Nello stagno l’acqua ristagna. Il reddito disponibile delle famiglie italiane nel 2013 è rimasto ai livelli di 25 anni fa; l'Ufficio Studi di Confcommercio evidenzia che, in quello stesso anno, il reddito disponibile risultava pari a 1.032 miliardi di euro, rispetto ai 1.033 del 1988. Quand’oggi ancora più ristagna: olezza!
Il centro studi di Confindustria, dopo sette anni e il naso chiuso al fetore, getta invece l’esca: La spesa degli over 65 è "ampia" e "in aumento": vale circa 200 miliardi di euro, quasi un quinto dei consumi delle famiglie italiane e raggiungerà il 30% nel 2050.
Nell’attesa che qualcuno abbocchi, questi studiosi commentano: rispetto a un decennio fa gli anziani sono in grado di generare una domanda potenziale maggiore, crescente e diversificata anche considerato che la loro situazione reddituale e finanziaria è più solida e più stabile rispetto alle altre classi di età e ha risentito poco della lunga crisi economica. "Catturare questa domanda potenziale è un'opportunità che le imprese non possono lasciarsi sfuggire".
Poi rivelano: gli over 65 si caratterizzano per un consumo pro-capite medio annuo più elevato, 15,7mila euro (contro i 12,5 per gli under 35) e un reddito medio più alto, 20mila euro (a fronte di 16mila degli under 35).
Inoltre hanno una maggiore ricchezza reale pro-capite, 232mila euro (vs 110mila) e una solidità finanziaria superiore, con 1 anziano su 10 indebitato (a fronte di quasi 1 su 3 tra gli under 40).
Da qui, secondo questi studiosi, gli anziani in salute rappresentano un segmento di consumatori appetibile per le imprese ed è per questo che diverse aziende stanno ritarando i propri prodotti, beni o servizi a misura di anziano.
Un momento Signori, pure gli arzilli son costretti a ritarare quel loro avvizzito credito di ruolo che il tempo ha scosso.
Essipperchè, esperienti di un mondo che non c’è più, sono inesperienti in quello che c’è; incassano pure più del capitale umano e sociale speso; alfin, figli del “sacrificio”, renitenti ad esser prodighi, trattengono quella spesa che fa la crescita mentre stessano, per età, quella pubblica per la sanità.
Per riaccreditarsi e ritararsi investono nella famiglia; ritirano la rendita, la redistribuiscono; si tengono il comodato d’uso della casa; il resto ai figli, magari in esoso affitto e portafoglio moscio. Paghette, che alleggeriscono il portafoglio, pure a destra e a manca ai nipoti senza portafogli mentre ai bis nipoti offrono asilo in casa.
Ehi del CsC, attenzione! Se le Imprese vogliono ritarare la sovraccapacità che le scrolla producendo merci a misura d’anziano rischiano, saltando da palo in frasca, di ritrovarsi ad aver ancora sovrapprodotto.
No, non ve la sto tirando, anzi si. Mentre credevo di aver finito di divagare sui vostri intenti, arriva pure la smentita della ricchezza presunta affibbiata ai canuti: la Uil dice che il blocco dell’indicizzazione delle pensioni dal 2011 ad oggi ha generato "danni gravissimi e permanenti" al potere d'acquisto di milioni di pensionati. In 9 anni una pensione di 1.500 euro lordi mensili nel 2011, ha cumulato una perdita complessiva pari a 74,03 euro al mese, ossia 962,39 annui; un pensionato con un assegno di 1.900 euro lordi mensili nel 2011 ha subìto nello stesso periodo un mancato incremento di circa 1.378,83€ lordi annui.
Meditate gente, meditate!
Mauro Artibani, l’economaio
https://www.amazon.it/s?k=mauro+artibani&__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&ref=nb_sb_noss_1
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martedì 18 febbraio 2020
I NONNI E I CONTI DI UN OSTE OSTAGGIO DEI CONTI
Nello stagno l’acqua ristagna. Il reddito disponibile delle famiglie italiane nel 2013 è rimasto ai livelli di 25 anni fa; l'Ufficio Studi di Confcommercio evidenzia che, in quello stesso anno, il reddito disponibile risultava pari a 1.032 miliardi di euro, rispetto ai 1.033 del 1988. Quand’oggi ancora più ristagna: olezza!
Il centro studi di Confindustria, dopo sette anni e il naso chiuso al fetore, getta invece l’esca: La spesa degli over 65 è "ampia" e "in aumento": vale circa 200 miliardi di euro, quasi un quinto dei consumi delle famiglie italiane e raggiungerà il 30% nel 2050.
Nell’attesa che qualcuno abbocchi, questi studiosi commentano: rispetto a un decennio fa gli anziani sono in grado di generare una domanda potenziale maggiore, crescente e diversificata anche considerato che la loro situazione reddituale e finanziaria è più solida e più stabile rispetto alle altre classi di età e ha risentito poco della lunga crisi economica. "Catturare questa domanda potenziale è un'opportunità che le imprese non possono lasciarsi sfuggire".
Poi rivelano: gli over 65 si caratterizzano per un consumo pro-capite medio annuo più elevato, 15,7mila euro (contro i 12,5 per gli under 35) e un reddito medio più alto, 20mila euro (a fronte di 16mila degli under 35).
Inoltre hanno una maggiore ricchezza reale pro-capite, 232mila euro (vs 110mila) e una solidità finanziaria superiore, con 1 anziano su 10 indebitato (a fronte di quasi 1 su 3 tra gli under 40).
Da qui, secondo questi studiosi, gli anziani in salute rappresentano un segmento di consumatori appetibile per le imprese ed è per questo che diverse aziende stanno ritarando i propri prodotti, beni o servizi a misura di anziano.
Un momento Signori, pure gli arzilli son costretti a ritarare quel loro avvizzito credito di ruolo che il tempo ha scosso.
Essipperchè, esperienti di un mondo che non c’è più, sono inesperienti in quello che c’è; incassano pure più del capitale umano e sociale speso; alfin, figli del “sacrificio”, renitenti ad esser prodighi, trattengono quella spesa che fa la crescita mentre stessano, per età, quella pubblica per la sanità.
Per riaccreditarsi e ritararsi investono nella famiglia; ritirano la rendita, la redistribuiscono; si tengono il comodato d’uso della casa; il resto ai figli, magari in esoso affitto e portafoglio moscio. Paghette, che alleggeriscono il portafoglio, pure a destra e a manca ai nipoti senza portafogli mentre ai bis nipoti offrono asilo in casa.
Ehi del CsC, attenzione! Se le Imprese vogliono ritarare la sovraccapacità che le scrolla producendo merci a misura d’anziano rischiano, saltando da palo in frasca, di ritrovarsi ad aver ancora sovrapprodotto.
No, non ve la sto tirando, anzi si. Mentre credevo di aver finito di divagare sui vostri intenti, arriva pure la smentita della ricchezza presunta affibbiata ai canuti: la Uil dice che il blocco dell’indicizzazione delle pensioni dal 2011 ad oggi ha generato "danni gravissimi e permanenti" al potere d'acquisto di milioni di pensionati. In 9 anni una pensione di 1.500 euro lordi mensili nel 2011, ha cumulato una perdita complessiva pari a 74,03 euro al mese, ossia 962,39 annui; un pensionato con un assegno di 1.900 euro lordi mensili nel 2011 ha subìto nello stesso periodo un mancato incremento di circa 1.378,83€ lordi annui.
Meditate gente, meditate!
Mauro Artibani, l’economaio
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martedì 4 febbraio 2020
TRA PACHIDERMI E PAPPAGALLI T’IMBESTIALISCI!
Un luogo comune dice l’Economia una Scienza triste, quando ne leggi e ti diverti, magari ti accalori e prendi pure spunti: fiuuu.
Leggi tutto d’un fiato tra bufale, "Pachidermi e Pappagalli"; un bestiario che fa il verso alle bestialità che senti in giro.
Carlo Cottarelli non le manda a dire, le dice pure al telefono a quelli di “La nuova provincia”: «Le bufale in campo economico possono portare a scelte economiche sbagliate che ricadono su tutti, ma anche a incolpare per i nostri problemi qualcun altro, magari Soros, la Francia, la Germania o i cosiddetti poteri forti. Se io credo a certe bufale rischio di non fare le riforme necessarie a far ripartire il Paese o, peggio, a intraprendere soluzioni sbagliate, come uscire dall’Europa».
D’accordo con lei Prof, si rende necessario andare a vedere se, chi le diffonde, conosca o meno la materia di cui parla. Vero oggi in Italia tutti sono economisti, come tutti si sentono allenatori della nazionale di calcio, ma anche gli economisti non sono tutti uguali e non tutti hanno le stesse idee. Però è necessario leggere le fonti, approfondire, non accontentarsi di quello che ci viene detto.
Prof, mi scusi, non sono economista; economaio, invece, che studia quell’Economia dei Consumi e che, a furia di studiare, ne ha redatto il Trattato. Nel trattarlo mostro un pertugio, tra una strutturale sovraccapacità delle Imprese ed un affrancamento dal bisogno dei Consumatori, dove sta ficcata un’altra bufala che grida vendetta: quella dei “Produttori che producono ricchezza”. Nella spesa aggregata, che la misura, v’è traccia, quando v’è, solo di 1/5 riferito alle Imprese; quella prodotta dai Consumatori, oltre i 2/3.
Bufala che nasconde i connotati della mancata crescita e che oggi i dati pubblicati dalla Bce evidenziano come una crescente spaccatura nell'economia del blocco Ue.
La crescita dei prestiti alle imprese cala al 3,2%, ai minimi da due anni; i prestiti alle famiglie accelerano al 3,7% dal 3,5%, la migliore rilevazione in 11 anni.
Siamo alle solite Prof, quella misera crescita fatta con i fichi secchi del debito, al quale i pur affrancati dal bisogno non si sottraggono, fa della “stagnazione secolare” non una teoria, quanto invece una triste, sconsolante evidenza empirica.
Mauro Artibani, l’economaio
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martedì 28 gennaio 2020
PREZZI GIUSTI CERCASI
Asta record per il nuovo Btp trentennale del Tesoro, con una domanda pari a qualcosa come 47 miliardi di euro, a fronte dei 7 messi sul mercato, per la prima tranche del nuovo benchmark; 360 investitori, insomma, per il nuovo Btp a 30 anni, con scadenza 1settembre 2050 e cedola annua del 2,45.
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha snocciolato i dettagli dell’emissione. Più dei due terzi del collocamento è stato sottoscritto da fund manager (67,9%), mentre le banche ne hanno sottoscritto il 13,3%. Gli investitori con un orizzonte di investimento di lungo periodo hanno acquistato il 12,1% (in particolare il 6,4% è stato allocato a banche centrali e istituzioni governative, mentre il 5,7% è andato a fondi pensione e assicurazioni). Agli hedge fund è stato allocato il 6,5% dell’ammontare complessivo. Le imprese non finanziarie hanno partecipato all’emissione con una quota residuale pari allo 0,1% circa.
Nonostante il rating BBB e l’incertezza politica, in vista delle elezioni regionali in Calabria ed Emilia Romagna, i BTp continuano insomma ad essere gettonati alle aste del Tesoro. Ma non solo in Italia.
Toh, come i rendimenti dei trentennali Usa che stanno al 2,2972% ma con un rating AAA.
Nel Mondo poi, oltre 16.000mld di euro di obbligazioni governative hanno rendimenti addirittura negativi: una pacchia!
Un cacchio, qualche preoccupazione è stata manifestata circa il potenziale impatto dei tassi negativi sulle famiglie dell’eurozona. Tanto emerge dai verbali della Bce relativi alla riunione del 12 dicembre scorso, la prima presieduta da Christine Lagarde. In particolare viene chiesto “un monitoraggio concomitante dei risparmi e delle dinamiche dei consumi”.
Ma come loro che, con le politiche monetarie lasche hanno fatto l’inguacchio, oggi monitorano lo stato dello stesso inguacchio?
Giust’appunto, quell’inguacchio delle azioni di reflazione, volte a sostenere la domanda, per non far scendere i prezzi. Prezzi che non sono scesi, anzi son saliti alle stelle e che si mostrano con i tassi negativi, con le Borse del Mondo sui massimi, con i valori immobiliari alle stelle.
Prezzi falsati pure quelli al consumo, che non riescono a raggiungere quell’agognata meta, sognata dai banchieri centrali, del quasi + 2% ma che hanno, invece, inibito quella deflazione in grado di ricaricare il potere d’acquisto proprio delle famiglie che oggi monitorano.
Bella no? Tra risparmi che non rendono, consumi consumati dal magro potere d’acquisto ed un mercato impallato da prezzi che non raccapezzi.
Già, tutto questo mentre il ristretto club dei Paperon de' Paperoni mondiali, 2.153 persone, detiene una ricchezza superiore al patrimonio di 4,6 miliardi di persone, mentre alla metà più povera della popolazione resta meno dell’1%.
Non son io a dirlo, sta nel nuovo report diffuso da Oxfam alla vigilia del meeting annuale del World Economic Forum di Davos.
Mauro Artibani, l’economaio
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martedì 23 luglio 2019
LA PRODUTTIVITA' DELLA CASA, SENZA L'OSTE
Ogni giorno, nel mondo, vengono fuori dati che non fanno rumore; invece dovrebbero farlo.
Nel primo trimestre del 2019 la produttività negli Stati Uniti, relativa al settore manifatturiero, è aumentata al tasso annualizzato del 3,4% rispetto all'ultimo trimestre del 2018; dal 1947 al 2018, la crescita media è stata del 2,1 per cento. Rispetto a un anno prima, la produttività - l'indice viene ottenuto dividendo la produzione per il numero di ore lavorate - è cresciuta del 2,4%, il rialzo maggiore dal terzo trimestre del 2010.
Nel primo trimestre, sempre del 2019, il costo unitario del lavoro invece risulta diminuito al tasso annuo dello 0,8%, rispetto ai tre mesi precedenti.
Le scorte delle imprese, nel secondo trimestre poi, hanno registrato un +0,8% rispetto a marzo.
All'attuale ritmo di vendita, occorrerebbero 1,34 mesi per venderle. Le scorte di auto sono aumentate del 3,8%, il massimo dall'agosto 2018.
Che cavolo di produttività è mai quella misurata in casa delle Imprese, gestendo il capitale ed il lavoro, che non sembra far bene a quelli fuori da questa casa se, il Pil reale pro-capite Usa, non sembra far tutto d'oro quel che luccica. L'aspettativa di vita è scesa ben al di sotto di quella di altri Paesi del G7; il reddito mediano di una famiglia americana, al netto dell'inflazione, è salito solo del 2,2% rispetto alla fine degli anni '90, nonostante il Pil reale pro-capite sia aumentato del 23% nello stesso arco temporale; il tasso di povertà è rimasto vicino a quello registrato prima della crisi finanziaria, con quasi 45 milioni di poveri su una popolazione di oltre 300 milioni di persone.
Essì, cari padroni di casa della vostra azienda, affinchè non venga sgarupata, occorre saper gestire la produttività, quella di sistema però: la casa dove abitano tutti!
Ai Produttori tocca raddrizzare i modi del loro fare rendendo efficiente l’impiego delle riserve di capitale. Se si teme di investire per produrre invenduto, sottraendo denaro alla crescita, si investa per vendere l’eccesso già prodotto; adeguando il prezzo di quelle merci torneranno sufficienti redditi insufficienti, troverà ristoro il potere d’acquisto, mitigato il debito.
Si potrà consumare, si potrà tornare a produrre, a lavorare, a crescere, a guadagnare.
Eggià, smaltire l’invenduto restituisce scarsità alle merci ripristinandone il valore; l’impresa riacchiappa scampoli di capacità competitiva e.... toh, pure la produttività.
Mauro Artibani, l'economaio
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martedì 5 marzo 2019
DA LUGLIO SON RIPARTITE LE PENE CHE NON VOGLIO
Mentre me ne stavo al mare, ad abbronzar le chiappe chiare, l’Istat prendeva appunti. Passa il tempo, oggi stima un' evoluzione negativa del ciclo economico in atto da allora:
Tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori sono in peggioramento, seppur con intensità diverse: il clima economico e quello corrente registrano le flessioni più consistenti mentre cali più moderati caratterizzano il clima personale e quello futuro. Più in dettaglio: il clima economico cala da 130,5 a 126,6, il clima personale passa da 108,9 a 108,2, il clima corrente scende da 112,4 a 109,4 e il clima futuro flette da 117,4 a 116,9. Con riferimento alle imprese, l’indice di fiducia diminuisce in gran parte dei settori: nella manifattura e nei servizi l’indice cala lievemente, passando rispettivamente da 102,0 a 101,7 e da 98,6 a 98,3; nelle costruzioni il calo è consistente, da 139,2 a 135,5. Fa eccezione il commercio al dettaglio, dove l’indice aumenta da 102,9 a 105,4.
Cavolaccio! Da Luglio le pene che non voglio son tutte qua: con un clima così i consumatori hanno consumato meno, indipercuiposcia i produttori produrranno meno e i commercianti, che seppur sembra abbiano commerciato oggi, potranno commerciare domani?
Si, indipercuiposcia, perchè la crescita si fa con la spesa. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa, crea lavoro e lo remunera, remunerando Tutti.
Tutti, tutti!
Se non lo si fa, quel che l'Istat registra come "sfiducia" sarà solo un portafoglio sgonfio.
Sta qui il bandolo della matassa che si scorge nel report dell'Istat e che l'ortodossia economicista, non sembra intendere.
P.S. mentre ancora discetto, aggiorno il quadro: a febbraio l’indice di fiducia economica della zona euro passa da 106,3 a 106,1 punti, il livello più basso da novembre 2016.
Mauro Artibani, l'economaio
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martedì 11 dicembre 2018
EHI, VOGLIO UN MONDO...... CHE FUNZIONI!
Antonio Rosati, presidente di Arsial la mette giù dura: "Le strategie di alcune corporation mondiali del cibo e un certo tipo di assetto capitalistico hanno prodotto un percorso di omologazione che annulla le differenze e hanno prodotto una massificazione dei consumi snaturando il valore del cibo".
Non entro nel merito della denuncia, dove risuona l'eco di di certo sociologismo, anzi si!
Si, voglio un mondo dove i Sociologi la smettano di considerare i Consumatori, "Gente prodiga e men che mai satolla!"
Per loro son viziosi, dimenticando come in questo vizio stia la virtù che fa crescere l'economia e generare la ricchezza.
Essì quella virtù che, con la spesa, fa 1130 dei 1700 mld di euro di Pil.
Bene col fischio la fai se i soldi, che hanno in tasca quelli che lavorano, sono insufficienti a poter acquistare quel che hanno prodotto.
Poi vorrei un mondo dove non si debba fare debito per sanare quella insufficienza e poter fare la spesa.
Giust'appunto vorrei.... perchè in questo di mondo, per ogni euro sonante ne girano 3,5 di debito.
Grido allora per un mondo dove, se hanno più bisogno i Produttori di vendere che i Consumatori di acquistare, la Politica smetta di scambiare lucciole per lanterne tentando, con il reddito di cittadinanza, di far diventare quel felino che caccia per mangiare in un fellone che mangia la pappa e fa le fusa e si prodighi, invece, per far sì che l'Impresa faccia la domanda. Paghi, insomma, se ha merci invendute, per venderle; venga così pagato il Consumatore per poterle acquistare.
Ci sono, nel mondo, grandi Imprese che già lo fanno: rende!
Essì, voglio un mondo che dia a Cesare quel ch'è di Cesare.
Lo dico così, con un Tweet; lo mando con WhatsApp: "La crescita si fa con la spesa. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allora allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa, remunera Tutti. Tutti, tutti!"
Criptico, dite!
Criptico perchè contesto quel che dentro la crisi ancora tutti credono: che siano i produttori facendo che so....auto, latte, moda e giornali ad aver generato la ricchezza?
Ehi, questa ricchezza viene generata solo e quando si hanno soldi da spendere per acquistare quelle merci che altrimenti arruginiscono / cagliano / passano di moda / incartano il pesce!
Mauro Artibani, l'economaio
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martedì 27 novembre 2018
LA FARRARI E' DI SINISTRA O ROBIN HOOD?
"La Ferrari è l'oggetto più di sinistra del mondo perché quando vendiamo la Ferrari ai ricchi del mondo noi riequilibriamo (la distribuzione Ndr) la ricchezza perché paghiamo gli operai e creiamo ricchezza nel nostro Paese". A dirlo è il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, in occasione della Giornata del Cinema Industriale.
Okkei, lei sta scherzando. Bene, scherzo anch'io: nella giornata passata al cinema, quale film ha visto?
Essipperchè, se dice di un "riequilibrio della ricchezza" lo vede squilibrato? Ehi, siete voi a trasferire la ricchezza, generata dalla spesa, ai fattori capitale e lavoro!
Questo trasferimento genera quella differenza che sta tra chi quella "rossa" può comperarla e chi può solo lavorare per produrla.
No, non sto perorando l'eguaglianza; esecro semmai l'inefficienza del meccanismo di trasferimento se occorre produrre Ferrari per far spendere chi ha più di quel che gli serve, rispetto a chi ha meno da spendere e più da dover acquistare.
Giust'appunto, mal trasferisce se il reddito disponibile delle famiglie italiane nel 2013 torna ai livelli di 25 anni prima. L'Ufficio Studi di Confcommercio evidenzia che, in quello stesso anno, il reddito disponibile risultava pari a 1.032 miliardi di euro rispetto ai 1.033 del 1988.
Approposito, le dico quel che non può non sapere, su come vada il mondo: Le distribuzioni di dividendi sono salite del 5,1% nel terzo trimestre del 2018, a 354,2 miliardi di dollari. Lo rivela la consueta analisi del Janus Henderson Global Dividend Index. Stati Uniti, Canada, Taiwan e India hanno registrato distribuzioni ai livelli massimi nel trimestre mentre i dividendi in Cina hanno ricominciato a crescere dopo tre anni in calo.
I dividendi totali previsti nel 2018 salgono a 1.359 miliardi di dollari. In termini sottostanti significa che la crescita nell’anno sarà dell’8,1%, in aumento rispetto alle stime del 7,4% dell’ultima edizione dell’indice Janus Henderson Global Dividend Index.
Dunque, se tanto ci da' tanto, le Ferrari non avranno modo di arruginire invendute; le city car forse si!
Sta qui quel creare ricchezza, che Lei attribuisce alle Imprese?
Lo so, nel dirlo, riferisce quanto detto da un vecchio anchilosato paradigma, ormai fallace: voi producete merce; le auto, se acquistate, si trasformano in ricchezza altrimenti arrugginiscono!
Essì, il Pil misura gli euro di ricchezza generati dalla spesa non le Ferrari belle, rosse e fiammanti, prodotte!
Un consiglio, con stima: "La crescita si fa con la spesa, non con la produzione. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa, remunera tutti."
Ben'altro che Robin Hood!
Mauro Artibani, l'Economaio
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martedì 20 novembre 2018
DRAGHI, IL VIRTUOSO DEL VECCHIO VIZIO
L'output UE, quel potenziale di
crescita della zona euro, sembra risalito rispetto ai minimi toccati
durante la crisi finanziaria di dieci anni fa, non andando però
oltre i valori precedenti la crisi.
Che dire: tutte 'ste politiche
monetarie hanno fatto più o meno il minimo sindacale. Sic!
Gira in giro pure un report: riferisce
come il piano di acquisti di titoli della Bce abbia avuto "effetti
trascurabili" sulle disuguaglianze nella ricchezza complessiva
e, nel contempo, "considerevolmente contribuito a sostenere le
famiglie più deboli", spingendo i nuclei a basso reddito verso
l'occupazione.
Sarà vero?
Beh, questo aspetto era stato già
messo in rilevo dal presidente Mario Draghi nella conferenza stampa,
al termine dell'ultimo Consiglio direttivo. Smentisce che la linea
morbida abbia favorito alcuni Stati rispetto ad altri, giammai! A
trarne beneficio sono state "le famiglie a basso reddito e con
meno liquidità".
L'eurocoin - questo dire lo misura -
fornisce in tempo reale una stima sintetica del quadro congiunturale
corrente nell'area euro, che sale da 0,52 a 0,54.
L'indicatore, si legge, continua a
essere sostenuto dal graduale rafforzamento della dinamica dei
prezzi.
Hai capito hai! Lo giuro, è stato il
Draghi quel portatore sano del vecchio vizio di riconoscere a quegli
"intoccabili" delle Imprese la generazione della ricchezza.
Con le reflazione ha represso la deflazione deflazionando il potere
d'acquisto; con la ciambella del liquido monetario ha tenuto a galla
le imprese improduttive.
Non paghi, quelli del Consiglio Bce
hanno confermato l'intenzione di continuare a fornire un forte
stimolo monetario. Già, magari per mitigare gli oneri dei debiti
sovrani attraverso l'inflazione?
Bella no?
Si, se ne mitiga l'onere con
quell'inflazione che, riducendo quel già malmesso potere d'acquisto,
rende più poveri; gli Stati dovranno rifare debito per sussidiare
questi deboli che lo saranno ancor di più: pressappoco una partita
di giro!
Beh, ad esser pignoli un' inflazione
non basta per dopare il ciclo economico ampliando l'output gap. Ce ne
vogliono due: la prima con il sostegno alla domanda dei consumatori,
artatamente generato per non far scendere i prezzi; la seconda nel
rendere possibile uno tsunami di investimenti improduttivi, creati
dalla falsificazione del calcolo economico attraverso la soppressione
dei tassi d'interesse, buono per salvare aziende decotte e la loro
improduttività.
Beh, meglio di così... se non si muore
"si sta come / d'autunno / sugli alberi / le foglie."
Mauro
Artibani, l'Economaio
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martedì 24 luglio 2018
SI PUO' STAR MEGLIO, NON SOLO PEGGIO!
C'era una volta mio Padre, un operaio
di classe che, insieme ad altri lavorava per fare quelle merci che le
imprese vendevano al mercato a chi ne aveva bisogno. Non erano molte,
quel pregresso bisogno, con la spesa, le acquistava.
Pressappoco al tempo, la produttività
totale dei fattori andava al massimo.
Poi quelle stesse Imprese migliorarono
i processi, la qualità e la quantità dei prodotti e, memori dei
consigli di Henry Ford, traferirono tanto/quanto della ricchezza
intascata, generata dall'acquisto, nelle tasche di mio padre e a
quelle dgli altri per far acquistare quanto prodotto.
Fiuuu, non c'era gap nell'output;
l'efficienza dei fattori produttivi andò al massimo. Al massimo pure
quel fattore nuovo di zecca, l'esercizio del bisogno, venne
addirittura reso saturo.
Fin qui tutto bene.
Poi le Imprese, ebbre per cotanto
fatto, produssero ancor di più, anzi troppo!
Quando se ne avvidero, per riparare al
danno e ai costi impliciti della sovraccapacità, tagliarono i salari
dei responsabili, poi il capitale per fare gli investimenti.
Dunque, quando il lavoro paga prezzo,
con un portafoglio sgonfio e lo stomaco satollo, beh... fate voi!
Ta-ta-tà, la produttività totale dei
fattori rischia il collasso.
Ehi, ad esser maligni viene in mente
che, per riffe o per raffe, alle Imprese, traferendo la ricchezza
generata ai fattori produttivi, resta in tasca gran parte del
malloppo; a mio Padre le Cambiali. Da qui sembra potersi scorgere la
coda lunga delle diseguaglianze d'oggi.
Ma tantè, anzi. Quando agli inizi
degli anni settanta, con un tempismo sospetto, viene eliminata la
convertibilità oro/moneta, ci si chiude il naso e si fa tutto a
credito: si rimpinguano i portafogli, si spende ben oltre il bisogno,
con il debito viene generata nuova ricchezza.
Si rabbercia la produttività dei
fattori: nel mondo si tira avanti tra crisi, recessioni, riprese e
stagnazioni sostenute da un dollaro sonante e tre di debito.
Cavolo, il sistema produttivo stava
meglio quando si stava peggio; ancor peggio quando alcuni prevedono
la stagnazione farsi secolare.
D'accordo, tutto questo si può dire
alla Luna.
Beh, pure però ad una Politica fin qui
impegata a dire, meno a fare, il da farsi magari per disporre
un'ambiente normativo all'uopo attrezzato che rimuova questi dannati
impacci.
Calma Signori, non è questione che
pertiene alla consueta "redistribuzione" tra Capitale e
Lavoro.
Questa volta si tratta di una
quisquilia tecnica: Occorre aver da spendere per fare quella spesa
che, smaltendo il prodotto, fa incassare per remunerare adeguatamente
quel Capitale e quel Lavoro. Nell'Economia dei Consumi funziona così!
Dunque, occorre
riallocare, nel trasferimento della ricchezza, parte del
remunero dai vecchi fattori produttivi al fattore nuovo di
consumazione; mettere, insomma, a reddito il maggior valore presente
nell'esercizio del consumare rispetto a quello del produrre.
Da un Capitale che non trova
conveniente investire e un Lavoro nella produzione - troppo spesso
sparito/precario/sottopagato/disoccupato - che acchiappa basso
reddito all'esercizio di consumazione, dove occorre aver a
sufficienza da spendere per poterlo esercitare e generare nuova
ricchezza.
Si dirà: ma in un'economia di mercato,
tocca alle Imprese farlo?
Vero, nel mondo ci sono grandi
Aziende che già lo fanno, rende!
Allo Politica tocca invece dar sprone,
attrezzando un idoneo ambiente normativo, a quelle che nicchiano,
efficace per tenere attivo il ciclo economico, migliorare la
produttività totale dei fattori, poter rimettere il debito e vieppiù
anche intascare un corposo credito elettorale.
Mauro
Artibani, l'Economaio
martedì 13 febbraio 2018
BIG DATA, I CONTI NON TORNANO!
Ho in casa una libreria di 30 mq con
2500 libri in disuso; quelli che non li avevano, oggi ne possono
usare molti di più, con internet e sullo smart phone. Parlo in tempo
reale con mio figlio, ormai Aussie, che sta in un'altra ora, in un
altro giorno e in un'altra stagione. Scambio opinioni con
chicchessia, in chissaccheposto. Mi informo, come e quando voglio;
posso pure disinformarmi a piacer mio. Vivo in solitudine con molti
amici remoti. Seppur scrivo facezie mi becco like, che mi consolano;
rimando like che inorgogliscono.
Bella no?
Bene, per poter avere-fare-dire tutto
questo e dal momento che non sembrano essermi forniti pasti gratis,
pago.
Si, pago, dando in comodato d'uso i
dati delle mia attenzione-dei miei sguardi-dell'ansimare-dell'
incontrare-del bighellonare insieme a quelli di tutti, che se
assemblati, letti, interpretati, cablati con potenti algoritmi, sono
valore sonante beh..., ci sto: Big Data!
A chi interessano?
Dunque, a chi vuol sapere cosa
facciamo, chi vediamo, cosa diciamo; ancor di più dove andiamo con
le nostre speranze, le nostre passioni, i lazi e i frizzi.
Con tali dati le Imprese possono
migliorare il cosa produrre, come farlo, dove e quando farlo pure
come esporlo e venderlo.
Cin,cin insomma e... buona produttività
per tutti!
A proporre tal brindisi sono quelli*
che fin qui hanno fatto in modo di poter dare questo tutto a tutti e
che, per questo, hanno meritato una reputazione senza uguali ed
incassato profitti a più non posso.
Ok, daccordo, se meglio di così si
muore, non si scoppia di salute però. Tutto questo avrebbe dovuto
ottimizzare la catena globale del valore... invece.
Invece l'efficacia nell'impiego di
quei dati non migliora la capacità di spendere se chi deve farlo si
è affrancato dal bisogno con l'esser satollo, di non disporre di
redditi sufficienti per andare oltre il ruttino, vieppiù se si è
incappati nel picco del debito. Già, così si va a far friggere,
nella ancor troppa capacità d'offerta, quel "just in
time"cheppur dovrebbe consentire di ridurre le scorte e il
rischio, migliorando la produttivita di processo.
Eggià se una catena del valore, non
adeguatamente oleata, sferraglia prima o poi si incaglia!
Vuoi vedere che, alle "benemerite",
toccherà rimisurare un più adeguato rapporto tra il valore di
quella stimata reputazione e la capitalizzazione della loro borsa?
Beh, altrimenti prima o poi toccherà
al mercato farlo.
*Apple, Google, Amazon, Facebook,
Microsoft, GE, Baidu, Alibaba Group e Tencent tanto per fare nomi;
quelle aziende che gestiscono la enorme massa di informazioni che le
loro piattaforme digitali raccolgono sui propri utenti e che,
adeguatamente analizzate attraverso i propri algoritmi, permettono di
profilare il pubblico e offrirlo in modo selettivo e appropriato agli
inserzionisti e venditori.
Mauro Artibani, l'Economaio
martedì 10 ottobre 2017
PURE I NOBEL CONTINUANO A RECITARE IL GIA' DETTO
Ci risiamo
è la solita storia, in un'intervista rilasciata alla Stampa,
il Nobel dell'economia Vernon Smith risponde così a due domande che
sbirciano nella crisi.
1: «I
tagli alle tasse che vuole fare Trump sono giusti?»
«Sì. Non
c'è ragione per tassare i redditi delle imprese; tutti i soldi che
incassano vengono restituiti, sotto forma di stipendi, bonus,
dividendi. Non bisogna tassarli a livello corporate, ma
quando diventano redditi personali. Altrimenti si incentiva la
pratica di lasciarli all'estero, nei Paesi con tasse basse».
2:
«L'insoddisfazione che ha aiutato Trump a vincere è giustificata?».
«Sì.
Trump è riuscito a parlare alla gente emarginata dal sistema. Dalla
Seconda Guerra Mondiale in poi non avevamo mai avuto un periodo così
lungo di bassa crescita e occupazione. Molti si sentivano ignorati,
ed era vero".
Risposte
esemplari da parte di chi, ortodosso dell'economia, continua a
recitare il già detto.
Si, recita
quelle regole, scritte a caratteri indelebili, che danno alle imprese
il monopolio nell'allocazione della ricchezza generata.
Già, ma
generata da chi? Non da queste; fanno beni e servizi che, se
invenduti, diventano cattivi e non serviti!
Essì,
magari invenduti proprio perchè quel meccanismo, che trasferisce la
ricchezza generata, mal funziona non facendo arrivare nelle tasche di
Cesare; proprio quel Cesare che con la spesa ha generato e di cui ha
bisogno per rifare nuova ricchezza.
Essì,
magari proprio ai quei cesari emarginati che, proprio
dall'emarginazione, ricevono la stimmate di avere la maggiore
propensione a quella spesa che acquista proprio quel che le imprese
producono.
Sic.... et
sempliciter, vogliamo rivedere il funzionamento di questo meccanismo
di trasferimento un po scemo?
Eh Smith?
Lei un Nobel, io no; lei può, dica a Trump come l'intera faccenda
non sia solo un questione di tasse!
Mauro Artibani
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martedì 5 settembre 2017
DRAGHI E I NODI AL PETTINE DEI VECCHI PARADIGMI
Il presidente della Banca Centrale
Europea, Mario Draghi, evita per ora qualsiasi indicazione su come e
in che tempi il suo istituto possa ridurre e concludere la politica
di stimolo monetario in corso. Intervenendo, il 23 agosto, a Lindau,
in Germania, alla riunione dei primi Nobel, il banchiere centrale, in
un discorso tutto dedicato all'interdipendenza tra la ricerca
economica e le politiche concrete, si è limitato a segnalare, in una
chiave storica, la portata delle sfide per la politica monetaria.
"Quando il mondo cambia come ha
fatto dieci anni fa le politiche, specialmente la politica monetaria,
devono essere adattate. Tale adattamento, mai facile, richiede
valutazioni oneste senza pregiudizi sulla nuova realtà con sguardo
libero, non gravato dalla difesa di paradigmi precedentemente
osservati e che hanno perso ogni potere esplicativo. Dobbiamo essere
consapevoli dei vuoti che permangono nella nostra conoscenza".
Porc... l'avevo già detto, il 24/3/14.
Anzi, proprio quei paradigmi, li avevo già sostituiti.
Essì, già in quell'epoca cerano già
notizie gustose che lo facevano presagire: “Cento trilioni di
dollari sono tanti, troppi soldi e in soli 7 anni sono lievitati come
il pane: dal 2007 ad oggi, il debito è aumentato del 40%, passando
da 70 a 100 trilioni.”
E, come per le ciliegie, una notizia
tira l’altra:
Secondo la Bri, il "lievito madre"
di questo debito sono stati i Governi mondiali e le loro politiche
economiche, intenti a salvare il sistema finanziario dal default.
Basta guardare la situazione degli Stati Uniti d'America, Paese da
cui la crisi ha avuto origine: qui il debito è passato dai 4.500
miliardi di dollari agli attuali 12 mila miliardi.
Poi un’altra ancora:
“Dal 2007 la base monetaria degli
Stati Uniti è salita da $800 miliardi a $3.7 bilioni. Quantitative
easing come se piovesse”
Fiuuuuuuu, questa maledetta crisi!
Ennò, cocchi, questi non sono gli
effetti, queste sono le cause della crisi!
Già, le cause, quelle della
strutturale sovraccapacità produttiva che ha imposto dazi al mondo.
Cos’altro sono le tecniche di reflazione, messe in campo per dar
sostegno alla domanda; che spandono moneta da dare a credito che
diventa debito?
Dazi appunto, da pagare per
ripristinare il valore di merci altrimenti svalutate.
Tal credito rifocilla portafogli smilzi
che acquistano quel che possono: si smaltisce l’eccesso, non
scendono i prezzi. Due piccioni con una fava: quella del debito.
Quel debito passato di mano in mano;
quando si fa inattingibile diventa debito sovrano. Così si è giunti
a bomba.
Ricominciamo daccapo, dall’alterazione
del meccanismo di formazione dei prezzi.
In un mercato efficiente, quando la
domanda si mostra in eccesso perché i redditi erogati sono
insufficienti ad acquistare quanto prodotto, i prezzi scendono, si
ripristina l’equilibrio.
In un mercato inefficiente, invece,
grida disumane accompagnano il fatto: deflazione, deflazione!
Giammai, gridano i più. Armati di un
vecchio paradigma* che accredita i produttori generatori di
ricchezza, rivendicano il credito, armando una canizza che confonde
valore e prezzo.
Eggià, quando il liquido monetario
comincia a scorrere il gioco è fatto: quel valore incontrando un
potere d’acquisto dopato, fa un prezzo fasullo; viene così
generata ricchezza, altrettanto fasulla.
Venuti al pettine i nodi; indebitati
oltre misura gli indebitabili, quella ricchezza, già fasulla,
immiserisce.
E quando si arriva alla fine della
fiera in un mercato così fatto; liberato dagli anabolizzanti
deflattivi, si scorge l’altro, l’inaudito. Un nuovo valore, per
un nuovo paradigma, anzi due,** quello delle risorse messe in campo
per fare la crescita, impiegate da chi fa la spesa e l'altro, afferma
si debba remunerare chi con la spesa remunera tutti.
Ristorato quel valore della spesa, che
smaltisce sovraccapacità, viene rivalutato pure quello della
produzione.
Toh, pure così due piccioni con una
fava ma senza debito!
Ok, il prezzo, quello giusto conviene a
tutti, pure per rimettere quel debito già fatto.
Governatore, i paradigmi che dicevo
sono quì sotto, ne approfitti.
Buon pro le faccia!
*Il vecchio paradigma recita: Le
imprese producono beni, valore che genera ricchezza; creano
occupazione, con il lavoro forniscono reddito; danno ristoro ai
bisogni.
**Il nuovo paradigma recita: L’acquisto
trasforma il valore in ricchezza, la consumazione del prodotto genera
input per nuova produzione, viene così fornita continuità al
ciclo, sostanza alla crescita. L'altro: "La crescita si fa con
la spesa. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare
nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di reddito per remunerare
chi, con la spesa, remunera tutti."
Mauro Artibani
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martedì 24 gennaio 2017
OXFAM, DAVOS E CHI PIU' NE HA, PIU' NE METTA
Oxfam ha diffuso un nuovo rapporto
sulla ricchezza per far fischiare le orecchie a quelli del World
Economic Forum di Davos che, con i paraorecchie nel gelo svizzero,
avranno avuto difficoltà ad ascoltare. Secondo l’ONG otto* super
miliardari detengono la stessa ricchezza netta (426 miliardi di
dollari) di metà della popolazione più povera del mondo, vale a
dire 3,6 miliardi di persone.
Nel rapporto intitolato ‘Un’economia
per il 99%’ viene preso in esame l’ampliamento del divario tra
il benessere di ricchi e poveri, una diseguaglianza che, secondo
l’organizzazione, si sta “estremizzando oltre ogni ragionevole
giustificazione”. I dati dicono che multinazionali e super ricchi
continuano ad alimentare la diseguaglianza di reddito e sociale,
facendo ricorso a pratiche di elusione fiscale, massimizzando i
profitti anche a costo di comprimere verso il basso i salari e usando
il loro potere per influenzare la politica.
Roberto Barbieri, direttore generale di
Oxfam Italia, dice dati, fa considerazioni: poi, non pago, sbotta: ‘È
osceno che così tanta ricchezza sia nelle mani di una manciata di
uomini, che gli squilibri nella distribuzione dei redditi siano tanto
pronunciati in un mondo in cui 1 persona su 10 sopravvive con meno di
2 dollari al giorno. La diseguaglianza stritola centinaia di milioni
di persone condannandole alla povertà; rende le nostre società
insicure e instabili, compromette la democrazia’.
Osceno? Ci risiamo: di fronte al
problema reale dell'iniquità, che ha generato la crisi e che ancora
la perpetua, si grida disprezzo.
Beh, c'è un però, però: quando il
disprezzo scalda la questione morale e tira in ballo l'etica, finisce
per fare il gioco di che vuol buttarla in caciara.
Essì, il prezzo invece va dritto in
culo alla balena: l'elusione fiscale taglia la spesa pubblica, i
redditi insufficienti tagliano quella privata; quelli troppo alti
vengono in buona parte sottratti alla spesa; manca pure il vantaggio
della spesa in conto capitale. Tutto questo fa il prezzo che si paga
alla crisi.
Occorre tirare in ballo la morale ed
ancor di più l'etica per dipanare il guazzabbuglio o ancor più lo
ingarbugliano?
Beh, se la crescita si fa con la spesa
aggregata, che corrisponde al Pil, e vien fatta così "risulta
la più bassa degli ultimi sette anni; quella del libero commercio
mondiale sta su livelli ancor più bassi”.
Ehi la, là, se a Davos lo dice il
Presidente cinese Xi Jinping, vuoi vedere che si cominciano a temere
gli effetti indotti dal "paradosso della parsimonia"?
Essipperchè, fa male alla crescita
quel combinato disposto tra la spesa mancata e i bassi tassi di
interesse che non remunerano i risparmi rimasti in tasca. Beh con la
crisi finiranno pur essi a dover pagare pegno tirando fuori quei
risparmi per mantenere il potere d'acquisto e spenderlo.
Già, dai tempo al tempo e verranno
sottratti redditi dalle tasche pure di chi ce li ha.
E per l'amordiddio non ci si accontenti
di pensare questa parsimonia quale ristoro della questione etica.
No, tutto questo è, più
semplicemente, il lascito di una pratica economica insipiente prima
dei danarosi poi delle leadership!
P.s: Le regole dell'Economia dei
Consumi non consentono di vivere nel lusso ed esser temperanti nella
spesa.
*Almeno tre di questi, riferisce una
ricerca del 2013 dell'università di Oxford, «capitalizzano in Borsa
1.090 miliardi di dollari con 137 mila dipendenti, mentre 25 anni fa
le tre maggiori aziende manifatturiere americane capitalizzavano in
tutto 36 miliardi di dollari impiegando 1,2 milioni di lavoratori».
Cavolaccio, se l'impresa traserisce la ricchezza, generata dalla
crescita, ai redditi da capitale e da lavoro ed il lavoro non c'è,
il malloppo resta in tasca al capitale. Eggià, toccherà ripensare
quel meccanismo di trasferimento!
Mauro Artibani
martedì 10 gennaio 2017
CON I SALDI CI PAGANO PER FARE LA SPESA
Pronti? Via!
Iniziano il 2 gennaio i saldi invernali
2017 in Basilicata e Sicilia. Il 3 toccherà invece alla Valle
d'Aosta e il 5 a tutte le altre regioni d'Italia.
La caccia all'affare, portata avanti in
particolar modo dalle donne, è già iniziata con le cosiddette
"missioni esplorative" per individuare un capo che, tra
pochi giorni, sarà messo in vendita a un prezzo inferiore da quello
segnato sul cartellino.
Confcommercio ha così ricordato alcune
regole per il corretto acquisto della merce in saldo: la possibilità
di cambiare il prodotto, pratica generalmente lasciata alla
discrezionalità del negoziante; la prova dei capi e i prodotti in
vendita che possono appartenere anche a una stagione precedente.
Inoltre il negoziante ha l'obbligo di indicare il prezzo normale di
vendita, lo sconto e il prezzo finale.
Ricapitoliamo.
La data: 2 volte l’anno.
Il fatto: smercio di merci invendute.
La causa: eccesso di merci sul mercato.
La concausa: alto prezzo delle merci.
Voilà: I SALDI.
Il fatto: smercio di merci invendute.
La causa: eccesso di merci sul mercato.
La concausa: alto prezzo delle merci.
Voilà: I SALDI.
L’evento atteso, raccomandato,
blandito, agognato dai più.
Si imbandierano vetrine, si sbandierano
occasioni, si bandiscono festini; c’è baldanza in tutti noi.
La fiera della vanità, la festa dei
consumatori.
La nostra festa.
Essipperchè va in scena la
rappresentazione fantasmagorica di come si possa VENDERE ACQUISTANDO.
Vendere le nostre istanze all’acquisto;
vendere l’occasione di acquistare l’eccesso; vendere l’acquisto
a prezzi convenienti.
Le Imprese, riducendo i prezzi,
acquistano la domanda; noi vendendola rifocilliamo il potere
d'acquisto.
Se fare la spesa lavoro ha da essere,
insomma, Reddito sia.
Buono per fare quella crescita, buona
per tutti.
Questo è quanto, altro che risparmio!
Insomma saldi, soldi e alcun
quaquaraquà.
Noi almeno, no!
Mauro Artibani
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martedì 29 novembre 2016
TROPPO CARA CI FU QUEL FAR LA SPESA
Sempre più vecchi a fare la spesa per
restare abbarbicati alla vita .
I giovani abituati alla spesa per
vivere la vita.
Quelli delle Imprese che del prendere
rischi si vantano e li assumono spendendo.
Quelli che pur di spendere ingrassano,
vestono alla moda che passa di moda e che per andare da qui a lì
hanno preso un Suv.
Quelli, infine, che vogliono poter
spendere per poter fare altrettanto.
Essi, al mercato stanno tutti belli
tonici; in forma per poter dar corso virtuoso al ciclo economico.
Prendono fiato, scaldano i muscoli,
insomma si attrezzano all'uopo.
All'uopo?
Massì, ci sono pressappoco 1.600
miliardi di euro per assoldarli. Quella ricchezza, misurata dal Pil,
pronta all'uso per generarne non altrettanta, di più.
Proprio quella ricchezza, generata
dalla spesa aggregata, che viene trasferita dall'impresa ai soggetti
del ciclo, remunerando il capitale ed il lavoro.
Orsù gente, s'ha da correre.
Pronti, Via!
Pronti?
I giovani che studiano non lavorano,
poi ci sono i neet che non fanno nè l'uno nè l'altro; molti hanno
lavori precari, moltissimi invece sono disoccupati.
Quelli non costretti dal bisogno, più
che spendere risparmiano; quelli invece affamati di tutto, hanno poco
da spendere.
I rischianti, visto l'andazzo, danno un
taglio al rischio; seppur assoldati, si fanno renitenti alla spesa
per quegli investimenti in conto capitale.
I benestanti, seppur volenterosi, non
ce la fanno a spender tutto.
Lo Stato vedrà ridotto il prelievo
fiscale per fare la spesa pubblica, pure quella per le pensioni di
quegli arzilli vecchietti.
Via?
Si, via della misericordia. Già, il
Mic (Misery Index Confcommercio) di settembre si è attestato su un
valore stimato di 18,9 punti, in aumento di due decimi di punto
rispetto ad agosto. Il peggioramento è imputabile principalmente
alla componente relativa ai prezzi di beni e servizi ad alta
frequenza d'acquisto.
Signori trasferenti, per veder correre
gli iscritti al ciclo, occorre integrare l'insufficiente
trasferimento di ricchezza sui redditi di lavoro nella produzione,
con quello del lavoro di consumazione che, guarda caso, smaltisce
l'altrimenti invenduta produzione.
Si paga con la riduzione dei prezzi; il
costo sta nella rinuncia a quel profitto che remunera il rischio
d'impresa.
Mauro Artibani
martedì 4 ottobre 2016
I DILETTANTI DELLA SPESA FANNO DANNO
Provo a dire quel che la crisi ha reso
urgente dire e molti non vogliono ascoltare.
Quando la Gente più che cibarsi
ingrassa, veste alla moda che passa di moda e per andare da qui a lì
acquista un Suv, i Sociologi gridano: Questo consumatore è un
imbelle! Per le Associazioni dei consumatori quest'imbelle è un
soggetto debole che ha bisogno di tutele.
Okkei, questo tizio sarà pure quel che
dicono, è pure però un agente economico.
Ecchè agente: la spesa della Gente fa
il 60% del Pil.
Sta sul mercato in una condizione di
forza perchè proprio quelle azioni mostrano come sia affrancato dal
bisogno e questo lo rende decisamente forte nei confronti delle
Imprese che devono vendere. Vendere proprio a chi ha poco in tasca ma
non è bisognoso.
Questa condizione genera un eccesso di
offerta che staziona al mercato. Questo il tratto distintivo
dell'Economia dei Consumi.
Pure i Signori dell'ultimo G20 sanno
della sovraccapacità che zavorra le imprese nel mondo*.
Beh, se tanto mi da' tanto: hanno più
bisogno i produttori di vendere che i consumatori di acquistare!
Al mercato, allora, chi sono i forti,
chi i deboli?
Bene, se diamo un colpo al cerchio,
tocca darlo pure alla botte: d'accordo, non sono soggetti deboli,
dilettanti si e per stare sul mercato, in maniera adeguata al ruolo
di generatori di Pil, tocca farsi professionisti.
Professional Consumer! Essipperchè,
con la spesa trasformiamo le merci in ricchezza, consumando
l'acquistato facciamo nuovamente produrre, diamo continuità al ciclo
economico e sostanza alla crescita. Facciamo pure altro: con l'Iva
finanziamo la spesa pubblica, se ci resta in tasca il resto, con quei
risparmi, investiti, finanziamo l'investimento della imprese.
Fiuuuuuu, per l'economia, chi fa di
più?
Oggi, con una crisi che sfianca tutti,
la nostra forza vale di più; tocca farla valere per andare altre la
crisi.
Mettere a profitto queste nostre
prerogative si può, si deve, per il tornaconto di tutti.
Ci sono Imprese** che hanno capito
l'antifona ed hanno attrezzato business che consentono di guadagnare
se e quando noi guadagnamo.
La digidalizzazione dei processi,
nell'economia 4.0 consente a noi consumatori di fare "Impresa"
e utili per intascare quel reddito complementare necessario a poter
rifocillare il potere d'acquisto.
L'uscita dalla crisi lo richiede, il
ruolo lo impone.
*Gira in giro una lista accurata delle
"sovraccapacità" che zavorrano l'impresa e l'economia.
** Le conosco, ho smontato e rimontato
la loro struttura organizzativa per guardarle da dentro: sono aziende
pro crescita.
Mauro Artibani
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martedì 30 agosto 2016
TOH, UN PERTUGIO DA DOVE GUARDARE LA CRISI
La
crescita economica si fa con la spesa.
Tra
gli spenditori ci sono le Imprese che fanno investimenti in conto
capitale. Se non vengono fatti viene a mancare il 18% di quella
crescita.
Dall'inizio
della crisi gli investimenti in Italia sono crollati di quasi 110
miliardi, con un balzo indietro di 20 anni.
Lo
sostiene quella sempiterna Cgia di Mestre, secondo cui "al netto
dell'inflazione tra il 2007 e il 2015 gli investimenti sono scesi di
109,7 miliardi, pari in termini percentuali a una diminuzione di 29,8
punti. Nessun altro indicatore economico ha segnato una contrazione
percentuale così importante".
"L'ammontare
complessivo - sottolinea l'ufficio studi - degli investimenti fissi
lordi reali registrati l'anno scorso (258,8 miliardi) è quasi lo
stesso che avevamo nel 1995 (264,3 miliardi): siamo ritornati allo
stesso livello di 20 anni fa.
I
settori che hanno subito la riduzione più pesante "sono stati i
mezzi di trasporto (auto, mezzi aziendali, bus, treni, aerei), in
flessione del 49,3% (-12,4 miliardi), e i fabbricati non residenziali
(capannoni, edifici commerciali, opere pubbliche), con un calo del
43,5% (-44 miliardi). I comparti dei computer-hardware e
dell'abitazione hanno fatto segnare una variazione negativa del
28,6%". Pesante anche il calo per il settore degli impianti e
dei macchinari, con un -27,5%. Solo le telecomunicazioni (+10,2%) "e
le attività riconducibili alla ricerca e sviluppo (+11,7%) non hanno
risentito della crisi".
Se
impiegassimo l'Etica per giudicare tale andazzo dovremmo dirli
codardi, quasi tutti.
Se
valutiamo invece l'apetto economico, tuttun'altra musica: gli
investimenti lor Signori li fanno se c'è luce nell'aria, al buio
manco per niente!
Al
buio dei redditi insufficenti di chi con il fare la spesa dovrebbe
accendere quella luce ma non può.
Luce,
che quando illumina, fa il 60% della crescita.
Già,
proprio quegli stessi che nello stesso arco di tempo (2007-2015)
stanno in penombra, avendo tagliato la spesa del 10%.
Tutti
tagliano; tagli su tagli che hanno ridotto le entrate fiscali,
proprio quel foraggio di chi fa la spesa pubblica, costretto a farla
in deficit, aumentando il debito.
Crisi+
crisi + crisi: bella no?
Un
momento, guardando dal buco della serratura si scopre un pertugio.
Tra
tutte le Imprese, che non investono perchè in sovraccapacità, c'è
chi sa far di meglio e va controcorrente: "le telecomunicazioni
(+10,2%) "e le attività riconducibili alla ricerca e sviluppo
(+11,7%) non hanno risentito della crisi".
Toh,
quelle stesse che, riducendo i prezzi, hanno rifocillato il potere
d'acquisto proprio dei loro beni; che si fanno competitive,
smaltiscono sovaccapacità, investono, creano occupazione, forniscono
reddito per fare la spesa, pagano tasse per rifocillare chi fa
l'altra spesa, quella pubblica , ecc, ecc.
Visto
quanto si scorge da quel pertugio?
Mauro Artibani
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Potere d'acquisto
martedì 31 maggio 2016
NEL TEATRO DELLA CRISI SI RECITA A SOGGETTO
Nel Teatro della crisi ci sono
personaggi che interpretano:
Le Imprese che fanno merci, profitti,
creano lavoro, remunerano chi lavora;
La Gente, che con l’acquisto,
trasforma quelle merci in ricchezza; quando le consuma fornisce
l’input per farle riprodurre, da spinta al ciclo economico e
sostanza alla crescita.
Per far dialogare tali soggetti,
vengono portati alla ribalta della scena economica quelli che
forniscono il credito per fare la spesa.
Così andava il mondo prima della
crisi; quando quel credito/debito ha superato il livello del lecito,
ha provocato lo sconquasso.
Cosa fanno oggi, questi signori in
mezzo alla crisi?
Le imprese guadagnano meno, investono
meno, producono meno, danno meno lavoro, retribuiscono meno chi
lavora.
La gente cliente, cliente di tutto,
prodiga oltre ogni dire: viziosa come dicono i Sociologi; virtuosa
invece se così fa crescere l'economia, sta in stand by per mancanza
di denari.
I primi bruciano risorse*; i secondi,
affrancati dal bisogno**, hanno risorse da vendere.
Et voilà, hanno più bisono i
produttori di vendere che i consumatori di acquistare. Il mondo alla
rovescia! Anzi di più: La domanda comanda!
Indipercuiposcia se, per fare quella
spesa, alla Gente tocca prestare Tempo, Attenzione, Ottimismo e chi
vende ha bisogno di questo prestito per svuotare i magazzini non ha
che da chiederlo. I denari per pagarlo ci sono: una quota parte di
quei pressappoco 1600 miliardi di euro l'anno, che la crescita genera
ed il Pil misura, vanno assegnati per retribuire chi, con quella
spesa, prima smaltisce quanto prodotto, poi retribuisce. Ci sono
imprese che hanno colto al volo l'occasione: Ikea, le freepress,
Groupon, gli Outlet, Uber, Airbnb, fanno profitti quando i
consumatori aumentano il loro potere d'acquisto.
Essipperchè, giova rammentarlo, la
crescita economica si fa con la spesa non con la produzione.
Questi domandanti che con la spesa
retribuiscono, non fanno ciance, fanno di quel Pil il 60%.
Giacchè ci sono, oltre che fare- con
quella spesa- il reddito d'altri, se quella domanda assume pure la
responsabilità del ruolo e si fa immateriale, ecocompatibile, pure
magari eticocompatibile, beh, allora si può risollevare il destino
di questa sgarupata Terra, così come dei terrestri che ci abitano.
Fiuuuuu, un bel tornaconto per tutti!
Da domandanti a comandanti, poi magari
capitani del Capitalismo.
L'Eresia si compie. Se, chi governa il
Capitalismo, con quel che fa genera ricchezza per tutti, questa volta
tocca a Noi! Chi altri sennò?
Tutto questo alla faccia:
Dei Sociologi che imprimono stigmate a
chi consuma;
Degli Economisti che non sanno misurare
la forza economica dei domandanti;
Dei Politici che non scorgono questa
forza, ancor meno la rappresentano;
Di quei Consumatori tremuli che
obbediscono invece di comandare.
*Confezioni di latte invenduto dopo tre
giorni cagliano, con il quotidiano invenduto il giorno dopo incarti
il pesce; le auto invendute non sono ricchezza, stanno arruginendo.
**Quando invece che cibarsi ingrassano,
vestono alla moda che passa di moda, vanno a zonzo in Suv.
Mauro Artibani
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giovedì 21 maggio 2015
QUELLA MERCE CHE FA USCIRE DALLA CRISI
Così
un bene fa bene. Per questo si anela, fa prezzo, si acquista. Si
avvia così un ciclo virtuoso che trasforma quel bene in ricchezza
che, distribuita, remunera il lavoro di chi l'ha prodotta; che,
smaltita, si dovrà riprodurre; che, per riprodurla, occorrerà
lavorare, etc. etc: salute!
Già,
salute a tutti quelli che da un ciclo di tal fatta traggano
beneficio.
Ah,
dimenticavo, due sono le condizioni necessarie e sufficienti a che
tutto questo accada: chi vuol guadagnare da tal valore deve farne
merce e chi la anela deve avere denaro per acquistarla.
Banale?
Banale sulla carta, al mercato invece tuttun'altra storia.
Andiamo
con ordine:
prima
c'erano poche merci, tanti bisogni e pochi denari; poi aumentarono i
denari e le merci che danno ristoro ai bisogni; poi ancor più merci
non altrettanti denari e quei bisogni soddisfatti, eppoi eppoi eppoi,
un corno: con bisogni soddisfatti e merci in sovrappiù quei beni si
dimenano non più scarsi, ancor meno necessari.
Niente
paura, in un mercato efficiente, beni che vanno in affanno trovano il
soccorso di beni fatti all'uopo per dare ristoro. Beni che vanno
insomma, beni che vengono.
Bene?
Benissimo quel denaro che fa girare ancora il ciclo, che fa produrre
e fa spendere.
Ecchè
bene, un credito per spendere in beni nuovi di zecca che danno
ristoro a bisogni anch'essi nuovi di zecca.
Eccolo
belleppronto, puro distillato delle politiche di reflazione messe in
campo: credito come se piovesse, a basso costo, che riempie
portafogli sgonfi a debito.
Appetito,
tutti ingozzano, si approvigionano e riapprovvigionano fino ad andare
oltre, oltre il lecito.
Gulp! Gli
Istituti eroganti, tra crediti incagliati e l'aumento dei requisiti
per l'erogazione, smettono di erogare. I Consumatori, ancor più
affrancati dal bisogno, non si crucciano anzi ritirano di soppiatto
la domanda.
Già
la Domanda, di quelli dei prodighi e men che mai satolli, manca.
Quella domanda necessaria ai produttori per vendere, indispensabile
per spendere, tenere attivo il ciclo e fare la crescita.
Scarsa
, scarsissima, diviene un bene di inestimabile valore che dovrà fare
prezzo. Fatto, rifocillerà il potere d'acquisto dei prodighi, magari
pure il potere saldare quei debiti e vivaddio uscire dal buio della
crisi a riveder le stelle.
Mauro
Artibani
venerdì 27 marzo 2015
DUE PRODUTTIVITA' SONO MEGLIO DI UNA
Da allora i redditi erogati dalle
Imprese sono invece pressappoco gli stessi.
Gulp, da operatore economico
dell'acquisto, come faccio a fare quel che mi spetta con il poco
denaro che mi resta e, per non farmi dare del renitente alla spesa,
come posso impiegare quel resto al meglio?
Così quando, per la prima volta dal
2009, Samsung Electronics congela ancora i salari trasalgo.
Eggià, a gennaio Samsung ha annunciato
il primo calo dei suoi profitti annuali dal 2011. La risposta: stop
agli aumenti salariali per quest'anno. A pesare sui conti Samsung
sono la concorrenza di Apple e quella sui prezzi della cinese Xiaomi.
Già nel 2009 il congelamento dei salari era stato deciso sulla scia
della crisi finanziaria.
Di primo acchito rispondo di botto:
Loro tagliano i costi, tagliando i redditi? Bene, Noi taglieremo le
spese!
Una partita di giro, insomma e chi non
ci mette ci rimette.
Quelli che sanno ribattono: ehi, ehi,
attenzione! Questi tagliano il costo del lavoro, riducono pure i
prezzi però.
Vero, li tagliano con gli aumenti di
produttività. Sono loro, quelli della deflazione "buona".
Già, e qua sta la seconda partita di
giro.
Ummm, in tutto sto' girare c'è puzza
di raggiro.
Ci sono fette di innovazione nei
prodotti dell' high tech che aumentano la produttività riducendo i
costi; c'è pure il vecchio che resta, ampiamente ammortizzato, che
migliora i ricavi.
L'ultimo smart phone contiene il 30% di
quell' innovazione rispetto al penultimo e costa pure meno. C'e pure
un qui pro quo però: non è un buon affare. Nell' acquistare il
nuovo 30%, riacquisto pure quel vecchio 70% che sta nel telefono che
scarto: ad occhio e croce insomma ci rimette il mio potere d'acquisto
e faccio una figura barbina. Cattiva la Domanda, pessimo uso del
denaro, scarto del valore: bassa la produttività del mio agire
economico.
Un brutto affare, appunto. Ancor più
brutto se la produttività delle imprese, confliggendo con quella dei
consumatori, altera risolutamente l'efficienza dell' intero
meccanismo economico.
Per uscire dall'empasse occorre usare
la forza, mettere in campo la potenza di fuoco disponibile ed un po'
di capacità coercitiva. Sfoderare insomma il potere d' acquisto.
Giust'appunto "Potere". Se
esercitato fa il 60% della crescita, fuori esercizio vanifica le
altrui produttività!
Esercitarlo conviene. Lo si può
esercitare al meglio contrattando. Magari proprio con quelli
dell'high tech per far produrre loro ed acquistare noi quel che
basta,"Cip Innovazione", da inserire nel vecchio Phone. Con
quelli dell'industria della medicina stabilire un formato, non più
standard, della confezione farmacologica che deve essere misurato
invece su ogni specifica patologia. Risprmio io, il SSN, pure meno
residuo: tre piccioni con una fava.
Suppergiù lo stesso si può fare con i
produttori di merci "usa e getta". Massì basta acquistare
l'usa e riusa: si spende meno, si smaltisce ancora meno.
E via di questo passo a sbirciare e
trovare occasioni tra la cose da acquistare. Così s'ha da fare.
Farlo rassoda la produttività,
migliora la capacità di spesa; tutto torna chiaro e tondo.
Giust'appunto tondo, come il sistema produttivo dove girano insieme
chi con un produrre produttivo da' spinta al ciclo e chi con un
consumare altrettanto produttivo rende perpetuo quel girare.
Mauro Artibani
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