sostanza alla crescita?
Ehi, non è un dire a vanvera, ci sono grandi Imprese, in giro per il mondo, che fanno utili remunerando quest'esercizio!

Mauro Artibani, l'economaio

martedì 20 febbraio 2018

IL GIORNALE INVENDUTO, IL GIORNO DOPO INCARTA IL PESCE E NON SOLO

Lui, sempre lui, fortissimamante lui!
Si lui quello che, con la spesa, remunera tutti i soggetti economici intervenuti nel ciclo produttivo.
Non pago, paga pure con l'Iva; quella somma del valore delle trasformazioni di processo che si sono depositate nel passaggio dalla materia al materiale, fino a quando si fa merce pronta all'uso.
Già, paga e, con quel pagare, salda il bisogno che ha invogliato l'acquisto.
La spesa insomma ratifica il valore contenuto nel prodotto e, per cotanto fatto, paga tassa.
Essì, funziona pressappoco così: dall'albero al quotidiano. Dalla cellulosa che si fa carta, alla notizia che si mostra, al giornalista che la raccoglie, alla redazione che la sceglie, al direttore che la vidima, alla rotativa che la stampa, all'edicola che la espone, al curioso che vuol leggerla.
Essì, quel curioso ratifica, mette il bollo, valida questo valore.
Fiuuuu: lo Stato incassa. Chi acquista paga, chi vende se la scala a meno che?
A meno che quel quotidiano esercizio del curioso non venga disperso in un universo comunicativo, sovraffollato dalla merce informativa.
A meno che questo sovaffollamento non abbia saturato il bisogno di informarsi.
A meno che manchi il denaro sufficiente che possa acquistare pure il surplus.
Ecco, nell'azione combinata di questi "a meno che" viene misconosciuto quel valore e oplà, svalutato.
Dunque, non vi sarà remunero di alcunchè nè di alcunchì.
Essì, per dirla con Montanelli, se il giornale del giorno dopo incarta il pesce, quand'anche invenduto, non ha informato nè fatto guadagnare alcuno: bella no?
Così l'Erario incasserà meno, ancor meno il penultimo del ciclo, a cui è rimasto il cerino in mano. Già, quello dell'edicola messo sulla graticola dal bisogno, questo sì insoddisfatto, di dover vendere giornali per poter guadagnare e non dover pure pagare l'Iva sull'invenduto.
Ci risiamo insomma. Colpa, ancora una volta, di quei maledettissimi denari insufficenti per poter fare la spesa, quindi la crescita, per far guadagnare tutti pure quelli che, da buon ultimi, rifocillano l'erario.

Mauro Artibani, l'Economaio


martedì 12 dicembre 2017

NONNO SVALUTATO, NONNO RIVALUTATO

L'acqua ha un valore?
Non quella del mare, è tanta, troppa; scarsa, solo 0,02% quella potabile, vale!
Già, valore dispari seppur tutteddue risorse che assolvono a delle necessità.
E i nonni?
Beh, sono tanti, altro che scarsi; portano l'esperienza di una passato ieri, ad un nuovo oggi ed ancor più nuovissimo domani, totalmente svalutata.
La "torta della nonna", fagocitata da internet svaluta la madre di mia madre.
Anziani ancor fedeli all'antico "sacrificio", proprio quello sacrificato dai nipoti all'obbligo di fare tutta la spesa che possono.
Cavolo, vita svalutata per questi nonni mal usati, dimenticati.
Vita grama insomma fino a poco fa però; poco dopo arriva l'Istat: Nel 2016 iscritti in anagrafe 473.438 bambini, oltre 12mila in meno rispetto al 2015.
Diminuiscono pure le donne in età riproduttiva.
Poi ci sono i Neet e quelli che non lo sono, con lavori precari e redditi ancor di più.
Beh e allora?
Dunque, a conti fatti questi nonni saranno ancor di più, avranno tempo per fare le tate. Non paghi, anzi, parsimoniosi hanno risparmiato per far credito ai figli e con la pensione dare la paghetta ai nipoti.
Sussidiano, insomma, per rifocillare il potere d'acquisto per i prodighi familiari che avranno da fare la spesa per fare la crescita.
Già, proprio quella che serve per creare occupazione e reddito, magari pure per aumentare le entrate fiscali che serviranno per compensare gli aumenti del costo della sanità di una società sempre più anziana.
Beh, forse come portatori di una esperienza valgono poco, per il resto moltissimo!
W allora questi nuovissimi valorosi nonni, per l'eternità!




martedì 13 giugno 2017

BCE, C'E' CHI DICE E CHI CONTRADDICE; IO MI LAGNO

Il presidente della Bce, Mario Draghi, durante una audizione al Parlamento europeo espone un indice che indica la mia ignoranza. L'indice che misura la dispersione sulla creazione di valore aggiunto nell'area euro è oggi ai livelli cui si attestava nel 1997". Poi non pago ed esludendomi aggiunge: "ci sembra di poter dire che buona parte dei problemi visti nella crisi, come la frammentazione finanziaria e e la crescita diseguale, ora sono superati, sono alle nostre spalle".

Per mettermi ko insiste: "Data la dinamica sotto tono di inflazione di fondo e salari è veramente molto, molto presto per farci dire che cambieremo la linea di politica monetaria"

Cerco conforto, lo trovo: "In linea di principio una politica monetaria espansiva è ancora appropriata" dice Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e consigliere della Bce a un evento a Berlino.
Poi però chiosa: "Ma alla luce della ripresa dell'economia e di un tasso di inflazione che dovrebbe attestarsi a circa il 2% nel 2019, è abbastanza legittimo chiedersi quando il consiglio direttivo dovrebbe valutare una normalizzazione della politica monetaria".
Dopo la chiosa espone addirittura una parabola:“Solo per pochi la Coca Cola può fare parte di un regime alimentare sano e la coffeina, al posto di uno stile di vita salutare, alla fine non fa che aumentare i rischi. Per lo stimolo monetario vale lo stesso: può essere usato, come la coffeina, per ‘risvegliare’ l’economia ma un consumo eccessivo porta a rischi e a effetti collaterali nel tempo. La Coca-Cola, come le politiche di sostegno monetario, vengono usate come “rimedi per tutti i mali: oltre al suo vero compito, che e’ quello di mantenere stabili i prezzi, la politica monetaria dovrebbe rafforzare la crescita, abbassare il tasso di disoccupazione, garantire la stabilita’ del sistema finanziario e, assieme, anche rendimenti adeguati ai cittadini”.
Beh, non ha tutti i torti se nei dati dell'Istat sulla variazione del Pil relativo al primo trimestre 2017 si accendono due lucine rosse, avverte Ref. La prima, il Pil nominale. Se quello reale ("depurato" cioè dall'andamento dell'inflazione) sembra procedere spedito (+0,4% nel primo trimestre, appunto), il Pil nominale in realtà risulta addirittura negativo, perché tiene conto del deflatore del Pil assai negativo (-0,6%). La seconda lucina rossa è rappresentata dalle scorte che crescono.
Beh, è fieno in cascina, in attesa di una domanda futura brillante, oppure invenduto?
Già, l'accumulo di scorte è stato abbastanza sostenuto (+0,4%), al punto che da solo esaurisce quasi completamente la crescita del Pil nel trimestre.
Dunque, quest'inflazione riduce il potere d'acquisto; faccio quindi con gli stessi denari meno spesa.
Se, insomma, pare ci sia invenduto, non si sta crescendo, si sta bruciando invece valore!
Essipperchè, la crescita si fa con la spesa, quando i denari acquistano meno per farla, le scorte aumentano e si svalutano. Svalutate, riducono i ricavi, vengono trasferiti meno redditi, ci sarà ancor meno spesa e trallallero trallallà.
Alla faccia della crescita!

Mauro Artibani



mercoledì 3 maggio 2017

AL MERCATO SI PUO' FARE LA SPESA 4.0

Della quarta rivoluzione industriale, la 4.0, quelli di McKinsey dicono: Il 45% delle attività, che retribuiscono chi lavora, potrà essere automatizzata. Sono almeno 8 milioni negli Stati Uniti e addirittura 15 milioni in Gran Bretagna i posti di lavoro messi a rischio dall’Intelligenza artificiale.
Gulp!
Si, gulp, perchè se il lavoro si riduce così come il reddito che lo retribuisce, i consumatori vanno stand by, le imprese in game over. Tutto questo altera l'efficiente impiego dei fattori della produzione, pure la produttività dell'intero sistema.
L'occasione fornita dalle nuove tecnologie di rendere di nuovo efficiente l'impiego di questi fattori produttivi, è ghiotta: per i consumatori l'occasione di poter approfittare di quel "Digital dividends" che consente di recuperare capacità di fare reddito facendo offerta della domanda per sanare quel gap, che non consente ai consumatori di poter fare tutta la spesa necessaria a tenere attivo il ciclo economico.
Digital dividends, perchè nell'Econonomia dei Consumi c'è più valore da estrarre dell'esercizio del consumo che da quello nella produzione.
Come estrarlo? Big data!
Si, big data, Il “file” dice di noi; cresce ogni giorno, con migliaia di dati che vengono raccolti, classificati ed elaborati in modo da costruire profili appetibili per inserzionisti pubblicitari pronti ad acquistarli.
Questi big data, vengono negoziati dagli inserzionisti con piattaforme di trading automatizzate; i Programmatic Advertising, con meccanismi ad asta in tempo reale. Chi vende il dato riceve una quota del prezzo che l’azienda acquirente dello spazio pubblicitario ha pagato. Nei mercati digitali la moneta con cui si acquistano i banner è il CPM, il costo per mille visualizzazioni di uno spazio pubblicitario, e il prezzo corrente dei dati oscilla tra 0,50 e 2 euro CPM.
Le Imprese li acquistano poi li interpretano, infine producono per offrire quel che vorremmo.
Un problema: loro hanno prodotto quel che vorremmo, non quel che possiamo acquistare.
Bene, qui scatta il dividents:
Vale il rischio spendere, 150 miliardi di dollari, per acquistare delle "impressioni"?
Vale il rischio spendere per acquistare dai Consumatori le emozioni, le passioni, pure quel che resta del bisogno migliorando così proprio il loro potere d'acquisto?
Mentre loro riflettono, i Consumatori fiduciosi di aver fatto una offerta conveniente, restano attesa.
Nell'attesa, vale il rischio di fare Network*: tra la respondabilità del ruolo e il vantaggio da incassare i Consumatori si fanno Impresa; le tecnologie 4.0" forniscono la possibilità.
Un sito internet mostra in home, il sovrappeso degli associati - il loro vestire alla moda – l'andare in giro in Suv poi un urlo: SIAMO OLTRE IL BISOGNO
Dunque, con i tablet e gli smart phone che indossiamo ovunque andiamo, 24/24/365, si fa la lista delle nostre voglie. Le voglie di tutti fanno massa critica; il network le mette in bella mostra, ne fa offerta e attende domande al rialzo.
Ai connessi delle imprese, oltre l'offerta in tempo reale, arriva un alert: "Il prezzo pagato deve poter far acquistare quel che si vuole vendere; così Voi nuovamente produrre, Noi poter fare i 2/3 della crescita economica."
Bene, un nuovo equilibrio che vincola le imprese a fare utili se e quando i consumatori aumentano il potere d'acquisto; dentro quel "libero mercato Spa". Si, soci che lavorano appassionatamente per fornire continuità al ciclo della produzione.

* Allegato al libro, Il business plan del network: "La domanda comanda comanda, verso il capitalismo dei consumatori; ben oltre la crisi"

Mauro Artibani




martedì 14 febbraio 2017

'A SAI 'A LEGGE DE SAY?

Sei sicuro?
Sicc'asò! Dice: «Un prodotto terminato offre da quell'istante uno sbocco ad altri prodotti per tutta la somma del suo valore. Difatti, quando l'ultimo produttore ha terminato un prodotto, il suo desiderio più grande è quello di venderlo, perché il valore di quel prodotto non resti morto nelle sue mani. Ma non è meno sollecito di liberarsi del denaro che la sua vendita gli procura, perché nemmeno il denaro resti morto. Ora non ci si può liberare del proprio denaro se non cercando di comperare un prodotto qualunque. Si vede dunque che il fatto solo della formazione di un prodotto apre all'istante stesso uno sbocco ad altri prodotti.»*
Oddio, 'na legge. A me me pare 'n azzardo!
Così dicheno a Roma, disse Nando mentre andava a fare la spesa. Poi tra i denti: A me manco m'annava de falla.
Poi ce ripensa: Ennò, nun te poi tirà 'ndietro, 'sta legge funziona solo se tu compri sinnò nun vale.
E c'hai ragione, c'hai: se a me numme serve de falla e 'nserve manco all'artri**, la somma der valore, che dice Say, se svaluta.
Si, more!
Er denaro nun l'ha generato, chi c'hà lavorato nun viè pagato e nun lavorerà manco a rifalla.
'N accidente, artro che "l'offerta crea la domanda"; artro che, com'aggiunse 'n'antra vorta J. Mill, «la produzione di merci crea ed è l’unica e universale causa che crea un mercato per le merci prodotte».
Ennòssignore, ar mercato ce serve chi venne ma pure chi compra e chi compra deve avere er bisogno de fallo e i sordi pe' fallo, sinnò chi deve venne, a chi venne?
Capito Cocco: l'offerta pò pure crea' 'a domanda ma si nun ce stà nissuno a risponne che cavolo de mercato è?
Essì, quann'è così o 'sta merce tà sbatti, o paghi chi nun pò pagà pe' compra'.
Credetece, o conosco Ciccio, si paghi compra eccome, magari pe' passione, pe' emozione, pure pe' fa esperienza.
'Nsomma, Isso fa quello che sa fà meglio, così tu venni, poi rifai 'a merce, fai lavorà a Gente. 'A paghi er giusto pe' rifa' 'a spesa.
Già, si tutto gira e così gira, va bene pe' tutti!
'Nce credete? Ve sento dì: ma che stai a dì!
Sto a dì quello che me riccontava mi Nonna, 'na favola antica***. 'A diceva così: Ti racconto la storia di un prospero alveare dove le api vivevano nel lusso e negli agi. Un giorno alcune cominciarono a lamentare il loro stile di vita poco virtuoso, e di conseguenza rifuggirono dalla loro avidità e stravaganza. Man mano che le api abbandonavano la loro propensione al lusso e alla spesa, scompariva rapidamente anche la prosperità dell’alveare stesso. Se le persone spendessero di più, avrebbero di più.
Secondo la saggezza popolare il modo migliore per prosperare era attraverso il risparmio, non attraverso la spesa. Tuttavia, se le persone avessero comparato di più, si sarebbe instaurato un circolo virtuoso di cui tutti avrebbero beneficiato. Ci sarebbero stati più impieghi, salari più elevati, crescita dei profitti, un miglior tenore di vita.
Essì, mi Nonna parlavo de fino!
Hai capito hai: sta robba l'hanno scritta quasi cent'anni prima de quello che ha scritto er Sor Say e ducent'anni da Mill.
Me sa che nun c'avevano 'na Nonna che j''a raccontava.
Io, che nun so' e so' pure micco, dopo più de trecento ancora ma' ricordo e m'ha 'mparato.
A Te che smerci, te fischieno l'orecchie?
Già, prima nun lo sapevi, mocchè lo sai: fallo!
Si, fallo perchè sinnò finisce che domani nun vendi e dopodomani nun magni manco tu.
*A Treatise on Political Economy, Jean-Baptiste Say, 1803
** Se so' 'grassato, uso a moda pe' vestimme e giro pe' Roma 'n'Suvvè, 'nciò bisogno de gnente!
*** Bernard de Mandeville, La favola delle api. 1705

Mauro Artibani



martedì 5 luglio 2016

CAVOLO, SCIOPERANO GLI ATTRIBUTORI DI VALORE

In netto aumento il reddito disponibile e il potere d’acquisto delle famiglie italiane. Questo si dice oggi all’Istat. In evidenza soprattutto l’aumento marcato del potere d’acquisto delle famiglie nel primo trimestre 2016 (+1,1% rispetto al trimestre precedente) sotto la spinta della dinamica dei prezzi con il deflattore implicito dei consumi delle famiglie, sceso in termini congiunturali dello 0,3%. 
Su base annua la capacità di spesa sale del 2,3%, il rialzo maggiore dal secondo trimestre del 2007, grazie proprio all'effetto positivo sul potere d’acquisto delle famiglie del calo dei prezzi.
Il Reddito disponibile aumenta, ma i consumi sono fermi.
Tatatà: Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici italiane risulta in aumento dello 0,8% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono rimasti invariati.
Indipercuiposcia, la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici risulta pari all’8,8%, in aumento di 0,8 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. 
Il tasso di investimento delle famiglie consumatrici nel primo trimestre 2016 è stato pari al 6,2%, invariato sia rispetto al trimestre precedente, sia rispetto al corrispondente trimestre del 2015. Tale stabilità, a livello congiunturale, riflette una flessione degli investimenti fissi lordi (-0,4%) ed un aumento del reddito lordo disponibile (+0,8%).
Cavolo, hanno più soldi in tasca ma spendono meno!
Attenzione, non sono nè mosci nè pazzi anzi, stanno facendo quel ch'è nel loro tornaconto.
Se non c'è luce in fondo al tunnel della crisi e loro sono affrancati dal bisogno, indebitati, fanno di necessità virtù. La virtù di non spendere, tanto per spendere se manca la necessità di farlo e così mettere fieno in cascina per, magari, inverni ancor più freddi.
Che tutto questo piaccia o meno, tant'è!
C'è pure altro però. Ecchè altro. Proprio quello che non si legge dalle note dell'Istat: la svalutazione del valore. Quel valore che i consumatori attribuiscono, con l'acquisto, alle quelle merci idonee ad assolvere al bisogno e veppiù scarse. Gli affrancati dal bisogno stanno, come si vede, in sciopero e quelle merci saranno ancor meno scarse.
Sciopero che nessuna istituzione può precettare e che solo i produttori delle merci possono disinnescare.
Come? Rimettendo i loro debiti, rimpinguando oltre il debito i loro portafogli!
Solo così a quei dannati satolli mancheranno alibi al non far nulla.

Mauro Artibani



martedì 14 giugno 2016

A A A: OFFRESI ACQUISTO A PREZZI MODICI

Quattro fatti ed un interpretazione.
Quando l’Offerta di prodotto ha sopravanzato la Domanda siamo entrati trionfanti nell’economia dei Consumi.
Quando, affrancati dal bisogno, viene sollecitata l’insaziabilità del desiderio, per costruire attese di acquisto, quell’economia si fa Società.
Quando il benessere viene acquisito dai più, la Socio Economia dei Consumi trionfa.
Quando saltano remore, valori, etica, morale finisce il “proibizionismo”; sacrificio necessario per non porre ostacoli ad uno sviluppo indefinito.
Voilà la vita spesa a fare la spesa. Un crescendo rossiniano per una musica da organetto.
Questo ci tocca fare per mantenere il nostro Tenore di vita.
Quanto ci costano questi vocalizzi da operetta?
Redditi insufficienti, sovraindebitamento, monnezza che ci soffoca, relazioni umane sacrificate alle liturgie acquisitive.
Non è un bel vedere.
C’è stato affibbiato un compito: offrire garanzia di consumazione del prodotto, costi quel che costi.
Per i costi sociali delle allucinate solitudini ci pensa la letteratura sociologica, i costi ambientali li fa l’ecoeconomo.
Facciamo almeno quelli delle nostre tasche.
I consumatori Usa, con 2.560 mld di $ impiegati per il Credito al Consumo, mostrano la loro solerzia e con un oceano di fallimenti individuali la loro abnegazione.
Se tanto ci da’ tanto: quale futuro per il nostro futuro?
Lo 0,7% del PIL USA, generato dal business del credito, non lenisce le nostre pene; le alchimie finanziarie a supporto del debito, che scoppiano come bolle di sapone, neppure: buio in fondo al tunnel.
Dobbiamo rimboccarci le maniche epperchennò mettere a profitto il Valore delle nostre Azioni.
Tutte.
La garanzia di consumazione del prodotto, la nostra fiducia, l’impiego del nostro tempo, l’attenzione, il denaro, pure la prodigalità: insomma la pratica quotidiana dell’Azione.
Questo il nostro contributo: un vero e proprio Lavoro.
Se retribuito potrà dare sprone alla baracca.
Se solidale dare ristoro a quelle solitudini.
Rassettare l’ambiente per non lavorare “immondezzati” diventa un obbligo.
E poi, giova farne tesoro, un ambiente consumato non possiamo consumarlo.

P.S.
Vista la congiuntura sfavorevole delle nostre finanze offriamo l'acquisto a prezzi modici.

Mauro Artibani



martedì 29 marzo 2016

..........., NEL FRATTEMPO BUONA PASQUA

In un mondo frastornato, attonito, incartato nell'indicibile di quel che accade, io corro, tu corri, tutti corrono per produrre al meglio, per acquistare al meglio: concorrenza.
E' okkei per affinare il prodotto, migliorare la qualità, mitigare il prezzo: buona per i Consumatori.
Per i Produttori: una guerra di tutti contro tutti per migliorare i processi, i prodotti, controllare i costi, aumentare i ricavi.
L’innovazione tecnologica il mezzo, l’aumento dell’efficienza il fine; la produttività il must.
Ecco, si produttività.
Per chi mette merci sul mercato: efficienza, novità a più non posso e valore, valore. Valore Aggiunto. Poi fare meglio degli altri, prima degli altri, farlo in fretta: la tecnologia “touch screen”, ancora da vendere, già superata dal meraviglioso ”no touch, point to”; il succedersi rituale delle collezioni della moda per collezionisti Consumatori che indossano il tempo breve del fashion.
Stress.
Collassa così il ciclo di vita delle merci, saltano i tempi di ammortamento, sale il costo per unità di prodotto.
Nell'empireo dell'eccesso produttivo, altro eccesso: si produce invenduto, si ingolfa il mercato, si riducono i margini di profitto, si svaluta valore; si bruciano risorse e ricchezza.
Per chi acquista: la possibilità di avere di più e, magari quel più con meno; di ottenere il nuovo ad ogni piè sospinto ed il nuovissimo appena il giorno dopo, tanto da non riuscire né a pagare, né a godere l'avuto.
Viene alterata la capacità riproduttiva della natura; la capacità di smaltimento della Terra.
Beh, nel frattempo, Buona Pasqua.

Mauro Artibani



mercoledì 23 dicembre 2015

LETTERA OTTIMISTA AL PRESIDENTE RENZI

Buon giorno Presidente,
le scrivo quello che non avrà modo di leggere: mi consente di fare le pulci alle sue iniziative politiche ed al suo dire?
Grazie.
Con la crisi gli immobili si sono svalutati del 20%, altrettanto svalutato il valore del mio investimento; per i proprietari da case, pressappoco 800mld di euro in meno. Le obbligazioni azzerate di valore, il guadagno in conto capitale del mio portafoglio pure. Ho perso il lavoro. Quelli che lavorano, invece, raccattano redditi insufficenti: mia figlia, laureata a pieni voti, si barcamena con "Garanzia Giovani". 500 euro lordissime al mese per 35 ore sett, pur esse nette, che diventano 80 lorde. Non paga, anzi pagata male, fa la cameriera nei week end per 30 euro; al netto delle mance, requisite dal gestore.
Si può con tutto questo fare la spesa? Non solo la spesa di necessità, quella gira gira si fa, tutta la spesa che serve per fare la crescita e generere altro reddito!
Essipperchè, giova rammentarlo, la crescita si fa con la spesa, quella aggregata, non con la produzione nè con il lavoro.
Lei taglia le tasse ( tagliando così una parte della spesa pubblica, pur essa spesa per fare la crescita)
bene!
Poi mi ficca in tasca 80 euro, per rifocillare quel potere d'acquisto, che per tutti è fermo al 1988 (1032 miliardi ), per acquistare quelle merci che da quel tempo si sono triplicate. Facendo i conti con l'oste, non tornano.
Lei, non pago, dispensa ottimismo. Lo deve fare, lo fa: basta?
Ottimistizzato, quegli 80 euro, insufficenti a fare tutta la spesa che tocca fare per fare la crescita, li metto in banca. Investiti, forniscono liquido monetario per gli investimenti delle Imprese. Crede che le imprese, con i magazzini pieni, vogliano raccattarli per fare la loro spesa in conto capitale per fare la crecita?
Ora, dopo aver contraddetto, mi tocca dire. Lo faccio con un tweet: "La crescita si fa con la spesa. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa, remunera."
Astruso?
Ok, mettiamola così: si diceva di allocare quei 1600 miliardi di euro circa, che quella spesa, pure in questo tempo di crisi, gira che ti rigira, fa girare.
Ri-allocare, appunto, magari, per non far mancare i denari a quelli che hanno un alta propensione a spendere, non a chi resta con il resto in tasca.
Attenzione però, c'è chi rema contro: quelli del Qe europeo, con l'espansione della base monetaria, inflazionano la moneta, falsando i prezzi. Falsati, riducono ancor più il potere d'acquisto, depotenziando uno dei modi del possibile ri-allocare.
Ad onore e merito economico, c'è pure chi già ri-alloca: Ikea, Airbnb, Uber, tutti i Social Shopping, tutte le Free Press, ecc. Aziende che, per fare utili, hanno attrezzato business dove si guadagna quando io, Noi, Tutti, guadagnamo. Un buon ricostituente per fare una economia resistente.
All'azione politica tocca fare il resto, dare norma a quest'economia resistente.
Se lo consente, mi assumo con smodata supponenza la briga di suggerirne i prodromi:
"Visto come la crisi economica abbia posto in evidenza la necessità ridefinire i legami produttivi che regolano il rapporto tra gli agenti operanti nel ciclo di generazione della ricchezza;

Visto che la crescita, da tempo differita, non consente di poter godere dell'agio di espansione del ciclo che rinnova la produzione, crea occupazione, reddito e quel prelievo fiscale che consente di disporre di previdenza, assistenza, pubblica sicurezza, giustizia, istruzione;

Considerato come si renda necessario, per lo sviluppo dell'economia di mercato, disporre di un adeguato equilibrio tra quote di consumo e produzione per sottrarre quelle sovraccapacità di processo e di prodotto che svalutano le risorse impiegate;

Considerato come la crescita renda indifferibile l'esercizio della spesa;

Considerato come la spesa aggregata, che il Pil misura ed espone, mostra il diverso contributo fornito dagli agenti alla generazione della ricchezza nazionale;

Visto che, a spesa fatta, tutti gli agenti del ciclo traggono ristoro e sprone per l'esercizio del proprio ruolo, elevando nel contempo la produttività totale dei fattori impiegati;

Ritenuto di straordinaria necessita' e urgenza emanare disposizioni volte a favorire un piu' razionale impiego delle risorse della spesa per dare sostegno alla crescita economica;

Il Presidente della Repubblica promulga la seguente Legge:

Art. 1 La crescita si fa con la spesa. Spesa che genera reddito, buono per fare altra spesa.

Art 2 Il reddito generato dalla spesa deve compiutamente dare sostegno al Potere d' Acquisto.

Art 3 Occorre allocare le risorse economiche generate dalla crescita per tenere adeguato quel potere d'acquisto che consente l'esercizio di ruolo dei diversi operatori della spesa.

Art 4 L'atto di poter esercitare l'acquisto dispone una economia più resistente con adeguato beneficio per tutti gli agenti del ciclo."

Buon ottimismo, Presidente Renzi

Mauro artibani



venerdì 31 luglio 2015

REDDITO & REDDITO PER FARE LA CRESCITA

L'opportunità di fare il punto sul reddito, anzi dei modi di remunerarne il valore, la fornisce il Segretario della Uil, Carmelo Barbagallo ribadendo la validità della proposta, resa pubblica sin dal febbraio del 2015, che fissa l'entità del reddito nei rinnovi del contratto nazionale, al parametro di crescita del Pil.
Si, insomma, più Pil, più reddito e chi non ci crede peste lo colga!
Beh vaccinato, mi avventuro oltre l'anatema, là dove mi par di scorgere il solito novecentesco refrain: se il produrre fa aumentare il Pil, ed il mio lavoro sta dentro quel prodotto, reclamo il resto, se non me lo dai ti ordo una canizza sindacale!
Eggià, si vincola il reddito al merito dell'aver prodotto al meglio, acciocchè quel prodotto generi la crescita economica. Per fare al meglio la crescita, quando al mercato arrivano prodotti per dare ristoro a quel che serve per vivere, occorre avere guadagnato i denari sufficenti ad acquistare quel ristoro.
Okkei, così quel reddito è giusto.
Il giusto merito, insomma, che si consegue dal quel lavoro che ha prodotto.
Quando invece per l'automazione dei processi (con il costante aumento della capacità produttiva) e l'incremento del numero dei produttori si produce di più con meno lavoro e si riduce pure il reddito di quel poco lavoro che resta, perchè sovrapproduce, siamo nei guai: quel guadagno non riesce a smaltire quanto quel lavoro ha prodotto. La prova: buona parte del debito che impazza nel mondo* risulta contratto da chi, per ruolo, deve fare la spesa. Orbene quando quel debito non surroga più il reddito, non si genera altra produzione, ancor meno altro lavoro. Figuriamoci quella crescita economica che s'ha da fare proprio con la spesa.
Eggià, se tocca agli apocalittici pronosticare la fine del lavoro, così come al debito rivalutare il reddito di chi lavora, stiamo freschi!
Tocca invece valutare un reddito per chi fatica a spendere, ben oltre il bisogno, per dare corpo a tutta la crescita disponibile.
Giunti al fin della tenzone il reddito deve rinnovare la propria ragione economica. Magari quello di scopo per smaltire tutto quel prodotto remunerato con redditi insufficienti.
Con lo scopo pure di far rientrare in gioco i politici per attrezzare un ambiente normativo idoneo ad una nuova "Politica dei Redditi" che remuneri tutte, ma proprio tutte, le prestazioni d'opera.
C'è pure il detto e ridetto: ci sono in giro pure Imprese probe che hanno attrezzato business dove si investe, prima per vendere il già prodotto, poi per ri-produrre. Altre: AirBnb, Uber, BlaBlaCar fanno profitto mettendo a disposizione piattaforme internet che consentono di trasformare i beni di consumo durevoli, posseduti e magari sottoutilizzati, in beni di investimento da mettere sul mercato. Guadagna l'offerente, risparmia il richiedente. Tutti e due rimpinguano quel borsellino per fare la spesa.

*Mc Kinsey, società di consulenza finanziaria, stima in 200mila miliardi di dollari il debito che gira per il mondo che, diviso per i 60mila miliardi di dollari del Pil mondiale, fa 3,3. Si, per ogni dollaro 3,3 di debito che, per buona parte , risulta contratto da chi per ruolo deve fare la spesa, privata o pubblica che sia. In questo mondo, il rapporto debito/pil sta al 289%

Mauro Artibani


giovedì 7 maggio 2015

ALLA CORTE DEI CONTI I CONTI TORNANO

Il potere d'acquisto mostra inesorabilmente lo stato dell'equilibrio tra i redditi e la produzione.
Lo sanno alla Corte dei Conti. Fanno i conti poi presentano il conto con un documento depositato al Senato, in occasione delle audizioni sul Documento di economica e finanza.
I consumi delle famiglie, a causa della crisi, sono tornati ai livelli del secolo scorso. Nel 2014 risultano inferiore del 7,7% rispetto al 2007.
Le esportazioni non sono così distanti dai livelli pre-crisi (-1,4 per cento)
Il Pil era alla fine del 2014 dell’8,9 per cento inferiore al livello del 2007.
Gli investimenti hanno perso 1/3 del loro valore rispetto al 2007 (Toh. Proprio come la produzione industriale, n.d.r.).
Le unità di lavoro sono cadute di 800 mila, il tasso di disoccupazione è cresciuto di 6,6 punti percentuali, il 13 per cento alla fine del 2014.
Durante i sette anni di crisi le retribuzioni lorde pro-capite sono cresciute dell' 11 per cento.
I prezzi sono cresciuti nello stesso periodo del 12,3 per cento.
La produttività è diminuita anch’essa dell -2,1 per cento, alzando il costo unitario del lavoro del 12 per cento.
Tutto ciò, secondo la magistratura contabile, ''ha ulteriormente peggiorato la competitività di prezzo dell’Italia rispetto agli altri partner dell’area euro e della Germania in particolare".
Già, con i conti de 'sti contabili a conti fatti è un bel casino: prima della crisi il potere d'acquisto, fatto di redditi insufficienti, non faceva smaltire quanto prodotto. Con questi squilibri si è entrati nella crisi dove quella sovraccapacità brucia ricchezza potenziale. Oggi, in mezzo alla crisi, quella sovraccapacità si riduce drasticamente: ci sono così meno merci da acquistare rifocillando, per via traversa, un potere d'acquisto.
Già, pure però meno agio a disposizione da distribuire.
Si, insomma, sembrano alternarsi le cause, gli effetti invece sempre gli stessi.
Pur cambiando l'ordine dei fattori, insomma, il risultato non cambia: ancora crisi.
Così se i Nostri, dopo aver fatto i conti, con una chiosa certificano: "La ripresa che si prospetta conserva un’intensità del tutto insufficiente a recuperare le ampie perdite di reddito e di prodotto subite nel corso della recessione''.
Chi potrà dar loro torto?

Mauro Artibani



giovedì 5 febbraio 2015

PORCA MISERIA!

Porca miseria, il disagio sociale ha toccato in Italia un nuovo livello record.
Lo dice Confcommercio.
Poi ficca il dito nella piaga: il Misery Index, elaborato dall'associazione dei commercianti, è aumentato a novembre, rispetto al mese precedente, di 0,3 punti a 22 punti. Si tratta del valore più alto da quando l'indice viene calcolato.
La Confcommercio spiega che l'aumento è imputabile al modesto aumento dell' inflazione di beni e servizi ad alta frequenza di acquisto e al progresso dello 0,2% della disoccupazione estesa.
Gli esperti ricordano che quest'ultimo dato viene ottenuto aggiungendo ai disoccupati ufficiali la stima delle persone in CIG e degli scoraggiati.
Si dirà: co' sta crisi, questo è il minimo che possa capitare!
Ennò cocchi. Questo impoverimento e il figlio di quello precedente, genitore della crisi.
L'impoverimento è causa prima, effetto poi della crisi. La crisi è solo il registro degli eventi.
Essipperchè, se la crescita si fa con la spesa e non ho i denari sufficienti per farla, farò meno crescita che genererà meno ricchezza; avrò meno di prima. Più misero appunto.
Pure l'impoverimento non è causa ma effetto dei redditi insufficienti erogati dalle Imprese a chi lavora.
Bastardi quelli dell'impresa?
Beh, hanno sottoremunerato la sovraccapacità del lavoro che ha ingolfato il mercato, pagando però lo stesso prezzo con la riduzione dei ricavi.
L'impoverimento insomma dilaga tra immiserenti, immiseriti da un offerta in eccesso e chi miseramente, lavorando troppo e spendendo poco, manda la domanda in difetto che, misera, svaluta le merci.
Fiuuuuu!
Oibò, non si può. Tutta questa miseria è un lusso che nessuna società può permettersi, ancor meno quella dove si adoperano quegli immiseriti: la Libero Mercato Spa.
Per uscire dal guado i maggiorenti ivi associati, quelli che vendono e quelli che acquistano, devono poter tornare a fare quel che gli tocca per ruolo societario. Per farlo tocca loro fare il contrario del fin qui fatto: agli acquirenti toccherà vendere la loro domanda inespressa a chi ne ha bisogno per rifocillare il potere d'acquisto; ai venditori toccherà attrezzare business che funzionino remunerando le risorse impiegate dagli acquirenti che vorranno acquistare*.
Tocca pure ai Policy Maker fare: costruire ambienti normativi e fiscali in grado di rendere conveniente quel fare alla rovescia, magari sospendendo pure l'efficacia di quelle politiche di reflazione che hanno alterato il meccanismo di formazione dei prezzi.

*Ci sono Imprese che già lo fanno: Ikea remunera il tempo del montaggio dei mobili con il prezzo più basso; le tv commerciali e le free press remunerano l'attenzione prestata con la gratuità dei loro prodotti; Groupon, Groupalia, Lets Bonus remunerano l'ottimismo con risparmi nell'acquisto fino all'80%; lo fanno pure gli Outlet che guadagnano con l'aver reso perenne quel saldo che rifocilla il potere d'acquisto.

Mauro Artibani

venerdì 23 gennaio 2015

RICAPITOLANDO LA CRISI

Dalle stelle alle stalle e ritorno, ovvero quel che si faceva, quel che non si è potuto più fare, quel che si dovrà tornare a fare.
Quando il sistema produttivo stava a regime, accadeva che i Consumatori, con il loro fare, attribuivano valore alle merci che trovavano al mercato, poi le acquistavano trasformandole in ricchezza; pagando l'Iva finanziavano la spesa pubblica. Non paghi, consumavano l'acquistato; nello smaltirlo finanziavano la spesa pubblica locale con l'ex Tarsu. Pregni di cotanto fare facevano ri-produrre, dando continuità al ciclo e sostanza alla crescita. Se poi, dopo tanto fare, restava in tasca il resto lo si investiva per finanziare gli investimenti.
Mentre tutto questo accadeva, accadeva pure che le Imprese vendevano il prodotto facendo utili, le maestranze lavoravano portando i soldi a casa, lo stato spendeva......tutto filava liscio come l'olio.
Se tanto da' tanto a tutti perchè non fare di più?
Detto fatto, diventa merce tutto, finanche la sete, la pipì e la sosta*. Già, pure le funzioni fisiologiche messe sul mercato fanno il Pil: tutto a più non posso.
Già, a più non posso fin quando il portafoglio tiene. Quando s'affloscia ed il resto non resta allora si fa debito, che quando è troppo è troppo e si arriva alla fine della fiera.
Così, quando quel portafoglio sgonfio smette di dare agio alla sequenza ordinata di quelle otto azioni di ruolo, siamo tutti, ma proprio tutti, ficcati in un bel guaio: è la crisi bellezza!
Essì, con quel poco, venne il tempo del troppo. E quando è troppo è troppo! Il valore di tutte qelle merci non lo riconosco, ancor meno le acquisto; svalutate, in magazzino si afflosciano svalutando pure il lavoro che le ha prodotte, così pure le risorse messe in campo. E se non c'è trippa per i gatti, figurati per finanziare l'erario e gli investimenti. Si scassa tutto, insomma, aumenta la sovraccapacità, viene ridotta la produzione, ahi Loro pure gli utili; gira meno lavoro e quel che resta pagato meno. Quel che tra le macerie resta rischia di valere un soldo bucato.
Già, proprio il soldo che è mancato per tenere lubrificato quel sistema produttivo, circolare e continuo, dove tutti gli agenti stanno ancora invischiati.
Quel soldo, l'unico, che può lenire le sviste restituendo lo sguardo per tornare a vedere il valore, dare la spinta per riattivare il ciclo e ripristinare pure il valore dell'altrui fare.
Per i Nostri, un vantaggio competitivo che cotanto fare, con quei soldi la spesa, mostra; da mettere a profitto quando si dovrà mettere mano ad una più adeguata allocazione della ricchezza che ancora in giro gira.
Per un nuovo equilibrio, non vaquo, equo. Buono proprio per chi è più equo degli altri.

**Mauro Artibani:"dopo tanto andare a zonzo per fare acquisti, la vita chiede conto con l’arsura. Quella fontanella che gli sta dappresso asciutta, nei pressi frizzanti minerali, impudicamente esposte nel distributore, ammiccano: 2/3 di litro = 1,50 €. Ne beve e da lì a far la pipì il passo è breve, anzi lungo, il wc sta più in là. Lì stanno tutti in fila per pagare prezzo: 0,80 €. Quando torna a prendere l’auto paga la sosta, il tempo dell’acquisto: 2,50 €."
Dal format: Crisi, trovato il bandolo della matassa.

Mauro Artibani

giovedì 13 novembre 2014

PRODUTTIVITA’ VS VALORE: GULP!

Cosa debbono fare le Imprese per tenere il mercato in equilibrio dinamico?
Tenere elevato il livello di produttività nella gestione dei fattori. Quando questo si compie si produce di più e meglio. Quando poi viene dato a Cesare quel ch’è di Cesare, attraverso una adeguata allocazione delle risorse di ricchezza  generate tra tutti gli agenti economici, si porta al mercato il prodotto; percepito come valore e acquistato, remunera i fattori. Tutto bene.
Quando invece si chiude il cerchio del sistema produttivo, che da lineare aperto si fa circolare e continuo* ma non adeguatamente lubrificato, quando insomma le risorse economiche, generate dall’aumento della produttività, vengono allocate in maniera sghemba e il moto s’inceppa, gli equilibri saltano.
Di male in peggio se le Imprese, nel bel mezzo della crisi, tra opzioni di buy back, chiudere la cassa e  non abbeverarsi di credito, mostrano di aver sposato la renitenza ad investire, altro che migliorare la produttività.
Già proprio quella produttività che, passata al vaglio di chi fa la spesa, viene rispedita al mittente. Essipperchè  seppur forgiata nei processi e trasferita nei prodotti, alla verifica del valore: sdong, s’affloscia!
Già quando più di 120 milioni di persone nell'Unione Europea sono a rischio povertà o esclusione sociale**, ovvero 1 persona su 4, non si spende:  macchè valore d’eggitto! Quando poi, per  i restanti ¾, quelli satolli - magari pure in sovrappeso - vestiti alla moda  che passa di moda - a bordo di un Suv per andare di qua e di là,  quel valore vale meno: s’affloscia appunto. Se viene poi incastrato tra troppe merci  troppo care, addirittura collassa.
Se, tra gli illuminati, c’è  chi pensa di poter sostenere la produttività delle merci ed estrarne valore, utilizzando fino allo stress Marketing e  Pubblicità, con la crisi dovrà rifare i conti e a conti fatti scorgere che…
Si, che il valore non sta nella merce, sta invece negli occhi di chi la guarda, nel tatto di chi la tocca, di chi l’ascolta e l’annusa. Di chi  la valuta insomma, poi magari la vuole, sempre che possa acquistarla.
Già, possa. Altrimenti, negato quel valore, tutta quella produttività  messa addosso alla merce te la sbatti!
Ci siamo. Zitti zitti, quatti quatti, magari per non svalutare le risorse impiegate, credo tocchi achittare una produttività che non si faccia scuotere dall’oscillazione di quei sensi, magari capitalizzando adeguatamente il potere d’acquisto di quei valutatori del valore, affinchè ben valutino.
O no?
*Questo accade quando la funzione “consumo” viene associata agli altri fattori della produzione
**Lo fa sapere l'Eurostat: La percentuale di persone a rischio povertà o esclusione sociale nel 2013 risulta pari al 24,5%. (Finanza. Com)
Mauro Artibani