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giovedì 11 giugno 2015

SIGNORI, SVEGLIA: LA DOMANDA COMANDA

A sette anni, quasi otto, dall'inizio della crisi chi governa il processo economico?
Bella domanda!
Sintetica e congiante una bella risposta: Chi, con quel che fa, ha generato ricchezza per tutti!
Beh, diamo un'occhiata allora a cosa ci propone la storia della generazione di questa ricchezza.
Per buona parte del' 900 hanno battagliato quelli del capitale e quelli del lavoro: Noi più di Voi.... No! Noi più di Voi. Un gran polverone e botte da orbi.
Tolta la polvere, sedati gli animi, vincono per ko tecnico quelli del Capitale.
Eggià, producevano merci, vendute generavano ricchezza, con stipendi e salari la distribuivano; creavano occupazione e davano pure ristoro ai bisogni della Gente: chi poteva fare di più?
Loro si fanno Comandanti del Capitalismo, insomma, agli altri tocca obbedire!
Fin quando i redditi da lavoro - massì i soldi che abbiamo in tasca - diventano insufficienti ad acquistare tutte le loro merci.
Porc... a quel punto quelle merci invendute si svalutano bruciando ricchezza.
Para pà para pappapà: arrivano i nostri!
Beh, si: quelli del Credito.
Hanno denaro, l'unica merce scarsa sul mercato, lo prestano.
Preso in prestito, surroga quel reddito insufficiente per fare la spesa e ri-creare tanta, ma tanta nuova ricchezza.
Tutto questo, quelli che sanno, lo chiamano Ossimoro: creare ricchezza con il debito!
Ma tant'è, si fa!
Per cotanto fatto quei tizi reclamano il comando del Capitalismo.
I Produttori, ringraziano poi abdicano.
Si va così dal capitalismo dei produttori a quello dei finanziatori a passo di carica.
Poi, carica debito oggi, carica debito domani... fin quando troppo in alto sal e allor cade sovente precipitevolissimevolmente!
I prestiti delle Banche, incagliati per 180 miliardi di euro, difficilmente torneranno in cassa per essere ri-prestati.
Fiuuuuu, vuol dire che si chiudono i rubinetti del liquido finanziario e la ricchezza immiserisce.
Si. E vuol dire pure che quei tizi, prestatori di prima istanza, hanno fallito.
E qui viene il bello: si sta nel bel mezzo della crisi senza condottieri alla guida del capitalismo.
Sotto a chi tocca!
Stavolta tocca a noi, quelli della spesa.
Presentiamo le credenziali. Anzi, stavolta le scolpiamo: CON L'ACQUISTO GENERIAMO IL 60% DELLA RICCHEZZA, CON L' IVA PAGATA FINANZIAMO LA SPESA PUBBLICA. CONSUMANDO L'ACQUISTATO FACCIAMO RI-PRODURRE CREANDO PURE OCCUPAZIONE, DIAMO SPINTA AL CICLO, SOSTANZA ALLA CRESCITA ECONOMICA. DULCIS IN FUNDO, SE CI RESTA IN TASCA IL RESTO FINANZIAMO PURE LA SPESA PER INVESTIMENTI DELLE IMPRESE.
Eggià, la Domanda comanda!
Signori condottieri, si, dico a voi: se tanto ci da tanto, si può andare dritti dritti verso il Capitalismo dei Consumatori.
Alla politica che non si avvede di questo, agli economisti con lo sguardo rivolto all'indierto, agli intellettuali in tutt'altre faccende affaccendati: sveglia!

Mauro Artibani


martedì 29 marzo 2011

SE CONSUMARE FOSSE UN MESTIERE COME CAMBIEREBBE IL CAPITALISMO?


Quando un uomo dall'intelligenza vivace si stufa di fare l'architetto, il redattore o il pubblicista e capisce che nel nostro tempo consumare è una specie di mestiere, allora può vestire i panni del 'professional consumer' e, avvolto in questo nuovo mantello, decidere di indagare la crisi economica, tentando di svelarne le cause recondite per superarla. Ma soprattutto può cercare di mostrare quel capovolgimento di paradigma che – aldilà della recessione stessa – ha intaccato il buon funzionamento del nostro capitalismo maturo.
Quell'uomo è Mauro Artibani, romano 60enne, autore di 'Professione consumatore' (Pdc Editori, 2009). Artibani è un prolifico blogger con un'idea alquanto originale e in apparenza bislacca: consumare è un lavoro, una professione fondamentale per l'intero sistema. Quindi, in quanto professionista, il consumatore va retribuito dalle imprese produttrici. Va pagato come se lavorasse. "Tutti noi consumiamo in ogni momento della nostra giornata, anche quando leggiamo un giornale o apriamo l'acqua del rubinetto in casa – dice Artibani a Nannimagazine.it – Due terzi del nostro PIL derivano dai consumi finali. Se smettessimo di consumare, semplicemente il Paese non andrebbe avanti. Diciamo, con un gioco di parole, che la nostra vita è spesa a fare la spesa, per cui è necessario uscire da un equivoco...".
Quale?
"La vulgata sociologica considera il consumatore un imbelle, uno stupido pressoché schiavizzato dalla pubblicità e dal marketing. Allora tutti auspichiamo che diventi responsabile, consapevole e dunque 'critico', nell'ottica dei sociologi. Se invece ci spostiamo sul piano economico, ci rendiamo conto innanzitutto che la regola ferrea della crescita rende la pratica del consumo indifferibile, improcrastinabile. In pratica, un obbligo".
E quindi?
"Il meccanismo produttivo dipende da noi consumatori e tale forza dobbiamo gestirla bene. Dobbiamo rivendicare il ruolo attivo che ci compete, rompendo la crosta sociologica e andando oltre l'essere meramente 'critici'. Da qui nasce la figura del 'professional consumer'. Questo nostro ruolo obbligato io lo considero un lavoro, un mestiere che deve essere in qualche modo retribuito. Tale retribuzione va ad aumentare il nostro reddito disponibile e serve a riequilibrare un meccanismo domanda offerta ormai malato, azzoppato dall'eccesso di capacità produttiva del nostro capitalismo che non può essere smaltito da redditi ad oggi insufficienti".
Ma il consumatore gode già dei prodotti che consuma. Come si ottiene un altro genere di beneficio?
"Mi spiego. Il consumo ha due funzioni chiave: da una parte, acquistando si trasforma il valore della merce in ricchezza; dall'altra, poi, consumando si sprona il meccanismo della riproduzione e si dà continuità al ciclo produttivo. Ci sono aziende, le più avvertite e sensibili, che già retribuiscono questa funzione. Per esempio, le televisioni commerciali: il loro prodotto è la conquista dell'attenzione dello spettatore che rivendono ai pubblicitari che a loro volta la rivendono ai produttori. Per fare ciò le tv commerciali retribuiscono, danno un reddito al consumatore, cioè gli forniscono informazione e intrattenimento senza fargli pagare il canone. Stessa cosa accade con i giornali 'free press' che sono gratis grazie alla pubblicità. Pensiamo a quelle compagnie telefoniche che ti fanno parlare gratis se ascolti messaggi pubblicitari".
Sì, ma siamo di fronte a benefici trascurabili per i redditi.
"Certo, ma bisogna capire che hanno più necessità i produttori di vendere che i consumatori di acquistare. La pratica del consumo è indifferibile per far crescere il PIL. E il profitto inteso come remunerazione del rischio di impresa, nel momento in cui il rischio non c'è perché i consumatori hanno l'obbligo di comprare, non ha più molto senso e può essere redistribuito ai consumatori stessi sotto forma di abbassamento dei prezzi per sanare lo scompenso del reddito insufficiente. Per i produttori, ciò che appare come rinuncia al profitto in realtà è un investimento, perché così rimane attiva la funzione del consumo, il ciclo va avanti, si migliora la gestione dei fattori produttivi che danno utili e le merci sono più competitive grazie ai prezzi più bassi".
In pratica siamo di fronte a un esito (prezzi più bassi) che viene raggiunto non con il libero mercato e la concorrenza, ma con una sorta di decisione pianificata, in qualche modo organizzata collettivamente dai produttori. Ma in regime di libero mercato, il rischio di impresa esiste perché il consumatore può scegliere le merci di Tizio invece che quelle di Caio o di Sempronio. Dunque, Caio e Sempronio rischiano. E proprio a causa dell'eccesso di offerta.
"Ci dovrebbe essere l'obbligo a rinunciare a parte del profitto per riequilibrare i redditi. Lo devono capire i produttori stessi che presto non ci saranno crediti o debiti in grado di surrogare i redditi insufficienti. La crisi del 2008 che ha visto collassare il capitalismo finanziario è nata proprio dall'esplosione del meccanismo del consumo fondato sul debito".
Chiede uno sforzo di pensiero collettivo e responsabile, forse utopistico, nella società del libero mercato schiava delle trimestrali di cassa. Oppure auspica una sottrazione di profitto ex lege. La sua è una visione socialisteggiante, forse applicabile in Cina, in un capitalismo di Stato, ordinato dall'alto, in cui il decisore politico può sottrarre direttamente risorse ai produttori per distribuirle alla forza lavoro che oggi è sottopagata e non alimenta la domanda interna. Più difficile attuarla in un'economia liberale e di mercato, in cui il decisore politico ha qualche spuntata arma normativa e regolatoria o la possibilità di un riequilibrio attraverso lo spostamento dei pesi fiscali.
"Non nascondo la mia formazione di sinistra, anche se oggi sono alquanto perplesso. Vede, è saltato il vecchio paradigma per cui il lavoro, l'occupazione crea reddito. Ormai è il reddito che crea occupazione e fa andare avanti il sistema. Eppure tutti continuiamo a ragionare in modo vecchio, superato. Oggi, in regime di offerta superiore alla domanda, non possono più governare i produttori. Sono i consumatori ad avere il coltello dalla parte del manico e devono rivendicare questo governo del sistema. Ecco perché provocatoriamente dico che bisogna entrare nell'era del capitalismo dei consumatori. È così che si va oltre la crisi".
Nelle sue parole si ascoltano gli echi di teorie come la 'decrescita felice' di Serge Latouche. E si pensa a fenomeni come quello dei Gruppi di acquisto solidale.
"Ecco, i Gas, aldilà dell'aggettivo 'solidale', sono gruppi di 'professional consumer' che mettono insieme una forza d'urto in grado di negoziare su prezzo e qualità del prodotto. E questo è il loro reddito in quanto consumatori che 'lavorano'. Io però voglio superare il concetto pedagogico o filantropico-ambientalista che sta dietro a termini come 'solidale' e 'felice'. E voglio pormi su un piano di convenienza economica. Se il consumatore che diventa 'professionale' recupera lo status di soggetto che in quel meccanismo 'lavora', ciò lo sottrae al discredito sociologico e lo mette in condizione di ripensare in termini collettivi il suo stare sul mercato con altri che lavorano come lui. In tal modo, il consumatore è investito di una responsabilità precisa: lui sa che non potrà più consumare un mondo già consumato. Dunque, risiede in ciò la convenienza di un consumo che sia davvero sostenibile".
Intervista di Ulisse Spinnato Vega a Mauro Artibani

giovedì 20 gennaio 2011

LA POLITICA ED IL CAPITALISMO DEI CONSUMATORI


La crisi incombe e la politica parla d’altro?
E se costringessimo lor signori a parlare che so…del Capitalismo dei Consumatori ?
Fa sorridere, inquieta una tal prospettiva?
Si, se come insegnano i sociologi il consumatore è un imbelle senza limiti.
Si, se sa far solo quello.
Si, se spende e spande senza tregua indebitandosi.
Si , se nel consumare inquina.
No, se con gli acquisti genera i 2/3 del Pil.
No, se consumando l’acquistato fornisce l’input per nuovamente produrre.
No, se come operatore di mercato l’imbelle trasforma la merce in ricchezza e fa crescere l’economia.
No, se la crescita economica, così dipendente dagli acquisti, fa i consumatori forti.
Ancor no, se a fronte di uno strutturale eccesso di capacità produttiva, che ingolfa il mercato,
rivendica un idoneo tornaconto economico per poter smaltire l’eccesso di offerta.
Essipperchè hanno più bisogno i produttori di vendere che i consumatori di acquistare.
Essipperchè il centro della crisi sta nell’alterazione del rapporto di scambio domanda/offerta; nell’eccesso di merci e in un consumo insufficiente che il debito ha tentato di surrogare fino a fare sboom.
Essipperchè i redditi da lavoro erogati dai produttori risultano insufficienti ad acquistare quanto prodotto.
Si scorge la necessità di un cambio di rotta nel meccanismo economico per uscire dal guado?
Certo per far questo i consumatori dovranno dotarsi di adeguate competenze professionali: Professional Consumer, appunto, altro che dilettanti allo sbaraglio.
Avranno di che vantarsi e avvantaggiarsi fino a farsi lobby, la lobby più forte di tutte le altre.
Insomma: la domanda comanda!
Per la politica, oltre l’inerzia, si apre lo spazio per tornare a prendere parte, a farsi parte.
La crisi? Altro che terra incognita!

Mauro Artibani

Autore del libro: PROFESSIONE CONSUMATORE
Paoletti D’Isidori Capponi Editori
Marzo 2009
www.professionalconsumer.splinder.com

giovedì 9 dicembre 2010

CAPITALISMI DI IERI, DI OGGI. DOMANI QUELLO DEI CONSUMATORI


Fin ieri sono stati i Produttori i capitani del Capitalismo: quelli che producevano merci, mettevano sul mercato beni che vieppiù scarsi generavano ricchezza, erogavano reddito a chi per loro lavorava, che consentiva l’acquisto dando ristoro al bisogno di lor Consumatori.
Accadde poi che la loro capacità di fare fece troppo e venne il tempo dell’eccesso della capacità produttiva: all’aumento dell’offerta non corrispose una adeguata remunerazione del lavoro che produce. Quel reddito, non in grado di smaltire per intero il prodotto, gonfiò i magazzini di invenduto; bloccò il meccanismo dello scambio. I Comandanti, allergici alla deflazione, ordinarono politiche reflattive per spingere la domanda e sostenere i prezzi, mettendo in scacco il mercato.
Quelli del credito subdorarono l’affare, quella congiuntura politica li favorisce, presero la palla al balzo gestendo e fornendo liquido monetario e non solo a chiunque ne volesse.
Al grido di “finanziarizziamo l’economia” i finanzieri prensero il comando.
Furono rinnovate le cariche del Capitalismo, vennero anni di sviluppo, si vendette tutto, si acquistò tutto; fu prodotta ricchezza con il debito.
Debito in tutte le salse, per tutti gusti ed ogni tasca; solo negli Usa dal 2000 al 2006 gli utili dell’industria finanziaria passarono dall’8 al 36% dell’intera Corporate America.
I nuovi capitani per cotanto fare ebbero riconosciuto l’onore al merito: altrettanto in bonus.
Ma come i sogni svaniscono all’alba, così quella fragile ricchezza smise di arricchire: il debito tracimò, il credito si fece inesigibile, la domanda crollò, l’offerta si svalutò.
Ciò che troppo in alto sal cade, sovente, precipitevolissimoevolmente.
Orbene in questo tempo di frontiera matura il domani: svalutate le merci dei Produttori, screditato il credito dei creditori viene rivalutato il reddito che acquista: unico bene scarso offerto al mercato.
Rivalutato quel bene, torna attivo il ruolo dei Consumatori: acquistano, restituiscono appeal alle merci, generano ricchezza; il consumo di quelle merci dispone la riproduzione fornendo continuità al ciclo produttivo, sostanza alla crescita economica; viene sottratto spazio al debito, la funzione creditizia torna d’acchito all’intermediazione che ben gli stà.
Tra gli operatori di mercato si muove tutto: vecchi comandanti ora dipendenti, nuovi comandanti degradati sul campo; nuove funzioni dirigenti reclamano spazio, potere, comando per il governo dei processi produttivi: il potere della Domanda che sollecita gli investimenti, dispone la produzione; ergo lavoro, occupazione, reddito. Ad esser pignoli sollecita anche la responsabilità dei produttori nell’impiego delle risorse, pure la qualità delle merci magari ecocompatibili, nonché il prezzo.
Vieppiù in cotanta domanda ritrova albergo il Noi, sodale e/o muscoloso, esiliato l’Io impotente ed ineffettuale.

Mauro Artibani
Per approfondire il tema trattato: PROFESSIONE CONSUMATORE
Paoletti D’Isidori Capponi Editori
Marzo 2009

www.professionalconsumer.splinder.com
www.professioneconsumatore.org