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martedì 18 febbraio 2020

I NONNI E I CONTI DI UN OSTE OSTAGGIO DEI CONTI

Nello stagno l’acqua ristagna. Il reddito disponibile delle famiglie italiane nel 2013 è rimasto ai livelli di 25 anni fa; l'Ufficio Studi di Confcommercio evidenzia che, in quello stesso anno, il reddito disponibile risultava pari a 1.032 miliardi di euro, rispetto ai 1.033 del 1988. Quand’oggi ancora più ristagna: olezza! Il centro studi di Confindustria, dopo sette anni e il naso chiuso al fetore, getta invece l’esca: La spesa degli over 65 è "ampia" e "in aumento": vale circa 200 miliardi di euro, quasi un quinto dei consumi delle famiglie italiane e raggiungerà il 30% nel 2050. Nell’attesa che qualcuno abbocchi, questi studiosi commentano: rispetto a un decennio fa gli anziani sono in grado di generare una domanda potenziale maggiore, crescente e diversificata anche considerato che la loro situazione reddituale e finanziaria è più solida e più stabile rispetto alle altre classi di età e ha risentito poco della lunga crisi economica. "Catturare questa domanda potenziale è un'opportunità che le imprese non possono lasciarsi sfuggire". Poi rivelano: gli over 65 si caratterizzano per un consumo pro-capite medio annuo più elevato, 15,7mila euro (contro i 12,5 per gli under 35) e un reddito medio più alto, 20mila euro (a fronte di 16mila degli under 35). Inoltre hanno una maggiore ricchezza reale pro-capite, 232mila euro (vs 110mila) e una solidità finanziaria superiore, con 1 anziano su 10 indebitato (a fronte di quasi 1 su 3 tra gli under 40). Da qui, secondo questi studiosi, gli anziani in salute rappresentano un segmento di consumatori appetibile per le imprese ed è per questo che diverse aziende stanno ritarando i propri prodotti, beni o servizi a misura di anziano. Un momento Signori, pure gli arzilli son costretti a ritarare quel loro avvizzito credito di ruolo che il tempo ha scosso. Essipperchè, esperienti di un mondo che non c’è più, sono inesperienti in quello che c’è; incassano pure più del capitale umano e sociale speso; alfin, figli del “sacrificio”, renitenti ad esser prodighi, trattengono quella spesa che fa la crescita mentre stessano, per età, quella pubblica per la sanità. Per riaccreditarsi e ritararsi investono nella famiglia; ritirano la rendita, la redistribuiscono; si tengono il comodato d’uso della casa; il resto ai figli, magari in esoso affitto e portafoglio moscio. Paghette, che alleggeriscono il portafoglio, pure a destra e a manca ai nipoti senza portafogli mentre ai bis nipoti offrono asilo in casa. Ehi del CsC, attenzione! Se le Imprese vogliono ritarare la sovraccapacità che le scrolla producendo merci a misura d’anziano rischiano, saltando da palo in frasca, di ritrovarsi ad aver ancora sovrapprodotto. No, non ve la sto tirando, anzi si. Mentre credevo di aver finito di divagare sui vostri intenti, arriva pure la smentita della ricchezza presunta affibbiata ai canuti: la Uil dice che il blocco dell’indicizzazione delle pensioni dal 2011 ad oggi ha generato "danni gravissimi e permanenti" al potere d'acquisto di milioni di pensionati. In 9 anni una pensione di 1.500 euro lordi mensili nel 2011, ha cumulato una perdita complessiva pari a 74,03 euro al mese, ossia 962,39 annui; un pensionato con un assegno di 1.900 euro lordi mensili nel 2011 ha subìto nello stesso periodo un mancato incremento di circa 1.378,83€ lordi annui. Meditate gente, meditate! Mauro Artibani, l’economaio https://www.amazon.it/s?k=mauro+artibani&__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&ref=nb_sb_noss_1

martedì 4 febbraio 2020

TRA PACHIDERMI E PAPPAGALLI T’IMBESTIALISCI!

Un luogo comune dice l’Economia una Scienza triste, quando ne leggi e ti diverti, magari ti accalori e prendi pure spunti: fiuuu. Leggi tutto d’un fiato tra bufale, "Pachidermi e Pappagalli"; un bestiario che fa il verso alle bestialità che senti in giro. Carlo Cottarelli non le manda a dire, le dice pure al telefono a quelli di “La nuova provincia”: «Le bufale in campo economico possono portare a scelte economiche sbagliate che ricadono su tutti, ma anche a incolpare per i nostri problemi qualcun altro, magari Soros, la Francia, la Germania o i cosiddetti poteri forti. Se io credo a certe bufale rischio di non fare le riforme necessarie a far ripartire il Paese o, peggio, a intraprendere soluzioni sbagliate, come uscire dall’Europa». D’accordo con lei Prof, si rende necessario andare a vedere se, chi le diffonde, conosca o meno la materia di cui parla. Vero oggi in Italia tutti sono economisti, come tutti si sentono allenatori della nazionale di calcio, ma anche gli economisti non sono tutti uguali e non tutti hanno le stesse idee. Però è necessario leggere le fonti, approfondire, non accontentarsi di quello che ci viene detto. Prof, mi scusi, non sono economista; economaio, invece, che studia quell’Economia dei Consumi e che, a furia di studiare, ne ha redatto il Trattato. Nel trattarlo mostro un pertugio, tra una strutturale sovraccapacità delle Imprese ed un affrancamento dal bisogno dei Consumatori, dove sta ficcata un’altra bufala che grida vendetta: quella dei “Produttori che producono ricchezza”. Nella spesa aggregata, che la misura, v’è traccia, quando v’è, solo di 1/5 riferito alle Imprese; quella prodotta dai Consumatori, oltre i 2/3. Bufala che nasconde i connotati della mancata crescita e che oggi i dati pubblicati dalla Bce evidenziano come una crescente spaccatura nell'economia del blocco Ue. La crescita dei prestiti alle imprese cala al 3,2%, ai minimi da due anni; i prestiti alle famiglie accelerano al 3,7% dal 3,5%, la migliore rilevazione in 11 anni. Siamo alle solite Prof, quella misera crescita fatta con i fichi secchi del debito, al quale i pur affrancati dal bisogno non si sottraggono, fa della “stagnazione secolare” non una teoria, quanto invece una triste, sconsolante evidenza empirica. Mauro Artibani, l’economaio https://www.amazon.it/s?k=mauro+artibani&__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&ref=nb_sb_noss_1

martedì 28 gennaio 2020

PREZZI GIUSTI CERCASI

Asta record per il nuovo Btp trentennale del Tesoro, con una domanda pari a qualcosa come 47 miliardi di euro, a fronte dei 7 messi sul mercato, per la prima tranche del nuovo benchmark; 360 investitori, insomma, per il nuovo Btp a 30 anni, con scadenza 1settembre 2050 e cedola annua del 2,45. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha snocciolato i dettagli dell’emissione. Più dei due terzi del collocamento è stato sottoscritto da fund manager (67,9%), mentre le banche ne hanno sottoscritto il 13,3%. Gli investitori con un orizzonte di investimento di lungo periodo hanno acquistato il 12,1% (in particolare il 6,4% è stato allocato a banche centrali e istituzioni governative, mentre il 5,7% è andato a fondi pensione e assicurazioni). Agli hedge fund è stato allocato il 6,5% dell’ammontare complessivo. Le imprese non finanziarie hanno partecipato all’emissione con una quota residuale pari allo 0,1% circa. Nonostante il rating BBB e l’incertezza politica, in vista delle elezioni regionali in Calabria ed Emilia Romagna, i BTp continuano insomma ad essere gettonati alle aste del Tesoro. Ma non solo in Italia. Toh, come i rendimenti dei trentennali Usa che stanno al 2,2972% ma con un rating AAA. Nel Mondo poi, oltre 16.000mld di euro di obbligazioni governative hanno rendimenti addirittura negativi: una pacchia! Un cacchio, qualche preoccupazione è stata manifestata circa il potenziale impatto dei tassi negativi sulle famiglie dell’eurozona. Tanto emerge dai verbali della Bce relativi alla riunione del 12 dicembre scorso, la prima presieduta da Christine Lagarde. In particolare viene chiesto “un monitoraggio concomitante dei risparmi e delle dinamiche dei consumi”. Ma come loro che, con le politiche monetarie lasche hanno fatto l’inguacchio, oggi monitorano lo stato dello stesso inguacchio? Giust’appunto, quell’inguacchio delle azioni di reflazione, volte a sostenere la domanda, per non far scendere i prezzi. Prezzi che non sono scesi, anzi son saliti alle stelle e che si mostrano con i tassi negativi, con le Borse del Mondo sui massimi, con i valori immobiliari alle stelle. Prezzi falsati pure quelli al consumo, che non riescono a raggiungere quell’agognata meta, sognata dai banchieri centrali, del quasi + 2% ma che hanno, invece, inibito quella deflazione in grado di ricaricare il potere d’acquisto proprio delle famiglie che oggi monitorano. Bella no? Tra risparmi che non rendono, consumi consumati dal magro potere d’acquisto ed un mercato impallato da prezzi che non raccapezzi. Già, tutto questo mentre il ristretto club dei Paperon de' Paperoni mondiali, 2.153 persone, detiene una ricchezza superiore al patrimonio di 4,6 miliardi di persone, mentre alla metà più povera della popolazione resta meno dell’1%. Non son io a dirlo, sta nel nuovo report diffuso da Oxfam alla vigilia del meeting annuale del World Economic Forum di Davos. Mauro Artibani, l’economaio https://www.amazon.it/s?k=mauro+artibani&__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&ref=nb_sb_noss_1

martedì 23 luglio 2019

LA PRODUTTIVITA' DELLA CASA, SENZA L'OSTE

Ogni giorno, nel mondo, vengono fuori dati che non fanno rumore; invece dovrebbero farlo. Nel primo trimestre del 2019 la produttività negli Stati Uniti, relativa al settore manifatturiero, è aumentata al tasso annualizzato del 3,4% rispetto all'ultimo trimestre del 2018; dal 1947 al 2018, la crescita media è stata del 2,1 per cento. Rispetto a un anno prima, la produttività - l'indice viene ottenuto dividendo la produzione per il numero di ore lavorate - è cresciuta del 2,4%, il rialzo maggiore dal terzo trimestre del 2010. Nel primo trimestre, sempre del 2019, il costo unitario del lavoro invece risulta diminuito al tasso annuo dello 0,8%, rispetto ai tre mesi precedenti. Le scorte delle imprese, nel secondo trimestre poi, hanno registrato un +0,8% rispetto a marzo. All'attuale ritmo di vendita, occorrerebbero 1,34 mesi per venderle. Le scorte di auto sono aumentate del 3,8%, il massimo dall'agosto 2018. Che cavolo di produttività è mai quella misurata in casa delle Imprese, gestendo il capitale ed il lavoro, che non sembra far bene a quelli fuori da questa casa se, il Pil reale pro-capite Usa, non sembra far tutto d'oro quel che luccica. L'aspettativa di vita è scesa ben al di sotto di quella di altri Paesi del G7; il reddito mediano di una famiglia americana, al netto dell'inflazione, è salito solo del 2,2% rispetto alla fine degli anni '90, nonostante il Pil reale pro-capite sia aumentato del 23% nello stesso arco temporale; il tasso di povertà è rimasto vicino a quello registrato prima della crisi finanziaria, con quasi 45 milioni di poveri su una popolazione di oltre 300 milioni di persone. Essì, cari padroni di casa della vostra azienda, affinchè non venga sgarupata, occorre saper gestire la produttività, quella di sistema però: la casa dove abitano tutti! Ai Produttori tocca raddrizzare i modi del loro fare rendendo efficiente l’impiego delle riserve di capitale. Se si teme di investire per produrre invenduto, sottraendo denaro alla crescita, si investa per vendere l’eccesso già prodotto; adeguando il prezzo di quelle merci torneranno sufficienti redditi insufficienti, troverà ristoro il potere d’acquisto, mitigato il debito. Si potrà consumare, si potrà tornare a produrre, a lavorare, a crescere, a guadagnare. Eggià, smaltire l’invenduto restituisce scarsità alle merci ripristinandone il valore; l’impresa riacchiappa scampoli di capacità competitiva e.... toh, pure la produttività. Mauro Artibani, l'economaio https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_3_7?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=mauro+artibani&sprefix=mauro+a%2Caps%2C207&crid=E9J469DZF3RA

martedì 5 marzo 2019

DA LUGLIO SON RIPARTITE LE PENE CHE NON VOGLIO

Mentre me ne stavo al mare, ad abbronzar le chiappe chiare, l’Istat prendeva appunti. Passa il tempo, oggi stima un' evoluzione negativa  del ciclo economico in atto da allora: Tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori sono in peggioramento, seppur con intensità diverse: il clima economico e quello corrente registrano le flessioni più consistenti mentre cali più moderati caratterizzano il clima personale e quello futuro. Più in dettaglio: il clima economico cala da 130,5 a 126,6, il clima personale passa da 108,9 a 108,2, il clima corrente scende da 112,4 a 109,4 e il clima futuro flette da 117,4 a 116,9. Con riferimento alle imprese, l’indice di fiducia diminuisce in gran parte dei settori: nella manifattura e nei servizi l’indice cala lievemente, passando rispettivamente da 102,0 a 101,7 e da 98,6 a 98,3; nelle costruzioni il calo è consistente, da 139,2 a 135,5. Fa eccezione il commercio al dettaglio, dove l’indice aumenta da 102,9 a 105,4. Cavolaccio! Da Luglio le pene che non voglio son tutte qua: con un clima così i consumatori hanno consumato meno, indipercuiposcia i produttori produrranno meno e i commercianti, che seppur sembra abbiano commerciato oggi, potranno commerciare domani? Si, indipercuiposcia, perchè la crescita si fa con la spesa. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa, crea lavoro e lo remunera, remunerando Tutti. Tutti, tutti! Se non lo si fa, quel che l'Istat registra come "sfiducia" sarà solo un portafoglio sgonfio. Sta qui il bandolo della matassa che si scorge nel report dell'Istat e che l'ortodossia economicista, non sembra intendere. P.S. mentre ancora discetto, aggiorno il quadro: a febbraio l’indice di fiducia economica della zona euro passa da 106,3 a 106,1 punti, il livello più basso da novembre 2016. Mauro Artibani, l'economaio https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_3_7?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=mauro+artibani&sprefix=mauro+a%2Caps%2C207&crid=E9J469DZF3RA

martedì 11 dicembre 2018

EHI, VOGLIO UN MONDO...... CHE FUNZIONI!

Antonio Rosati, presidente di Arsial la mette giù dura: "Le strategie di alcune corporation mondiali del cibo e un certo tipo di assetto capitalistico hanno prodotto un percorso di omologazione che annulla le differenze e hanno prodotto una massificazione dei consumi snaturando il valore del cibo". Non entro nel merito della denuncia, dove risuona l'eco di di certo sociologismo, anzi si! Si, voglio un mondo dove i Sociologi la smettano di considerare i Consumatori, "Gente prodiga e men che mai satolla!" Per loro son viziosi, dimenticando come in questo vizio stia la virtù che fa crescere l'economia e generare la ricchezza. Essì quella virtù che, con la spesa, fa 1130 dei 1700 mld di euro di Pil. Bene col fischio la fai se i soldi, che hanno in tasca quelli che lavorano, sono insufficienti a poter acquistare quel che hanno prodotto. Poi vorrei un mondo dove non si debba fare debito per sanare quella insufficienza e poter fare la spesa. Giust'appunto vorrei.... perchè in questo di mondo, per ogni euro sonante ne girano 3,5 di debito. Grido allora per un mondo dove, se hanno più bisogno i Produttori di vendere che i Consumatori di acquistare, la Politica smetta di scambiare lucciole per lanterne tentando, con il reddito di cittadinanza, di far diventare quel felino che caccia per mangiare in un fellone che mangia la pappa e fa le fusa e si prodighi, invece, per far sì che l'Impresa faccia la domanda. Paghi, insomma, se ha merci invendute, per venderle; venga così pagato il Consumatore per poterle acquistare. Ci sono, nel mondo, grandi Imprese che già lo fanno: rende! Essì, voglio un mondo che dia a Cesare quel ch'è di Cesare. Lo dico così, con un Tweet; lo mando con WhatsApp: "La crescita si fa con la spesa. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allora allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa, remunera Tutti. Tutti, tutti!" Criptico, dite! Criptico perchè contesto quel che dentro la crisi ancora tutti credono: che siano i produttori facendo che so....auto, latte, moda e giornali ad aver generato la ricchezza? Ehi, questa ricchezza viene generata solo e quando si hanno soldi da spendere per acquistare quelle merci che altrimenti arruginiscono / cagliano / passano di moda / incartano il pesce! Mauro Artibani, l'economaio https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_3_7?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=mauro+artibani&sprefix=mauro+a%2Caps%2C207&crid=E9J469DZF3RA

martedì 27 novembre 2018

LA FARRARI E' DI SINISTRA O ROBIN HOOD?

"La Ferrari è l'oggetto più di sinistra del mondo perché quando vendiamo la Ferrari ai ricchi del mondo noi riequilibriamo (la distribuzione Ndr) la ricchezza perché paghiamo gli operai e creiamo ricchezza nel nostro Paese". A dirlo è il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, in occasione della Giornata del Cinema Industriale. Okkei, lei sta scherzando. Bene, scherzo anch'io: nella giornata passata al cinema, quale film ha visto? Essipperchè, se dice di un "riequilibrio della ricchezza" lo vede squilibrato? Ehi, siete voi a trasferire la ricchezza, generata dalla spesa, ai fattori capitale e lavoro! Questo trasferimento genera quella differenza che sta tra chi quella "rossa" può comperarla e chi può solo lavorare per produrla. No, non sto perorando l'eguaglianza; esecro semmai l'inefficienza del meccanismo di trasferimento se occorre produrre Ferrari per far spendere chi ha più di quel che gli serve, rispetto a chi ha meno da spendere e più da dover acquistare. Giust'appunto, mal trasferisce se il reddito disponibile delle famiglie italiane nel 2013 torna ai livelli di 25 anni prima. L'Ufficio Studi di Confcommercio evidenzia che, in quello stesso anno, il reddito disponibile risultava pari a 1.032 miliardi di euro rispetto ai 1.033 del 1988. Approposito, le dico quel che non può non sapere, su come vada il mondo: Le distribuzioni di dividendi sono salite del 5,1% nel terzo trimestre del 2018, a 354,2 miliardi di dollari. Lo rivela la consueta analisi del Janus Henderson Global Dividend Index. Stati Uniti, Canada, Taiwan e India hanno registrato distribuzioni ai livelli massimi nel trimestre mentre i dividendi in Cina hanno ricominciato a crescere dopo tre anni in calo. I dividendi totali previsti nel 2018 salgono a 1.359 miliardi di dollari. In termini sottostanti significa che la crescita nell’anno sarà dell’8,1%, in aumento rispetto alle stime del 7,4% dell’ultima edizione dell’indice Janus Henderson Global Dividend Index. Dunque, se tanto ci da' tanto, le Ferrari non avranno modo di arruginire invendute; le city car forse si! Sta qui quel creare ricchezza, che Lei attribuisce alle Imprese? Lo so, nel dirlo, riferisce quanto detto da un vecchio anchilosato paradigma, ormai fallace: voi producete merce; le auto, se acquistate, si trasformano in ricchezza altrimenti arrugginiscono! Essì, il Pil misura gli euro di ricchezza generati dalla spesa non le Ferrari belle, rosse e fiammanti, prodotte! Un consiglio, con stima: "La crescita si fa con la spesa, non con la produzione. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa, remunera tutti." Ben'altro che Robin Hood! Mauro Artibani, l'Economaio https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_3_7?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=mauro+artibani&sprefix=mauro+a%2Caps%2C207&crid=E9J469DZF3RA

martedì 20 novembre 2018

DRAGHI, IL VIRTUOSO DEL VECCHIO VIZIO


L'output UE, quel potenziale di crescita della zona euro, sembra risalito rispetto ai minimi toccati durante la crisi finanziaria di dieci anni fa, non andando però oltre i valori precedenti la crisi.
Che dire: tutte 'ste politiche monetarie hanno fatto più o meno il minimo sindacale. Sic!
Gira in giro pure un report: riferisce come il piano di acquisti di titoli della Bce abbia avuto "effetti trascurabili" sulle disuguaglianze nella ricchezza complessiva e, nel contempo, "considerevolmente contribuito a sostenere le famiglie più deboli", spingendo i nuclei a basso reddito verso l'occupazione.
Sarà vero?
Beh, questo aspetto era stato già messo in rilevo dal presidente Mario Draghi nella conferenza stampa, al termine dell'ultimo Consiglio direttivo. Smentisce che la linea morbida abbia favorito alcuni Stati rispetto ad altri, giammai! A trarne beneficio sono state "le famiglie a basso reddito e con meno liquidità".
L'eurocoin - questo dire lo misura - fornisce in tempo reale una stima sintetica del quadro congiunturale corrente nell'area euro, che sale da 0,52 a 0,54.
L'indicatore, si legge, continua a essere sostenuto dal graduale rafforzamento della dinamica dei prezzi.
Hai capito hai! Lo giuro, è stato il Draghi quel portatore sano del vecchio vizio di riconoscere a quegli "intoccabili" delle Imprese la generazione della ricchezza. Con le reflazione ha represso la deflazione deflazionando il potere d'acquisto; con la ciambella del liquido monetario ha tenuto a galla le imprese improduttive.
Non paghi, quelli del Consiglio Bce hanno confermato l'intenzione di continuare a fornire un forte stimolo monetario. Già, magari per mitigare gli oneri dei debiti sovrani attraverso l'inflazione?
Bella no?
Si, se ne mitiga l'onere con quell'inflazione che, riducendo quel già malmesso potere d'acquisto, rende più poveri; gli Stati dovranno rifare debito per sussidiare questi deboli che lo saranno ancor di più: pressappoco una partita di giro!
Beh, ad esser pignoli un' inflazione non basta per dopare il ciclo economico ampliando l'output gap. Ce ne vogliono due: la prima con il sostegno alla domanda dei consumatori, artatamente generato per non far scendere i prezzi; la seconda nel rendere possibile uno tsunami di investimenti improduttivi, creati dalla falsificazione del calcolo economico attraverso la soppressione dei tassi d'interesse, buono per salvare aziende decotte e la loro improduttività.

Beh, meglio di così... se non si muore "si sta come / d'autunno / sugli alberi / le foglie."
Mauro Artibani, l'Economaio

martedì 24 luglio 2018

SI PUO' STAR MEGLIO, NON SOLO PEGGIO!


C'era una volta mio Padre, un operaio di classe che, insieme ad altri lavorava per fare quelle merci che le imprese vendevano al mercato a chi ne aveva bisogno. Non erano molte, quel pregresso bisogno, con la spesa, le acquistava.
Pressappoco al tempo, la produttività totale dei fattori andava al massimo.
Poi quelle stesse Imprese migliorarono i processi, la qualità e la quantità dei prodotti e, memori dei consigli di Henry Ford, traferirono tanto/quanto della ricchezza intascata, generata dall'acquisto, nelle tasche di mio padre e a quelle dgli altri per far acquistare quanto prodotto.
Fiuuu, non c'era gap nell'output; l'efficienza dei fattori produttivi andò al massimo. Al massimo pure quel fattore nuovo di zecca, l'esercizio del bisogno, venne addirittura reso saturo.
Fin qui tutto bene.
Poi le Imprese, ebbre per cotanto fatto, produssero ancor di più, anzi troppo!
Quando se ne avvidero, per riparare al danno e ai costi impliciti della sovraccapacità, tagliarono i salari dei responsabili, poi il capitale per fare gli investimenti.
Dunque, quando il lavoro paga prezzo, con un portafoglio sgonfio e lo stomaco satollo, beh... fate voi!
Ta-ta-tà, la produttività totale dei fattori rischia il collasso.
Ehi, ad esser maligni viene in mente che, per riffe o per raffe, alle Imprese, traferendo la ricchezza generata ai fattori produttivi, resta in tasca gran parte del malloppo; a mio Padre le Cambiali. Da qui sembra potersi scorgere la coda lunga delle diseguaglianze d'oggi.
Ma tantè, anzi. Quando agli inizi degli anni settanta, con un tempismo sospetto, viene eliminata la convertibilità oro/moneta, ci si chiude il naso e si fa tutto a credito: si rimpinguano i portafogli, si spende ben oltre il bisogno, con il debito viene generata nuova ricchezza.
Si rabbercia la produttività dei fattori: nel mondo si tira avanti tra crisi, recessioni, riprese e stagnazioni sostenute da un dollaro sonante e tre di debito.
Cavolo, il sistema produttivo stava meglio quando si stava peggio; ancor peggio quando alcuni prevedono la stagnazione farsi secolare.
D'accordo, tutto questo si può dire alla Luna.
Beh, pure però ad una Politica fin qui impegata a dire, meno a fare, il da farsi magari per disporre un'ambiente normativo all'uopo attrezzato che rimuova questi dannati impacci.
Calma Signori, non è questione che pertiene alla consueta "redistribuzione" tra Capitale e Lavoro.
Questa volta si tratta di una quisquilia tecnica: Occorre aver da spendere per fare quella spesa che, smaltendo il prodotto, fa incassare per remunerare adeguatamente quel Capitale e quel Lavoro. Nell'Economia dei Consumi funziona così!
Dunque, occorre riallocare, nel trasferimento della ricchezza, parte del remunero dai vecchi fattori produttivi al fattore nuovo di consumazione; mettere, insomma, a reddito il maggior valore presente nell'esercizio del consumare rispetto a quello del produrre.
Da un Capitale che non trova conveniente investire e un Lavoro nella produzione - troppo spesso sparito/precario/sottopagato/disoccupato - che acchiappa basso reddito all'esercizio di consumazione, dove occorre aver a sufficienza da spendere per poterlo esercitare e generare nuova ricchezza.
Si dirà: ma in un'economia di mercato, tocca alle Imprese farlo?
Vero, nel mondo ci sono grandi Aziende che già lo fanno, rende!
Allo Politica tocca invece dar sprone, attrezzando un idoneo ambiente normativo, a quelle che nicchiano, efficace per tenere attivo il ciclo economico, migliorare la produttività totale dei fattori, poter rimettere il debito e vieppiù anche intascare un corposo credito elettorale.

Mauro Artibani, l'Economaio


martedì 13 febbraio 2018

BIG DATA, I CONTI NON TORNANO!

Ho in casa una libreria di 30 mq con 2500 libri in disuso; quelli che non li avevano, oggi ne possono usare molti di più, con internet e sullo smart phone. Parlo in tempo reale con mio figlio, ormai Aussie, che sta in un'altra ora, in un altro giorno e in un'altra stagione. Scambio opinioni con chicchessia, in chissaccheposto. Mi informo, come e quando voglio; posso pure disinformarmi a piacer mio. Vivo in solitudine con molti amici remoti. Seppur scrivo facezie mi becco like, che mi consolano; rimando like che inorgogliscono.
Bella no?
Bene, per poter avere-fare-dire tutto questo e dal momento che non sembrano essermi forniti pasti gratis, pago.
Si, pago, dando in comodato d'uso i dati delle mia attenzione-dei miei sguardi-dell'ansimare-dell' incontrare-del bighellonare insieme a quelli di tutti, che se assemblati, letti, interpretati, cablati con potenti algoritmi, sono valore sonante beh..., ci sto: Big Data!
A chi interessano?
Dunque, a chi vuol sapere cosa facciamo, chi vediamo, cosa diciamo; ancor di più dove andiamo con le nostre speranze, le nostre passioni, i lazi e i frizzi.
Con tali dati le Imprese possono migliorare il cosa produrre, come farlo, dove e quando farlo pure come esporlo e venderlo.
Cin,cin insomma e... buona produttività per tutti!
A proporre tal brindisi sono quelli* che fin qui hanno fatto in modo di poter dare questo tutto a tutti e che, per questo, hanno meritato una reputazione senza uguali ed incassato profitti a più non posso.
Ok, daccordo, se meglio di così si muore, non si scoppia di salute però. Tutto questo avrebbe dovuto ottimizzare la catena globale del valore... invece.
Invece l'efficacia nell'impiego di quei dati non migliora la capacità di spendere se chi deve farlo si è affrancato dal bisogno con l'esser satollo, di non disporre di redditi sufficienti per andare oltre il ruttino, vieppiù se si è incappati nel picco del debito. Già, così si va a far friggere, nella ancor troppa capacità d'offerta, quel "just in time"cheppur dovrebbe consentire di ridurre le scorte e il rischio, migliorando la produttivita di processo.
Eggià se una catena del valore, non adeguatamente oleata, sferraglia prima o poi si incaglia!
Vuoi vedere che, alle "benemerite", toccherà rimisurare un più adeguato rapporto tra il valore di quella stimata reputazione e la capitalizzazione della loro borsa?
Beh, altrimenti prima o poi toccherà al mercato farlo.

*Apple, Google, Amazon, Facebook, Microsoft, GE, Baidu, Alibaba Group e Tencent tanto per fare nomi; quelle aziende che gestiscono la enorme massa di informazioni che le loro piattaforme digitali raccolgono sui propri utenti e che, adeguatamente analizzate attraverso i propri algoritmi, permettono di profilare il pubblico e offrirlo in modo selettivo e appropriato agli inserzionisti e venditori.
Mauro Artibani, l'Economaio

martedì 10 ottobre 2017

PURE I NOBEL CONTINUANO A RECITARE IL GIA' DETTO

Ci risiamo è la solita storia, in un'intervista rilasciata alla Stampa, il Nobel dell'economia Vernon Smith risponde così a due domande che sbirciano nella crisi.
1: «I tagli alle tasse che vuole fare Trump sono giusti?»
«Sì. Non c'è ragione per tassare i redditi delle imprese; tutti i soldi che incassano vengono restituiti, sotto forma di stipendi, bonus, dividendi. Non bisogna tassarli a livello corporate, ma quando diventano redditi personali. Altrimenti si incentiva la pratica di lasciarli all'estero, nei Paesi con tasse basse».
2: «L'insoddisfazione che ha aiutato Trump a vincere è giustificata?».
«Sì. Trump è riuscito a parlare alla gente emarginata dal sistema. Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi non avevamo mai avuto un periodo così lungo di bassa crescita e occupazione. Molti si sentivano ignorati, ed era vero".
Risposte esemplari da parte di chi, ortodosso dell'economia, continua a recitare il già detto.
Si, recita quelle regole, scritte a caratteri indelebili, che danno alle imprese il monopolio nell'allocazione della ricchezza generata.
Già, ma generata da chi? Non da queste; fanno beni e servizi che, se invenduti, diventano cattivi e non serviti!
Essì, magari invenduti proprio perchè quel meccanismo, che trasferisce la ricchezza generata, mal funziona non facendo arrivare nelle tasche di Cesare; proprio quel Cesare che con la spesa ha generato e di cui ha bisogno per rifare nuova ricchezza.
Essì, magari proprio ai quei cesari emarginati che, proprio dall'emarginazione, ricevono la stimmate di avere la maggiore propensione a quella spesa che acquista proprio quel che le imprese producono.
Sic.... et sempliciter, vogliamo rivedere il funzionamento di questo meccanismo di trasferimento un po scemo?
Eh Smith? Lei un Nobel, io no; lei può, dica a Trump come l'intera faccenda non sia solo un questione di tasse!

Mauro Artibani



martedì 5 settembre 2017

DRAGHI E I NODI AL PETTINE DEI VECCHI PARADIGMI

Il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, evita per ora qualsiasi indicazione su come e in che tempi il suo istituto possa ridurre e concludere la politica di stimolo monetario in corso. Intervenendo, il 23 agosto, a Lindau, in Germania, alla riunione dei primi Nobel, il banchiere centrale, in un discorso tutto dedicato all'interdipendenza tra la ricerca economica e le politiche concrete, si è limitato a segnalare, in una chiave storica, la portata delle sfide per la politica monetaria.
"Quando il mondo cambia come ha fatto dieci anni fa le politiche, specialmente la politica monetaria, devono essere adattate. Tale adattamento, mai facile, richiede valutazioni oneste senza pregiudizi sulla nuova realtà con sguardo libero, non gravato dalla difesa di paradigmi precedentemente osservati e che hanno perso ogni potere esplicativo. Dobbiamo essere consapevoli dei vuoti che permangono nella nostra conoscenza".
Porc... l'avevo già detto, il 24/3/14. Anzi, proprio quei paradigmi, li avevo già sostituiti.
Essì, già in quell'epoca cerano già notizie gustose che lo facevano presagire: “Cento trilioni di dollari sono tanti, troppi soldi e in soli 7 anni sono lievitati come il pane: dal 2007 ad oggi, il debito è aumentato del 40%, passando da 70 a 100 trilioni.”
E, come per le ciliegie, una notizia tira l’altra:
Secondo la Bri, il "lievito madre" di questo debito sono stati i Governi mondiali e le loro politiche economiche, intenti a salvare il sistema finanziario dal default. Basta guardare la situazione degli Stati Uniti d'America, Paese da cui la crisi ha avuto origine: qui il debito è passato dai 4.500 miliardi di dollari agli attuali 12 mila miliardi.
Poi un’altra ancora:
“Dal 2007 la base monetaria degli Stati Uniti è salita da $800 miliardi a $3.7 bilioni. Quantitative easing come se piovesse”
Fiuuuuuuu, questa maledetta crisi!
Ennò, cocchi, questi non sono gli effetti, queste sono le cause della crisi!
Già, le cause, quelle della strutturale sovraccapacità produttiva che ha imposto dazi al mondo. Cos’altro sono le tecniche di reflazione, messe in campo per dar sostegno alla domanda; che spandono moneta da dare a credito che diventa debito?
Dazi appunto, da pagare per ripristinare il valore di merci altrimenti svalutate.
Tal credito rifocilla portafogli smilzi che acquistano quel che possono: si smaltisce l’eccesso, non scendono i prezzi. Due piccioni con una fava: quella del debito.
Quel debito passato di mano in mano; quando si fa inattingibile diventa debito sovrano. Così si è giunti a bomba.
Ricominciamo daccapo, dall’alterazione del meccanismo di formazione dei prezzi.
In un mercato efficiente, quando la domanda si mostra in eccesso perché i redditi erogati sono insufficienti ad acquistare quanto prodotto, i prezzi scendono, si ripristina l’equilibrio.
In un mercato inefficiente, invece, grida disumane accompagnano il fatto: deflazione, deflazione!
Giammai, gridano i più. Armati di un vecchio paradigma* che accredita i produttori generatori di ricchezza, rivendicano il credito, armando una canizza che confonde valore e prezzo.
Eggià, quando il liquido monetario comincia a scorrere il gioco è fatto: quel valore incontrando un potere d’acquisto dopato, fa un prezzo fasullo; viene così generata ricchezza, altrettanto fasulla.
Venuti al pettine i nodi; indebitati oltre misura gli indebitabili, quella ricchezza, già fasulla, immiserisce.
E quando si arriva alla fine della fiera in un mercato così fatto; liberato dagli anabolizzanti deflattivi, si scorge l’altro, l’inaudito. Un nuovo valore, per un nuovo paradigma, anzi due,** quello delle risorse messe in campo per fare la crescita, impiegate da chi fa la spesa e l'altro, afferma si debba remunerare chi con la spesa remunera tutti.
Ristorato quel valore della spesa, che smaltisce sovraccapacità, viene rivalutato pure quello della produzione.
Toh, pure così due piccioni con una fava ma senza debito!
Ok, il prezzo, quello giusto conviene a tutti, pure per rimettere quel debito già fatto.
Governatore, i paradigmi che dicevo sono quì sotto, ne approfitti.
Buon pro le faccia!

*Il vecchio paradigma recita: Le imprese producono beni, valore che genera ricchezza; creano occupazione, con il lavoro forniscono reddito; danno ristoro ai bisogni.

**Il nuovo paradigma recita: L’acquisto trasforma il valore in ricchezza, la consumazione del prodotto genera input per nuova produzione, viene così fornita continuità al ciclo, sostanza alla crescita. L'altro: "La crescita si fa con la spesa. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa, remunera tutti."

Mauro Artibani


martedì 24 gennaio 2017

OXFAM, DAVOS E CHI PIU' NE HA, PIU' NE METTA

Oxfam ha diffuso un nuovo rapporto sulla ricchezza per far fischiare le orecchie a quelli del World Economic Forum di Davos che, con i paraorecchie nel gelo svizzero, avranno avuto difficoltà ad ascoltare. Secondo l’ONG otto* super miliardari detengono la stessa ricchezza netta (426 miliardi di dollari) di metà della popolazione più povera del mondo, vale a dire 3,6 miliardi di persone.
Nel rapporto intitolato ‘Un’economia per il 99%’ viene preso in esame l’ampliamento del divario tra il benessere di ricchi e poveri, una diseguaglianza che, secondo l’organizzazione, si sta “estremizzando oltre ogni ragionevole giustificazione”. I dati dicono che multinazionali e super ricchi continuano ad alimentare la diseguaglianza di reddito e sociale, facendo ricorso a pratiche di elusione fiscale, massimizzando i profitti anche a costo di comprimere verso il basso i salari e usando il loro potere per influenzare la politica.
Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia, dice dati, fa considerazioni: poi, non pago, sbotta: ‘È osceno che così tanta ricchezza sia nelle mani di una manciata di uomini, che gli squilibri nella distribuzione dei redditi siano tanto pronunciati in un mondo in cui 1 persona su 10 sopravvive con meno di 2 dollari al giorno. La diseguaglianza stritola centinaia di milioni di persone condannandole alla povertà; rende le nostre società insicure e instabili, compromette la democrazia’.
Osceno? Ci risiamo: di fronte al problema reale dell'iniquità, che ha generato la crisi e che ancora la perpetua, si grida disprezzo.
Beh, c'è un però, però: quando il disprezzo scalda la questione morale e tira in ballo l'etica, finisce per fare il gioco di che vuol buttarla in caciara.
Essì, il prezzo invece va dritto in culo alla balena: l'elusione fiscale taglia la spesa pubblica, i redditi insufficienti tagliano quella privata; quelli troppo alti vengono in buona parte sottratti alla spesa; manca pure il vantaggio della spesa in conto capitale. Tutto questo fa il prezzo che si paga alla crisi.
Occorre tirare in ballo la morale ed ancor di più l'etica per dipanare il guazzabbuglio o ancor più lo ingarbugliano?
Beh, se la crescita si fa con la spesa aggregata, che corrisponde al Pil, e vien fatta così "risulta la più bassa degli ultimi sette anni; quella del libero commercio mondiale sta su livelli ancor più bassi”.
Ehi la, là, se a Davos lo dice il Presidente cinese Xi Jinping, vuoi vedere che si cominciano a temere gli effetti indotti dal "paradosso della parsimonia"?
Essipperchè, fa male alla crescita quel combinato disposto tra la spesa mancata e i bassi tassi di interesse che non remunerano i risparmi rimasti in tasca. Beh con la crisi finiranno pur essi a dover pagare pegno tirando fuori quei risparmi per mantenere il potere d'acquisto e spenderlo.
Già, dai tempo al tempo e verranno sottratti redditi dalle tasche pure di chi ce li ha.
E per l'amordiddio non ci si accontenti di pensare questa parsimonia quale ristoro della questione etica.
No, tutto questo è, più semplicemente, il lascito di una pratica economica insipiente prima dei danarosi poi delle leadership!

P.s: Le regole dell'Economia dei Consumi non consentono di vivere nel lusso ed esser temperanti nella spesa.

*Almeno tre di questi, riferisce una ricerca del 2013 dell'università di Oxford, «capitalizzano in Borsa 1.090 miliardi di dollari con 137 mila dipendenti, mentre 25 anni fa le tre maggiori aziende manifatturiere americane capitalizzavano in tutto 36 miliardi di dollari impiegando 1,2 milioni di lavoratori». Cavolaccio, se l'impresa traserisce la ricchezza, generata dalla crescita, ai redditi da capitale e da lavoro ed il lavoro non c'è, il malloppo resta in tasca al capitale. Eggià, toccherà ripensare quel meccanismo di trasferimento!

Mauro Artibani



martedì 10 gennaio 2017

CON I SALDI CI PAGANO PER FARE LA SPESA

Pronti? Via!
Iniziano il 2 gennaio i saldi invernali 2017 in Basilicata e Sicilia. Il 3 toccherà invece alla Valle d'Aosta e il 5 a tutte le altre regioni d'Italia.
La caccia all'affare, portata avanti in particolar modo dalle donne, è già iniziata con le cosiddette "missioni esplorative" per individuare un capo che, tra pochi giorni, sarà messo in vendita a un prezzo inferiore da quello segnato sul cartellino.
Confcommercio ha così ricordato alcune regole per il corretto acquisto della merce in saldo: la possibilità di cambiare il prodotto, pratica generalmente lasciata alla discrezionalità del negoziante; la prova dei capi e i prodotti in vendita che possono appartenere anche a una stagione precedente. Inoltre il negoziante ha l'obbligo di indicare il prezzo normale di vendita, lo sconto e il prezzo finale.
Ricapitoliamo.
La data: 2 volte l’anno.
Il fatto: smercio di merci invendute.
La causa: eccesso di merci sul mercato.
La concausa: alto prezzo delle merci.
Voilà: I SALDI.
L’evento atteso, raccomandato, blandito, agognato dai più.
Si imbandierano vetrine, si sbandierano occasioni, si bandiscono festini; c’è baldanza in tutti noi.
La fiera della vanità, la festa dei consumatori.
La nostra festa.
Essipperchè va in scena la rappresentazione fantasmagorica di come si possa VENDERE ACQUISTANDO.
Vendere le nostre istanze all’acquisto; vendere l’occasione di acquistare l’eccesso; vendere l’acquisto a prezzi convenienti.
Le Imprese, riducendo i prezzi, acquistano la domanda; noi vendendola rifocilliamo il potere d'acquisto.
Se fare la spesa lavoro ha da essere, insomma, Reddito sia.
Buono per fare quella crescita, buona per tutti.
Questo è quanto, altro che risparmio!
Insomma saldi, soldi e alcun quaquaraquà.
Noi almeno, no!

Mauro Artibani



martedì 29 novembre 2016

TROPPO CARA CI FU QUEL FAR LA SPESA

Sempre più vecchi a fare la spesa per restare abbarbicati alla vita .
I giovani abituati alla spesa per vivere la vita.
Quelli delle Imprese che del prendere rischi si vantano e li assumono spendendo.
Quelli che pur di spendere ingrassano, vestono alla moda che passa di moda e che per andare da qui a lì hanno preso un Suv.
Quelli, infine, che vogliono poter spendere per poter fare altrettanto.
Essi, al mercato stanno tutti belli tonici; in forma per poter dar corso virtuoso al ciclo economico.
Prendono fiato, scaldano i muscoli, insomma si attrezzano all'uopo.
All'uopo?
Massì, ci sono pressappoco 1.600 miliardi di euro per assoldarli. Quella ricchezza, misurata dal Pil, pronta all'uso per generarne non altrettanta, di più.
Proprio quella ricchezza, generata dalla spesa aggregata, che viene trasferita dall'impresa ai soggetti del ciclo, remunerando il capitale ed il lavoro.
Orsù gente, s'ha da correre.
Pronti, Via!
Pronti?
I giovani che studiano non lavorano, poi ci sono i neet che non fanno nè l'uno nè l'altro; molti hanno lavori precari, moltissimi invece sono disoccupati.
Quelli non costretti dal bisogno, più che spendere risparmiano; quelli invece affamati di tutto, hanno poco da spendere.
I rischianti, visto l'andazzo, danno un taglio al rischio; seppur assoldati, si fanno renitenti alla spesa per quegli investimenti in conto capitale.
I benestanti, seppur volenterosi, non ce la fanno a spender tutto.
Lo Stato vedrà ridotto il prelievo fiscale per fare la spesa pubblica, pure quella per le pensioni di quegli arzilli vecchietti.
Via?
Si, via della misericordia. Già, il Mic (Misery Index Confcommercio) di settembre si è attestato su un valore stimato di 18,9 punti, in aumento di due decimi di punto rispetto ad agosto. Il peggioramento è imputabile principalmente alla componente relativa ai prezzi di beni e servizi ad alta frequenza d'acquisto.
Signori trasferenti, per veder correre gli iscritti al ciclo, occorre integrare l'insufficiente trasferimento di ricchezza sui redditi di lavoro nella produzione, con quello del lavoro di consumazione che, guarda caso, smaltisce l'altrimenti invenduta produzione.
Si paga con la riduzione dei prezzi; il costo sta nella rinuncia a quel profitto che remunera il rischio d'impresa.

Mauro Artibani



martedì 4 ottobre 2016

I DILETTANTI DELLA SPESA FANNO DANNO

Provo a dire quel che la crisi ha reso urgente dire e molti non vogliono ascoltare.
Quando la Gente più che cibarsi ingrassa, veste alla moda che passa di moda e per andare da qui a lì acquista un Suv, i Sociologi gridano: Questo consumatore è un imbelle! Per le Associazioni dei consumatori quest'imbelle è un soggetto debole che ha bisogno di tutele.
Okkei, questo tizio sarà pure quel che dicono, è pure però un agente economico.
Ecchè agente: la spesa della Gente fa il 60% del Pil.
Sta sul mercato in una condizione di forza perchè proprio quelle azioni mostrano come sia affrancato dal bisogno e questo lo rende decisamente forte nei confronti delle Imprese che devono vendere. Vendere proprio a chi ha poco in tasca ma non è bisognoso.
Questa condizione genera un eccesso di offerta che staziona al mercato. Questo il tratto distintivo dell'Economia dei Consumi.
Pure i Signori dell'ultimo G20 sanno della sovraccapacità che zavorra le imprese nel mondo*.
Beh, se tanto mi da' tanto: hanno più bisogno i produttori di vendere che i consumatori di acquistare!
Al mercato, allora, chi sono i forti, chi i deboli?
Bene, se diamo un colpo al cerchio, tocca darlo pure alla botte: d'accordo, non sono soggetti deboli, dilettanti si e per stare sul mercato, in maniera adeguata al ruolo di generatori di Pil, tocca farsi professionisti.
Professional Consumer! Essipperchè, con la spesa trasformiamo le merci in ricchezza, consumando l'acquistato facciamo nuovamente produrre, diamo continuità al ciclo economico e sostanza alla crescita. Facciamo pure altro: con l'Iva finanziamo la spesa pubblica, se ci resta in tasca il resto, con quei risparmi, investiti, finanziamo l'investimento della imprese.
Fiuuuuuu, per l'economia, chi fa di più?
Oggi, con una crisi che sfianca tutti, la nostra forza vale di più; tocca farla valere per andare altre la crisi.
Mettere a profitto queste nostre prerogative si può, si deve, per il tornaconto di tutti.
Ci sono Imprese** che hanno capito l'antifona ed hanno attrezzato business che consentono di guadagnare se e quando noi guadagnamo.
La digidalizzazione dei processi, nell'economia 4.0 consente a noi consumatori di fare "Impresa" e utili per intascare quel reddito complementare necessario a poter rifocillare il potere d'acquisto.
L'uscita dalla crisi lo richiede, il ruolo lo impone.

*Gira in giro una lista accurata delle "sovraccapacità" che zavorrano l'impresa e l'economia.
** Le conosco, ho smontato e rimontato la loro struttura organizzativa per guardarle da dentro: sono aziende pro crescita.

Mauro Artibani


martedì 30 agosto 2016

TOH, UN PERTUGIO DA DOVE GUARDARE LA CRISI


La crescita economica si fa con la spesa.
Tra gli spenditori ci sono le Imprese che fanno investimenti in conto capitale. Se non vengono fatti viene a mancare il 18% di quella crescita.
Dall'inizio della crisi gli investimenti in Italia sono crollati di quasi 110 miliardi, con un balzo indietro di 20 anni.
Lo sostiene quella sempiterna Cgia di Mestre, secondo cui "al netto dell'inflazione tra il 2007 e il 2015 gli investimenti sono scesi di 109,7 miliardi, pari in termini percentuali a una diminuzione di 29,8 punti. Nessun altro indicatore economico ha segnato una contrazione percentuale così importante".
"L'ammontare complessivo - sottolinea l'ufficio studi - degli investimenti fissi lordi reali registrati l'anno scorso (258,8 miliardi) è quasi lo stesso che avevamo nel 1995 (264,3 miliardi): siamo ritornati allo stesso livello di 20 anni fa.
I settori che hanno subito la riduzione più pesante "sono stati i mezzi di trasporto (auto, mezzi aziendali, bus, treni, aerei), in flessione del 49,3% (-12,4 miliardi), e i fabbricati non residenziali (capannoni, edifici commerciali, opere pubbliche), con un calo del 43,5% (-44 miliardi). I comparti dei computer-hardware e dell'abitazione hanno fatto segnare una variazione negativa del 28,6%". Pesante anche il calo per il settore degli impianti e dei macchinari, con un -27,5%. Solo le telecomunicazioni (+10,2%) "e le attività riconducibili alla ricerca e sviluppo (+11,7%) non hanno risentito della crisi".
Se impiegassimo l'Etica per giudicare tale andazzo dovremmo dirli codardi, quasi tutti.
Se valutiamo invece l'apetto economico, tuttun'altra musica: gli investimenti lor Signori li fanno se c'è luce nell'aria, al buio manco per niente!
Al buio dei redditi insufficenti di chi con il fare la spesa dovrebbe accendere quella luce ma non può.
Luce, che quando illumina, fa il 60% della crescita.
Già, proprio quegli stessi che nello stesso arco di tempo (2007-2015) stanno in penombra, avendo tagliato la spesa del 10%.
Tutti tagliano; tagli su tagli che hanno ridotto le entrate fiscali, proprio quel foraggio di chi fa la spesa pubblica, costretto a farla in deficit, aumentando il debito.
Crisi+ crisi + crisi: bella no?
Un momento, guardando dal buco della serratura si scopre un pertugio.
Tra tutte le Imprese, che non investono perchè in sovraccapacità, c'è chi sa far di meglio e va controcorrente: "le telecomunicazioni (+10,2%) "e le attività riconducibili alla ricerca e sviluppo (+11,7%) non hanno risentito della crisi".
Toh, quelle stesse che, riducendo i prezzi, hanno rifocillato il potere d'acquisto proprio dei loro beni; che si fanno competitive, smaltiscono sovaccapacità, investono, creano occupazione, forniscono reddito per fare la spesa, pagano tasse per rifocillare chi fa l'altra spesa, quella pubblica , ecc, ecc.
Visto quanto si scorge da quel pertugio?
Mauro Artibani


martedì 31 maggio 2016

NEL TEATRO DELLA CRISI SI RECITA A SOGGETTO

Nel Teatro della crisi ci sono personaggi che interpretano:
Le Imprese che fanno merci, profitti, creano lavoro, remunerano chi lavora;
La Gente, che con l’acquisto, trasforma quelle merci in ricchezza; quando le consuma fornisce l’input per farle riprodurre, da spinta al ciclo economico e sostanza alla crescita.
Per far dialogare tali soggetti, vengono portati alla ribalta della scena economica quelli che forniscono il credito per fare la spesa.
Così andava il mondo prima della crisi; quando quel credito/debito ha superato il livello del lecito, ha provocato lo sconquasso.
Cosa fanno oggi, questi signori in mezzo alla crisi?
Le imprese guadagnano meno, investono meno, producono meno, danno meno lavoro, retribuiscono meno chi lavora.
La gente cliente, cliente di tutto, prodiga oltre ogni dire: viziosa come dicono i Sociologi; virtuosa invece se così fa crescere l'economia, sta in stand by per mancanza di denari.
I primi bruciano risorse*; i secondi, affrancati dal bisogno**, hanno risorse da vendere.
Et voilà, hanno più bisono i produttori di vendere che i consumatori di acquistare. Il mondo alla rovescia! Anzi di più: La domanda comanda!
Indipercuiposcia se, per fare quella spesa, alla Gente tocca prestare Tempo, Attenzione, Ottimismo e chi vende ha bisogno di questo prestito per svuotare i magazzini non ha che da chiederlo. I denari per pagarlo ci sono: una quota parte di quei pressappoco 1600 miliardi di euro l'anno, che la crescita genera ed il Pil misura, vanno assegnati per retribuire chi, con quella spesa, prima smaltisce quanto prodotto, poi retribuisce. Ci sono imprese che hanno colto al volo l'occasione: Ikea, le freepress, Groupon, gli Outlet, Uber, Airbnb, fanno profitti quando i consumatori aumentano il loro potere d'acquisto.
Essipperchè, giova rammentarlo, la crescita economica si fa con la spesa non con la produzione.
Questi domandanti che con la spesa retribuiscono, non fanno ciance, fanno di quel Pil il 60%.
Giacchè ci sono, oltre che fare- con quella spesa- il reddito d'altri, se quella domanda assume pure la responsabilità del ruolo e si fa immateriale, ecocompatibile, pure magari eticocompatibile, beh, allora si può risollevare il destino di questa sgarupata Terra, così come dei terrestri che ci abitano.
Fiuuuuu, un bel tornaconto per tutti!
Da domandanti a comandanti, poi magari capitani del Capitalismo.
L'Eresia si compie. Se, chi governa il Capitalismo, con quel che fa genera ricchezza per tutti, questa volta tocca a Noi! Chi altri sennò?
Tutto questo alla faccia:
Dei Sociologi che imprimono stigmate a chi consuma;
Degli Economisti che non sanno misurare la forza economica dei domandanti;
Dei Politici che non scorgono questa forza, ancor meno la rappresentano;
Di quei Consumatori tremuli che obbediscono invece di comandare.

*Confezioni di latte invenduto dopo tre giorni cagliano, con il quotidiano invenduto il giorno dopo incarti il pesce; le auto invendute non sono ricchezza, stanno arruginendo.
**Quando invece che cibarsi ingrassano, vestono alla moda che passa di moda, vanno a zonzo in Suv.

Mauro Artibani


giovedì 21 maggio 2015

QUELLA MERCE CHE FA USCIRE DALLA CRISI

Qualunque cosa che risolve necessità, e ce n’è pure poca in giro, viene considerata un Bene.
Così un bene fa bene. Per questo si anela, fa prezzo, si acquista. Si avvia così un ciclo virtuoso che trasforma quel bene in ricchezza che, distribuita, remunera il lavoro di chi l'ha prodotta; che, smaltita, si dovrà riprodurre; che, per riprodurla, occorrerà lavorare, etc. etc: salute!
Già, salute a tutti quelli che da un ciclo di tal fatta traggano beneficio.
Ah, dimenticavo, due sono le condizioni necessarie e sufficienti a che tutto questo accada: chi vuol guadagnare da tal valore deve farne merce e chi la anela deve avere denaro per acquistarla.
Banale? Banale sulla carta, al mercato invece tuttun'altra storia.
Andiamo con ordine:
prima c'erano poche merci, tanti bisogni e pochi denari; poi aumentarono i denari e le merci che danno ristoro ai bisogni; poi ancor più merci non altrettanti denari e quei bisogni soddisfatti, eppoi eppoi eppoi, un corno: con bisogni soddisfatti e merci in sovrappiù quei beni si dimenano non più scarsi, ancor meno necessari.
Niente paura, in un mercato efficiente, beni che vanno in affanno trovano il soccorso di beni fatti all'uopo per dare ristoro. Beni che vanno insomma, beni che vengono.
Bene? Benissimo quel denaro che fa girare ancora il ciclo, che fa produrre e fa spendere.
Ecchè bene, un credito per spendere in beni nuovi di zecca che danno ristoro a bisogni anch'essi nuovi di zecca.
Eccolo belleppronto, puro distillato delle politiche di reflazione messe in campo: credito come se piovesse, a basso costo, che riempie portafogli sgonfi a debito.
Appetito, tutti ingozzano, si approvigionano e riapprovvigionano fino ad andare oltre, oltre il lecito.
Gulp! Gli Istituti eroganti, tra crediti incagliati e l'aumento dei requisiti per l'erogazione, smettono di erogare. I Consumatori, ancor più affrancati dal bisogno, non si crucciano anzi ritirano di soppiatto la domanda.
Già la Domanda, di quelli dei prodighi e men che mai satolli, manca. Quella domanda necessaria ai produttori per vendere, indispensabile per spendere, tenere attivo il ciclo e fare la crescita.
Scarsa , scarsissima, diviene un bene di inestimabile valore che dovrà fare prezzo. Fatto, rifocillerà il potere d'acquisto dei prodighi, magari pure il potere saldare quei debiti e vivaddio uscire dal buio della crisi a riveder le stelle.

Mauro Artibani



venerdì 27 marzo 2015

DUE PRODUTTIVITA' SONO MEGLIO DI UNA

Dal 1990 sul mercato sono arrivati beni e servizi, per numero e volume, come mai visti prima.
Da allora i redditi erogati dalle Imprese sono invece pressappoco gli stessi.
Gulp, da operatore economico dell'acquisto, come faccio a fare quel che mi spetta con il poco denaro che mi resta e, per non farmi dare del renitente alla spesa, come posso impiegare quel resto al meglio?
Così quando, per la prima volta dal 2009, Samsung Electronics congela ancora i salari trasalgo.
Eggià, a gennaio Samsung ha annunciato il primo calo dei suoi profitti annuali dal 2011. La risposta: stop agli aumenti salariali per quest'anno. A pesare sui conti Samsung sono la concorrenza di Apple e quella sui prezzi della cinese Xiaomi. Già nel 2009 il congelamento dei salari era stato deciso sulla scia della crisi finanziaria.
Di primo acchito rispondo di botto: Loro tagliano i costi, tagliando i redditi? Bene, Noi taglieremo le spese!
Una partita di giro, insomma e chi non ci mette ci rimette.
Quelli che sanno ribattono: ehi, ehi, attenzione! Questi tagliano il costo del lavoro, riducono pure i prezzi però.
Vero, li tagliano con gli aumenti di produttività. Sono loro, quelli della deflazione "buona".
Già, e qua sta la seconda partita di giro.
Ummm, in tutto sto' girare c'è puzza di raggiro.
Ci sono fette di innovazione nei prodotti dell' high tech che aumentano la produttività riducendo i costi; c'è pure il vecchio che resta, ampiamente ammortizzato, che migliora i ricavi.
L'ultimo smart phone contiene il 30% di quell' innovazione rispetto al penultimo e costa pure meno. C'e pure un qui pro quo però: non è un buon affare. Nell' acquistare il nuovo 30%, riacquisto pure quel vecchio 70% che sta nel telefono che scarto: ad occhio e croce insomma ci rimette il mio potere d'acquisto e faccio una figura barbina. Cattiva la Domanda, pessimo uso del denaro, scarto del valore: bassa la produttività del mio agire economico.
Un brutto affare, appunto. Ancor più brutto se la produttività delle imprese, confliggendo con quella dei consumatori, altera risolutamente l'efficienza dell' intero meccanismo economico.
Per uscire dall'empasse occorre usare la forza, mettere in campo la potenza di fuoco disponibile ed un po' di capacità coercitiva. Sfoderare insomma il potere d' acquisto.
Giust'appunto "Potere". Se esercitato fa il 60% della crescita, fuori esercizio vanifica le altrui produttività!
Esercitarlo conviene. Lo si può esercitare al meglio contrattando. Magari proprio con quelli dell'high tech per far produrre loro ed acquistare noi quel che basta,"Cip Innovazione", da inserire nel vecchio Phone. Con quelli dell'industria della medicina stabilire un formato, non più standard, della confezione farmacologica che deve essere misurato invece su ogni specifica patologia. Risprmio io, il SSN, pure meno residuo: tre piccioni con una fava.
Suppergiù lo stesso si può fare con i produttori di merci "usa e getta". Massì basta acquistare l'usa e riusa: si spende meno, si smaltisce ancora meno.
E via di questo passo a sbirciare e trovare occasioni tra la cose da acquistare. Così s'ha da fare.
Farlo rassoda la produttività, migliora la capacità di spesa; tutto torna chiaro e tondo. Giust'appunto tondo, come il sistema produttivo dove girano insieme chi con un produrre produttivo da' spinta al ciclo e chi con un consumare altrettanto produttivo rende perpetuo quel girare.

Mauro Artibani