Ficca il naso, se senti olezzo. Non ti tappare, indaga: Il rischio della povertà, in Europa, colpisce in misura rilevante anche chi ha un impiego lavorativo, con l’Italia nel numero dei Paesi più colpiti dal fenomeno. Secondo i dati pubblicati il 31 gennaio da Eurostat, un lavoratore europeo su dieci è a rischio povertà: un dato, cresciuto nell’ultimo decennio, dall’8,6% del 2008 al 9,5%.
Rispetto alla media europea il rischio di cadere in povertà, pur avendo un lavoro, in Italia è aumentato tre volte di più rispetto alla media europea: l’incremento è stato di 3,3 punti percentuali. Il Bel Paese risulta, quindi, il quarto Paese più colpito da questo fenomeno con il 12,2% dei lavoratori a rischio.
Rischio povertà più elevato per lavoratori part-time
Se si restringe l’osservazione alle tipologie contrattuali, nota Eurostat, il rischio di povertà tende a raddoppiare nel caso dei lavori a tempo parziale: nella media europea tale rischio passa dal 7,8% dei lavoratori a tempo pieno al 15,7%. Il discorso peggiora ulteriormente nel caso dei lavori a tempo determinato: rispetto ai contratti stabili il rischio di povertà risulta del 16,2% contro il 6,1%.
Dunque, al solito, si può adire al destino cinico e baro; si può pure considerare immorale la faccenda ma.. senza riuscire a spostare di una virgola la questione.
Vabbè, puoi provare a metterci una pezza con il debito.
Condizioni di offerta estremamente appetibili, tassi di interesse ai minimi spingono verso l’alto le richieste di finanziamento da parte delle famiglie italiane: nel 2019, secondo ultimo aggiornamento del Barometro del Credito alle Famiglie, viene fuori una crescita del +6,7% rispetto al 2018; l’incremento è stato del +4,7% relativamente alla componente dei prestiti personali e del +8,5% per i prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi.
Cavolo, la pezza non basta al poco lavoro e mal pagato se, nell’ultimo anno, il 32,5% degli italiani ha rinunciato ad effettuare controlli medici e di prevenzione e il 27,3% ha tagliato sulle spese dentistiche. Tra le rinunce nell’ultimo anno, al primo posto l’acquisto di una nuova auto (51,4%), il 44,2% invece ha rimandato lavori di ristrutturazione nella propria abitazione; il 38,2% ha rinunciato a sostituire arredi di casa ed elettrodomestici logorati, il 28,5% ha fatto a meno delle riparazioni del proprio autoveicolo e il 34,5% delle spese per un/una badante.
L'Istat, che ha orecchie tese e sguardo aguzzo, ha indicato -0,3% t/t il PIL del quarto trimestre 2019; il calo congiunturale più marcato dal lontano 2013.
Fiuuu, stagnazione! Si, cos’altro sennò, quel vacillìo se i Medici non medicano, le auto dal concessionario arrugginiscono, l’abitazione si degrada, la lavatrice non lava e l’automobile non ce la fa ad andare così come lo sbadato Nonno?
Dunque mettendo in ordine i fatti, anzi i misfatti, vien fuori il fattaccio: lo sconquasso della produttività totale dei fattori.
Beh fattorini, più che fattori, fin quando faranno resistenza a far entrare nell’esclusivo club di quella produttività: il fattore Consumo.
Essì daje! La crescita si fa con la spesa, non con il fare d’impresa, il lavoro e la produzione; a spesa fatta i produttori dovranno ri-produrre, chi non lavora lavorare, gli altri ri-lavorare. Verrà generata ricchezza da allocare.
Già, nel ri-allocarla chi vorrà correre il rischio di veder i Consumatori, ri-vacillare?
Mauro Artibani, l’economaio
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martedì 11 febbraio 2020
FICCA IL NASO NELL’OLEZZO DEI FATTORI
Ficca il naso, se senti olezzo. Non ti tappare, indaga: Il rischio della povertà, in Europa, colpisce in misura rilevante anche chi ha un impiego lavorativo, con l’Italia nel numero dei Paesi più colpiti dal fenomeno. Secondo i dati pubblicati il 31 gennaio da Eurostat, un lavoratore europeo su dieci è a rischio povertà: un dato, cresciuto nell’ultimo decennio, dall’8,6% del 2008 al 9,5%.
Rispetto alla media europea il rischio di cadere in povertà, pur avendo un lavoro, in Italia è aumentato tre volte di più rispetto alla media europea: l’incremento è stato di 3,3 punti percentuali. Il Bel Paese risulta, quindi, il quarto Paese più colpito da questo fenomeno con il 12,2% dei lavoratori a rischio.
Rischio povertà più elevato per lavoratori part-time
Se si restringe l’osservazione alle tipologie contrattuali, nota Eurostat, il rischio di povertà tende a raddoppiare nel caso dei lavori a tempo parziale: nella media europea tale rischio passa dal 7,8% dei lavoratori a tempo pieno al 15,7%. Il discorso peggiora ulteriormente nel caso dei lavori a tempo determinato: rispetto ai contratti stabili il rischio di povertà risulta del 16,2% contro il 6,1%.
Dunque, al solito, si può adire al destino cinico e baro; si può pure considerare immorale la faccenda ma.. senza riuscire a spostare di una virgola la questione.
Vabbè, puoi provare a metterci una pezza con il debito.
Condizioni di offerta estremamente appetibili, tassi di interesse ai minimi spingono verso l’alto le richieste di finanziamento da parte delle famiglie italiane: nel 2019, secondo ultimo aggiornamento del Barometro del Credito alle Famiglie, viene fuori una crescita del +6,7% rispetto al 2018; l’incremento è stato del +4,7% relativamente alla componente dei prestiti personali e del +8,5% per i prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi.
Cavolo, la pezza non basta al poco lavoro e mal pagato se, nell’ultimo anno, il 32,5% degli italiani ha rinunciato ad effettuare controlli medici e di prevenzione e il 27,3% ha tagliato sulle spese dentistiche. Tra le rinunce nell’ultimo anno, al primo posto l’acquisto di una nuova auto (51,4%), il 44,2% invece ha rimandato lavori di ristrutturazione nella propria abitazione; il 38,2% ha rinunciato a sostituire arredi di casa ed elettrodomestici logorati, il 28,5% ha fatto a meno delle riparazioni del proprio autoveicolo e il 34,5% delle spese per un/una badante.
L'Istat, che ha orecchie tese e sguardo aguzzo, ha indicato -0,3% t/t il PIL del quarto trimestre 2019; il calo congiunturale più marcato dal lontano 2013.
Fiuuu, stagnazione! Si, cos’altro sennò, quel vacillìo se i Medici non medicano, le auto dal concessionario arrugginiscono, l’abitazione si degrada, la lavatrice non lava e l’automobile non ce la fa ad andare così come lo sbadato Nonno?
Dunque mettendo in ordine i fatti, anzi i misfatti, vien fuori il fattaccio: lo sconquasso della produttività totale dei fattori.
Beh fattorini, più che fattori, fin quando faranno resistenza a far entrare nell’esclusivo club di quella produttività: il fattore Consumo.
Essì daje! La crescita si fa con la spesa, non con il fare d’impresa, il lavoro e la produzione; a spesa fatta i produttori dovranno ri-produrre, chi non lavora lavorare, gli altri ri-lavorare. Verrà generata ricchezza da allocare.
Già, nel ri-allocarla chi vorrà correre il rischio di veder i Consumatori, ri-vacillare?
Mauro Artibani, l’economaio
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martedì 4 febbraio 2020
TRA PACHIDERMI E PAPPAGALLI T’IMBESTIALISCI!
Un luogo comune dice l’Economia una Scienza triste, quando ne leggi e ti diverti, magari ti accalori e prendi pure spunti: fiuuu.
Leggi tutto d’un fiato tra bufale, "Pachidermi e Pappagalli"; un bestiario che fa il verso alle bestialità che senti in giro.
Carlo Cottarelli non le manda a dire, le dice pure al telefono a quelli di “La nuova provincia”: «Le bufale in campo economico possono portare a scelte economiche sbagliate che ricadono su tutti, ma anche a incolpare per i nostri problemi qualcun altro, magari Soros, la Francia, la Germania o i cosiddetti poteri forti. Se io credo a certe bufale rischio di non fare le riforme necessarie a far ripartire il Paese o, peggio, a intraprendere soluzioni sbagliate, come uscire dall’Europa».
D’accordo con lei Prof, si rende necessario andare a vedere se, chi le diffonde, conosca o meno la materia di cui parla. Vero oggi in Italia tutti sono economisti, come tutti si sentono allenatori della nazionale di calcio, ma anche gli economisti non sono tutti uguali e non tutti hanno le stesse idee. Però è necessario leggere le fonti, approfondire, non accontentarsi di quello che ci viene detto.
Prof, mi scusi, non sono economista; economaio, invece, che studia quell’Economia dei Consumi e che, a furia di studiare, ne ha redatto il Trattato. Nel trattarlo mostro un pertugio, tra una strutturale sovraccapacità delle Imprese ed un affrancamento dal bisogno dei Consumatori, dove sta ficcata un’altra bufala che grida vendetta: quella dei “Produttori che producono ricchezza”. Nella spesa aggregata, che la misura, v’è traccia, quando v’è, solo di 1/5 riferito alle Imprese; quella prodotta dai Consumatori, oltre i 2/3.
Bufala che nasconde i connotati della mancata crescita e che oggi i dati pubblicati dalla Bce evidenziano come una crescente spaccatura nell'economia del blocco Ue.
La crescita dei prestiti alle imprese cala al 3,2%, ai minimi da due anni; i prestiti alle famiglie accelerano al 3,7% dal 3,5%, la migliore rilevazione in 11 anni.
Siamo alle solite Prof, quella misera crescita fatta con i fichi secchi del debito, al quale i pur affrancati dal bisogno non si sottraggono, fa della “stagnazione secolare” non una teoria, quanto invece una triste, sconsolante evidenza empirica.
Mauro Artibani, l’economaio
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martedì 28 gennaio 2020
PREZZI GIUSTI CERCASI
Asta record per il nuovo Btp trentennale del Tesoro, con una domanda pari a qualcosa come 47 miliardi di euro, a fronte dei 7 messi sul mercato, per la prima tranche del nuovo benchmark; 360 investitori, insomma, per il nuovo Btp a 30 anni, con scadenza 1settembre 2050 e cedola annua del 2,45.
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha snocciolato i dettagli dell’emissione. Più dei due terzi del collocamento è stato sottoscritto da fund manager (67,9%), mentre le banche ne hanno sottoscritto il 13,3%. Gli investitori con un orizzonte di investimento di lungo periodo hanno acquistato il 12,1% (in particolare il 6,4% è stato allocato a banche centrali e istituzioni governative, mentre il 5,7% è andato a fondi pensione e assicurazioni). Agli hedge fund è stato allocato il 6,5% dell’ammontare complessivo. Le imprese non finanziarie hanno partecipato all’emissione con una quota residuale pari allo 0,1% circa.
Nonostante il rating BBB e l’incertezza politica, in vista delle elezioni regionali in Calabria ed Emilia Romagna, i BTp continuano insomma ad essere gettonati alle aste del Tesoro. Ma non solo in Italia.
Toh, come i rendimenti dei trentennali Usa che stanno al 2,2972% ma con un rating AAA.
Nel Mondo poi, oltre 16.000mld di euro di obbligazioni governative hanno rendimenti addirittura negativi: una pacchia!
Un cacchio, qualche preoccupazione è stata manifestata circa il potenziale impatto dei tassi negativi sulle famiglie dell’eurozona. Tanto emerge dai verbali della Bce relativi alla riunione del 12 dicembre scorso, la prima presieduta da Christine Lagarde. In particolare viene chiesto “un monitoraggio concomitante dei risparmi e delle dinamiche dei consumi”.
Ma come loro che, con le politiche monetarie lasche hanno fatto l’inguacchio, oggi monitorano lo stato dello stesso inguacchio?
Giust’appunto, quell’inguacchio delle azioni di reflazione, volte a sostenere la domanda, per non far scendere i prezzi. Prezzi che non sono scesi, anzi son saliti alle stelle e che si mostrano con i tassi negativi, con le Borse del Mondo sui massimi, con i valori immobiliari alle stelle.
Prezzi falsati pure quelli al consumo, che non riescono a raggiungere quell’agognata meta, sognata dai banchieri centrali, del quasi + 2% ma che hanno, invece, inibito quella deflazione in grado di ricaricare il potere d’acquisto proprio delle famiglie che oggi monitorano.
Bella no? Tra risparmi che non rendono, consumi consumati dal magro potere d’acquisto ed un mercato impallato da prezzi che non raccapezzi.
Già, tutto questo mentre il ristretto club dei Paperon de' Paperoni mondiali, 2.153 persone, detiene una ricchezza superiore al patrimonio di 4,6 miliardi di persone, mentre alla metà più povera della popolazione resta meno dell’1%.
Non son io a dirlo, sta nel nuovo report diffuso da Oxfam alla vigilia del meeting annuale del World Economic Forum di Davos.
Mauro Artibani, l’economaio
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martedì 21 gennaio 2020
QUANDO I MICCHI SI FAN MIOPI
Quando un trattore John Deere nuovo di zecca si rompe, è necessario un computer per ripararlo.
Quando, invece, un trattore prodotto nel 1979 si rompe, puoi ripararlo da solo. Le attrezzature agricole ora vengono spesso “assistite” da un computer. Quel computer viene spesso fornito con un software di gestione dei diritti digitali che possono rendere le semplici riparazioni, un dispendio costoso per il portafoglio. Come riportato dal Minnesota StarTribune , gli agricoltori, che non son micchi, hanno capito come risolvere il problema: acquistare trattori fabbricati 40 anni fa, prima che i computer prendessero il controllo.
Questo li ha resi popolari nelle aste intorno al mid west americano. Nel 2019 un banditore dell'area del Nebraska ha venduto 27 trattori John Deere di vecchio modello. I vecchi trattori da lavoro sono così popolari che uno a basso chilometraggio si può vendere per decine di migliaia di dollari. Venduto un modello del 1980 con 2.147 ore di utilizzo € 39.128,86. Un modello del 1979 venduto per € 54.870,35.
Sono un sacco di soldi ma sono ancora più economici di un nuovo modello che costa tra € 89.951,40 e 134.927,10. Il prezzo è buono e consente di evitare i componenti del computer dei modelli più recenti e di risparmiare denaro nel lungo periodo.
Ehi ehi, gli agricoltori sono al centro del diritto alla riparazione, un movimento dei consumatori di base che rivendica come le persone dovrebbero avere il diritto di riparare le proprie cose.
Apple non ci sta e gioca lo stesso “giochino” con i suoi iPhone; recentemente ha detto al Congresso come le persone potrebbero ferirsi se riparassero le proprie cose.
Micco John, ancor più quelli di Apple!
Micco chi, magari con l’impiego delle tecnologie, ha finito per aver prodotto in eccesso e con quelle stesse tecnologie tenta di riparare al danno, non consentendo di far riparare i danni che si possono manifestare in quelli venduti?
Micco chi deve vendere e per farlo fa pagare prezzo a chi o non dispone dei denari per pagarlo o manca della necessità di doverlo pagare perché ne ha già uno che costa meno e che, all’occorrenza, si ripara pure.
Micco o miope chi dopo aver sovrapprodotto e fatto pagare il conto al lavoratore, riducendo il salario, non s’accorge di dover vendere proprio a chi ha il portafoglio floscio ed ancor più ha già tutto, anzi di più?
Micchi o miopi pure quei soloni dell’Economia che ancor oggi accreditano quelli che, co’ ‘sti giochini, intrallazzano nel fare e vendere; mica solo trattori e smart phone, magari pure televisori, automobili persino spazzolini da denti e che, così facendo, hanno concorso ad incagliare il meccanismo della crescita?
Beh, con questa crisi che non passa più che miopi, addirittura non vedenti!
Mauro Artibani, l’economaio
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martedì 14 gennaio 2020
LETTERA APERTA ALL’ ACCADEMIA DELLA CRUSCA
Chiarissimo accademico,
sono Mauro Artibani, l’approssimato; scrivo a braccio, parlo a orecchio, così la interrogo.
Le donne fanno carriera; messa la sordina al millenario dover esser madri/mogli/amanti possono far, vivaddio, altro.
Scalano la carriera militare, per esempio, là dove stanno in fila da sempre il caporale poi il sergente più su il maggiore, ancor più su il colonnello, in cielo il generale.
Rincuora veder marciare una Maria, sergenta… o sergentessa? Della Giulia, maggiora o maggioressa cosa ne dice? Quando Arianna toccherà la vetta, dovrà decidere s’esser generala o generalessa. Così conciata, poter farsi obbedire?
Si, è vero, ci son da tempo professoresse, dottoresse; ministresse invero poche e poche lagne.
Già, c’è pure l’economista che il dizionario Treccani appella singolare, maschile/femminile; magari, perché da sempre la pratica nella gestione delle risorse scarse è stata, in casa, cosa femmina; solo poi gli economisti maschi, fuori casa, ne hanno fatto teoria.
Dottor’essa invece non è il femminile di Dottore quanto un pronome personale appiccicato in coda ad un titolo che, pur suonando come l’esercizio di un’ossessa, resta maschile.
Oh, beh, certo lo poi di’ ma… non se po’ senti’. Si, per quanto ipocritamente giusto, quell’orribile gracchìo inquina il pensare; giust’appunto, come la “fiumistica” dove è stato cacciato il Tevere o quella “sentieristica” che percorre la montagna.
Orbene, direbbe si possa dire o ritiene possibile con decreto accademico, facendo uno strappo alla regola, poter privare il termine Dottore e i simili di ogni connotazione di genere; pur oltre il maschile inclusivo, neutro insomma? Si, in questo tempo incerto, magari per non dar foraggio a “parolacce” e dar tempo a quei laureati gender, in bilico tra i connotati, di restare ovunque “Dott.”
Vorrei non cavillare ma… oggi pure per il maschio, che fa cose in casa, massaia è meglio di massai’esso!
Massaio non si può; fu già il ruolo dell’economo proprio della sua Crusca.
Grazie e… mi perdoni l’ardire.
Mauro Artibani, l’economaio
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lunedì 9 dicembre 2019
TOH, DELL’ECONOMIA DEI CONSUMI, IL TRATTATO
"Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. All'improvviso vi sorprenderete a fare l'impossibile".
Come sottrarsi all’impeto francescano?
No, non mi sottraggo: l’Economia della Produzione ha generato perlopiù ricchezza con il debito mentre quel Mercato, nato con l’eccedenza, proprio di eccedenze rischia di morire; quella dei Consumi manca ancora di un costrutto che tenga insieme le parti. Questo testo intende farsi carico di individuare le regole che rendano possibile fare il prezzo del Valore che sta nella nuova “Offerta”; buono per sanare il gap dell’out put.
Toh e magari, senza strafare, fare solo un “nuovo possibile”; raddrizzare le disequità nella distribuzione della ricchezza.
Ok, d’accordo, nelle prefazioni non la si fa troppo lunga per non fiaccare chi vuol leggere il resto.
La faccio breve quindi: slogan, per mettere pepe nella camomilla, come fanno quelli del Marketing.
No scusate, non ce la faccio, mi tocca premettere alla Premessa che dentro questo disfunzionante ciclo economico sta un vecchio anchilosato paradigma recitante la litania “le Imprese generano ricchezza …".
In questo testo metto per iscritto la sua abiura; lo corroboro con dati e fatti, lo scandisco, al fin scopro le carte: per non continuare a barare, nel sistema della produzione, s’ha da cambiare l’ordine dei ruoli poi riattribuire oneri e onori. Niente paura, tra le parti in causa resteranno immutati i rapporti giuridici e quelli proprietari.
Per far questo, invece che usar ineffettuali teorie, trovo sostegno nelle evidenze empiriche.
Prendo a dire in vece degli economisti che dicono d’altro e dei politici che non sanno dire; da economaio, che studia l’Economia dei Consumi, ne faccio un Trattato. Magari solo i prolegomeni, non l’elegia.
Bene avevo minacciato slogan, mantengo la promessa; scrivo tweet a destra e a manca:
Con la spesa i Consumatori generano i 2/3 della ricchezza, agli altri il misero resto.
La crescita rende l'esercizio della spesa indifferibile.
I redditi, erogati dall'impresa a chi lavora, sono insufficienti ad acquistare quanto prodotto.
Occorre esser prodighi per esser prosperi; prosperi per mantenere la prosperità.
L'esercizio di consumazione deve potersi auto sostenere!
Sostenere questa spesa che genera lavoro e lo remunera, remunerando tutti!
Quando ancor oggi, a fronte di tutto questo, scorgo che i banchieri centrali si arrabbattano per spingere l'inflazione vicina all'obiettivo del 2%, falsando i prezzi, mi piglia un moto di stizza; prendo tutti ‘sti tweet, li stringo, ne estraggo un paradigma nuovo di zecca e glielo tiro: "La crescita si fa con la spesa. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa crea lavoro e lo remunera; remunerando tutti, pure quelli del capitale."
Ufff, l’ho detto d’un fiato; chi vuole legga il resto piano, piano!
Mauro Artibani, l’economaio
Link: https://www.amazon.it/Trattato-dellEconomia-Consumi-Mauro-Artibani-ebook/dp/B0825J6KLF/ref=sr_1_2?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=mauro+artibani&qid=1575225325&sr=8-2
martedì 3 dicembre 2019
LA LINGUA BATTE DOVE IL DENTE DUOLE
La lingua batte dove il dente duole.
Fuor di metafora, quella crescita che non cresce sbatte contro un debito che cresce, anzi dilaga.
La Penisola è terza al mondo anche per il peso del debito pubblico pro capite con €57.000 a parità di potere d’acquisto, dopo il Giappone (oltre 90mila dollari) e gli Usa (65mila circa), contro una media Ocse di €48.750.
E' più che raddoppiato in 20 anni l’indebitamento delle famiglie italiane, passato dai 13mila euro del 1998 ai 27mila euro del 2018. Lo indica il Report del Fondo di prevenzione del sovraindebitamento e dell'usura, gestito da Adiconsum.
Se non basta ce n‘è ancora: Continua inarrestabile la crescita del debito globale. Nella prima metà dell’anno ha sfondato la soglia dei €227 mila miliardi di dollari.
Se non dovesse bastare lo evidenzia l’ultimo rapporto, pubblicato dall’International Institute of Finance, dal quale emerge che il debito globale è aumentato di €6,82 mila miliardi nei primi sei mesi del 2019. Per fine anno le attese sono per un ulteriore aumento, fino a €231,92 mila miliardi. A trainare la crescita, l’impennata dei debiti negli Stati Uniti e in Cina.
E le Imprese, si dirà?
Già, le Imprese , imprecano: Negli Usa,l'utilizzo della capacità degli impianti - che misura la produzione industriale rispetto al potenziale - è sceso di 0,8 punti percentuali al 76,7%, contro attese per un dato al 77%; il dato resta sotto la media di lungo termine del 79,8% registrata tra il 1972 e il 2017. Prima dell'ultima recessione, il dato era solitamente oltre l'80%.
Dal 2007 a oggi in Italia c'è stato un forte calo degli investimenti, con una perdita di oltre 907 miliardi nella dotazione di capitale. Lo ha sottolineato il vicedirettore generale dell'Abi, Gianfranco Torriero, secondo cui "gli investimenti sono ancora molto inferiori rispetto ai livelli precrisi".
"Oggi, ha spiegato Torriero gli investimenti sono il 17% in meno rispetto al periodo precrisi, pari a -68,6 miliardi di euro nel confronto tra il 2019 e il 2007. Se si cumula la perdita segnata in ciascun anno, abbiamo -907 miliardi di minore dotazione di capitale in Italia".
Amarus in fundo: Confesercenti commenta i dati sulla fiducia di imprese e famiglie diffusi oggi da Istat. La fiducia delle famiglie segna una pesante battuta d'arresto, un segnale negativo che potrebbe preludere ad un ulteriore indebolimento dei consumi, praticamente fermi, con l'incubo della recessione che torna a pesare sul futuro".
Niente paura, la soluzione c’è. Arriva la créme dell’accademia economica, sbircia, confabula poi sentenzia: stagnazione secolare!
Ci risiamo, cento anni flat pur di non voler andare oltre quel che blatera quell’appassito paradigma che recita l‘Impresa generatrice di ricchezza…
Ennò, cavolo, tutti questi dati dicono d’altro: come la crescita si faccia con la spesa, e quando, mancano i denari per farla, tocca farla a debito. Così quando se n‘è fatto troppo, faccio meno spesa; le imprese, allarmate, smettono di investire e paraponzi, ponzi, pò.
Indi percui poscia, per far tornar ad investire lor Signori e rimettere il debito, s’ha da trovare il modo di poter far fare quella spesa che smaltisce, riattivando il ciclo e creando la ricchezza che riduce quel debito; buono per sanare pure il gap dell’out put.
Ehi, per non dimenticare vi lascio, più che un promemoria, un paradigma nuovo di zecca che sostituisca quello vecchio: "La crescita si fa con la spesa; quella dei Consumatori ne fa i 2/3. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa, remunera tutti; altro che far debito."
Mauro Artibani, l’economaio
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