Non v'è chi non veda la produzione industriale in caduta libera negli ultimi 10 anni: il crollo delle aziende italiane tra il 2002 e il 2012 e' stato del 17,8%. Rispetto al 2007, ultimo anno prima della crisi, il risultato del 2012 peggiora ulteriormente scendendo al -20,7%. E' quanto emerge dai dati contenuti nelle tabelle dell'Istat sull'attivita' delle imprese industriali, elaborate dall'Adnkronos.
Eggià, le attivita' manifatturiere, in un decennio, hanno ridotto la produzione industriale del 19,4% e, negli ultimi 5 anni, del 21,3%.
Tornando ai numeri della produzione industriale, nel complesso, c'e' stato un leggero incremento degli ordinativi che, in 10 anni, sono aumentati dell'1,6% mentre c'e' stata una contrazione del 18% rispetto a cinque anni prima.
Anche il fatturato segna un forte calo nell'ultimo periodo (-8,8%), mentre dal confronto con il 2002 emerge un incremento del 9,4%.
Segnali negativi arrivano anche dal lavoro con l'occupazione nelle grandi imprese che, rispetto al 2002, e' diminuita del 16,2%.
L'analisi anno per anno evidenzia che il calo e' stato continuo e costante, senza impennate nel periodo della crisi. Si riducono anche le ore lavorate per dipendente, che segnano un calo dell'1,4%.Non conosce segni negativi, invece, il costo del lavoro che dal 2002 al 2012 aumenta del 34,7% per dipendente.
Ricapitoliamo:
Per i big dell'industria gli ordini poco o nulla, il fatturato pure; riducono l'occupazione del 16,2 e pure le ore lavorate.
Già, c'è però un + 34 per dipendente. Si, ma finisce quasi per intero sulle retribuzioni lorde per dipendente che nello stesso periodo registrano un +34,6%.
Fiuuuuu: quell'aumento va tutto in cuneo; insomma per rifocillare, si fa per dire, quello Stato in spending review.
Essipperchè, nel frattempo i salari reali sono rimasti al palo in Italia negli ultimi 20 anni. Lo dice l’Istat nel suo rapporto annuale. "Tra il 1993 e il 2011 spiega le retribuzioni contrattuali mostrano, in termini reali, una variazione nulla, mentre per quelle di fatto si rileva una crescita di quattro decimi di punto l’anno".
Appunto, quattro decimi di punto e l'inflazione quanti decimi ha sottratto a quegli aumenti?
Beh, lasciamo perdere!
Non lasciamo perdere: negli ultimi due decenni, evidenzia il rapporto, "la spesa per consumi delle famiglie è cresciuta a ritmi più sostenuti del loro reddito disponibile, determinando una progressiva riduzione della capacità di risparmio. Complessivamente dal 2008 il reddito disponibile delle famiglie è aumentato del 2,1 per cento in valori correnti, ma il potere d’acquisto (cioè il reddito in termini reali) è sceso di circa il 5 per cento.
Indipercuiposcia, nel 2012 la spesa media mensile per famiglia è stata pari, in valori correnti, a 2.419 euro, in ribasso del 2,8% rispetto all’anno precedente. Lo rileva l’Istat, precisando che la spesa è fortemente diminuita anche in termini reali (l’inflazione lo scorso anno era al 3%).
Beh, a conti fatti, si sta come d'autunno sugli alberi le foglie.
Eppure, dal Governo arrivano sprazzi di ottimismo sulla congiuntura economica: “Siamo al punto di svolta del ciclo” dice Saccomanni.
Già, ma a fronte di una spesa aggregata, che quando non decresce langue e disgrega la domanda, come farà a crescere l'economia?
Mauro Artibani, Economaio
www.professionalconsumer.wordpress.com
mercoledì 14 agosto 2013
MA QUALE PUNTO DI SVOLTA DEL CICLO?
Non v'è chi non veda la produzione industriale in caduta libera negli ultimi 10 anni: il crollo delle aziende italiane tra il 2002 e il 2012 e' stato del 17,8%. Rispetto al 2007, ultimo anno prima della crisi, il risultato del 2012 peggiora ulteriormente scendendo al -20,7%. E' quanto emerge dai dati contenuti nelle tabelle dell'Istat sull'attivita' delle imprese industriali, elaborate dall'Adnkronos.
Eggià, le attivita' manifatturiere, in un decennio, hanno ridotto la produzione industriale del 19,4% e, negli ultimi 5 anni, del 21,3%.
Tornando ai numeri della produzione industriale, nel complesso, c'e' stato un leggero incremento degli ordinativi che, in 10 anni, sono aumentati dell'1,6% mentre c'e' stata una contrazione del 18% rispetto a cinque anni prima.
Anche il fatturato segna un forte calo nell'ultimo periodo (-8,8%), mentre dal confronto con il 2002 emerge un incremento del 9,4%.
Segnali negativi arrivano anche dal lavoro con l'occupazione nelle grandi imprese che, rispetto al 2002, e' diminuita del 16,2%.
L'analisi anno per anno evidenzia che il calo e' stato continuo e costante, senza impennate nel periodo della crisi. Si riducono anche le ore lavorate per dipendente, che segnano un calo dell'1,4%.Non conosce segni negativi, invece, il costo del lavoro che dal 2002 al 2012 aumenta del 34,7% per dipendente.
Ricapitoliamo:
Per i big dell'industria gli ordini poco o nulla, il fatturato pure; riducono l'occupazione del 16,2 e pure le ore lavorate.
Già, c'è però un + 34 per dipendente. Si, ma finisce quasi per intero sulle retribuzioni lorde per dipendente che nello stesso periodo registrano un +34,6%.
Fiuuuuu: quell'aumento va tutto in cuneo; insomma per rifocillare, si fa per dire, quello Stato in spending review.
Essipperchè, nel frattempo i salari reali sono rimasti al palo in Italia negli ultimi 20 anni. Lo dice l’Istat nel suo rapporto annuale. "Tra il 1993 e il 2011 spiega le retribuzioni contrattuali mostrano, in termini reali, una variazione nulla, mentre per quelle di fatto si rileva una crescita di quattro decimi di punto l’anno".
Appunto, quattro decimi di punto e l'inflazione quanti decimi ha sottratto a quegli aumenti?
Beh, lasciamo perdere!
Non lasciamo perdere: negli ultimi due decenni, evidenzia il rapporto, "la spesa per consumi delle famiglie è cresciuta a ritmi più sostenuti del loro reddito disponibile, determinando una progressiva riduzione della capacità di risparmio. Complessivamente dal 2008 il reddito disponibile delle famiglie è aumentato del 2,1 per cento in valori correnti, ma il potere d’acquisto (cioè il reddito in termini reali) è sceso di circa il 5 per cento.
Indipercuiposcia, nel 2012 la spesa media mensile per famiglia è stata pari, in valori correnti, a 2.419 euro, in ribasso del 2,8% rispetto all’anno precedente. Lo rileva l’Istat, precisando che la spesa è fortemente diminuita anche in termini reali (l’inflazione lo scorso anno era al 3%).
Beh, a conti fatti, si sta come d'autunno sugli alberi le foglie.
Eppure, dal Governo arrivano sprazzi di ottimismo sulla congiuntura economica: “Siamo al punto di svolta del ciclo” dice Saccomanni.
Già, ma a fronte di una spesa aggregata, che quando non decresce langue e disgrega la domanda, come farà a crescere l'economia?
Mauro Artibani, Economaio
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giovedì 8 agosto 2013
CONSUMATORI BOLSI, INFINGARDI E PERDIGIORNO
Ci risiamo, nuovo calo per i consumi delle famiglie italiane. Lo rileva l'Istat. Ad aprile 2013 l'indice destagionalizzato delle vendite al dettaglio diminuisce dello 0,1% rispetto al mese di marzo. L'istituto, sottolinea che l'indice incorpora la dinamica sia delle quantità sia dei prezzi. Rispetto ad aprile 2012 l'indice grezzo del totale delle vendite segna una flessione del 2,9%, sintesi di una diminuzione del 4,5% delle vendite di prodotti alimentari e dell'1,9% di quelle di prodotti non alimentari. Nei primi quattro mesi del 2013, invece, l'indice grezzo diminuisce del 3,4% rispetto allo stesso periodo del 2012. Le vendite di prodotti alimentari segnano una flessione del 2,1% e quelle di prodotti non alimentari del 4,2%.
Eggià, politiche di consolidamento fiscale, a più non posso, hanno sottratto risorse di reddito.
Il cuneo fiscale penetra là dove non dovrebbe e rende smilzi i redditi.
Pure il lavoro precario del reddito fa carne di porco.
La disoccupazione invece lo taglia.
Si riduce pure il potere d'acquisto. Essipperchè il carrello della spesa risulta piu' caro a luglio, come dice l'Istat: i prezzi dei prodotti acquistati con maggiore frequenza dai consumatori, sono aumentati del 2% nell'ultimo mese rispetto a luglio 2012.
E il record dell'aumento dell'aliquota ordinaria dell'Iva, cresciuta in 40 anni di 8 volte ?
Non è finita: quattro giovani su dieci si trovano senza il becco d'un quattrino; 2.400.000 fanno i Neet, fanno quindi poco o nulla; una donna su due armeggia tutto il giorno tra i fornelli senza beccare un centesimo; un pensionato su due si arrabatta per tirare a campare.
Varia umanità questa, costretta a farsi bolsa, infingarda e perdigiorno invece di mettersi a fare la spesa come fanno quelli che hanno il denaro per farla.
Orbene, se la crescita si fa con proprio con la spesa, quella privata fa il 60% del Pil, e quelli privati delle risorse di reddito la riducono, verrà generato ancor meno reddito che ridurrà pure la capacità di spesa di chi ha fin qui speso. Con le merci invendute verrà ridotta ancor di più l'occupazione, i produttori smetteranno di produrre, i venditori ancor più di vendere, pure meno spesa pubblica perchè gli esattori non potranno più esigere.
Essì, funziona così!
E pensare che per raddrizzare la baracca basterebbe che i redditi erogati a chi lavora per produrre fossero sufficienti ad acquistare quanto prodotto: sic!
Mauro Artibani, Economaio
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giovedì 1 agosto 2013
L'EMPASSE DELLA CRISI, LA CRISI DE L'EMPASSE
Già, l'empasse della crisi: la crescita si fa con la spesa, la spesa con il denaro, il denaro con il lavoro; quel lavoro remunerato poco, genitore del difetto di domanda che fa dell'offerta un eccesso, che affossa il prodotto, che affossa la produttività.
Essipperchè, nella miope gestione di attempati fattori della produzione, il capitale taglia il lavoro. Al grido di “automazione” viene ridotto quel lavoro; le variegate forme della flessibilità ne riducono il costo, con la deflazione salariale pure il valore del remunero.
Già, ci sono parole magiche, nella fattispecie: competitività, produttività, concorrenza che hanno il loro centro di gravità nel contenimento dei costi d' impresa. In cima stanno quelli del lavoro, agiti fanno salire la disoccupazione, scendere salari e stipendi.
Toh, proprio quel che serve per fare quella spesa, buona per la crescita.
Eppur si deve, se s' ha da vincere la battaglia della globalizzazione, quella che consente di vendere in tutto il mondo mentre tutto il mondo vende in casa tua.
Un bel garbuglio, insomma, dal quale tocca uscire per uscire dalla crisi evitando, magari, le ineffettuali scorciatoie fin qui adottate.
Mettiamo in crisi l'empasse, prendiamo per il bavero i fatti: cosa accade, per esempio, a quella “generazione senza lavoro” che Papa Francesco grida?
Già, quei giovani sottratti all'esercizio produttivo per aumentare quella produttività che migliora i volumi prodotti; quella generazione che, mancando pure di remunero per acquistare quel prodotto, ne svaluta il valore.
Giust' appunto, mancando di spendere, la loro domanda si fa scarsa, l'offerta al contrario sovrabbondante!
E proprio qui si mostra quel che non t'aspetti: vi è più valore nell'esercizio del consumare che in quello del produrre.
Se tanto mi dà tanto, tocca allora remunerare l'esercizio della spesa. Per un mercato efficiente fare il prezzo di quel valore, che consuma il prodotto e fa riprodurre, è cosa buona e giusta: un modo per compensare quel tributo pagato, all' aumento della produttività di processo e alla competitività di prodotto, che spossa proprio il potere d'acquisto. Pagare, investendo il profitto per ridurre i prezzi, non grava sulla struttura dei costi mentre aggiunge ulteriore capacità concorrente ai prodotti.
Chi lavora avrà convenienza a fare più e meglio nel produrre ed avere così da acquistare quindi spendere e guadagnare.
Remunerare l'esercizio del consumo migliora la produttività totale dei fattori e la capacità di fare utili per le imprese; matura pure la convenienza a poter stornare quote di profitto da investire per compensare chi, con lo spendere, fa guadagnare.
Viene così sottratto rischio all'impresa: toh, proprio quello che il profitto remunera.
Mauro Artibani, Economaio
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giovedì 25 luglio 2013
LA LEZIONE PER L' OGGI SCRITTA IERI
Nel 1944 con “Bureaucracy”, Ludwig von Mises identifica l'agente supremo dell'economia di libero mercato.
La mette giù dura: “I capitalisti, gli imprenditori e gli agricoltori sono come strumenti nella conduzione degli affari economici. Sono al timone e governano la nave. Ma non sono liberi di tracciare il suo corso. Non sono supremi, sono solo timonieri, tenuti ad obbedire incondizionatamente agli ordini del capitano. Il capitano è il consumatore.”
Vero! Ancor più vero quando, quello stesso consumatore, risulta affrancato dal bisogno!
Ha ancora da dire, dice: “Né i capitalisti, né gli imprenditori, né i contadini determinano ciò che deve essere prodotto. Lo fanno i consumatori. I produttori non producono per il proprio consumo ma per quello del mercato. Il loro intento è quello di vendere i loro prodotti. Se i consumatori non acquistano i beni offerti loro, l'imprenditore non può recuperare le spese effettuate. Perde il suo denaro. Se non riesce a regolare la sua produzione secondo i desideri dei consumatori, molto presto verrà rimosso dalla sua eminente posizione al timone. Verrà sostituito da altri uomini che avranno soddisfatto meglio la domanda dei consumatori.”
Beh, che dire: quelli che stanno al timone, per scampare al pericolo e restarci, hanno preteso ed ottenuto che venissero messe in campo politiche e tecniche in grado di reflazionare il mercato e così dare sostegno alla domanda per non far scendere i prezzi.Tanto per gradire: tutte le banche centrali dei paesi del G7, mostrano come, dal 2007 fino a ora, le iniezioni massicce di liquidità siano state di ben 10.000 miliardi di dollari.
Un belleppronto giochino di alterazione del meccanismo di formazione dei prezzi, buono insomma per non cambiare il timoniere.
Tutto questo fin quando i nodi vengono al pettine: le politiche monetarie smettono di funzionare, il credito si mostra inattingibile. Quegli equilibri posticci saltano. E quando emerge dai dati dai diffusi dall'Istat che nel 2012 in Italia il numero di persone che vivono in povertà relativa è aumentato a 9. 563.000, pari al 15,8% della popolazione, mentre quelle in povertà assoluta sono risultate pari all'8%, ossia 4 milioni 814 mila, sono dolori!
Dolori, si! La chiosa di von Mises, letta oggi non lascia scampo: “Questo è il sistema di causa/effetto del libero mercato. I consumatori sono in carica e sono spietati.
I veri padroni nel sistema capitalistico dell'economia di mercato, sono i consumatori. Essi, con il loro acquisto e la loro astensione dall'acquisto, decidono chi deve possedere il capitale e gestire le industrie. Esse determinano ciò che dovrebbe essere prodotto e in che quantità e qualità. I loro atteggiamenti comportano per l'imprenditore un utile o una perdita. Rendono poveri gli uomini ricchi e ricchi gli uomini poveri. Non sono capi semplici. Sono pieni di capricci e fantasie, mutevoli ed imprevedibili. A loro non importa un briciolo del merito passato. Appena viene offerto loro qualcosa che gradiscono di più o che è più economico, abbandonano i loro vecchi fornitori. Per loro niente conta di più della loro soddisfazione. Non si preoccupano affatto degli interessi acquisiti dei capitalisti né della sorte dei lavoratori che perdono il posto di lavoro se i consumatori non comprano più quello che solevano comprare.”
Figuriamoci quando addirittura non possono. Che dire: ce ne sarà per tutti o forse per nessuno.
Prosit !
Mauro Artibani, Economaio
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venerdì 19 luglio 2013
TUTTO TORNA, OCCORRE IMPIEGARE IL PROFITTO
La crisi! La crisi sta qui, lo rileva l'Istat: Nel 2012 la spesa media mensile per famiglia è stata pari a 2.419 euro, in ribasso del 2,8% rispetto all'anno precedente, precisando che la spesa è fortemente diminuita anche in termini reali.
La caduta della spesa media mensile registrato nel 2012, pari al -2,8%, risulta la più forte dall'inizio delle nuove serie storiche dell'Istat, avviate nel 1997. Si taglia soprattutto a tavola, proprio dove si sprecava il 30% dell'acquistato, insomma meno spesa.
Se tanto mi da' tanto, meno spesa pure tra le Imprese dice ancora l' Istat: nel primo trimestre 2013 il tasso di investimento e' sceso al 19,5%, con una diminuzione di 0,6 punti percentuali rispetto al trimestre precedente e di 1,5 punti percentuali rispetto al primo trimestre del 2012. Era al 23% nel primo trimestre 2008.
La spesa pubblica poi, quella che “se tocchi i fili muori”, si tenta di ridurla senza se, senza ma per ridurre il debito!
Il Pil, che della spesa aggregata si nutre, così s'ammoscia. Quest'anno i previsori, prevedono -1,9%; per gli anni passati è andata pure peggio.
Quando tutto questo si mostra, si mostra pure altro: Essì, tutto torna.
La quota di profitto delle società non finanziarie, spiega l'Istat, si e' attestata al 38,3%, con una diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto al trimestre precedente e di 0,8 punti percentuali nel confronto con il corrispondente trimestre del 2012.
Fiuuuu: era al 44, 3% nel primo trimestre 2008.
Orbene, se le quote di quel profitto che si va così riducendo ( – 6% in cinque anni ) fossero state investite per ridurre il prezzo delle merci, si sarebbe potuto ottenere da un lato un aumento della capacità competitiva, rifocillando dall'altro la capacità di spesa delle famiglie; si sarebbero fatte spese in conto capitale, che invece ristagnano; con il prelievo fiscale rifocillata la spesa pubblica: tutti, insomma, insieme a fare il Pil.
Giust'appunto, si sarebbero potute allocare meglio quelle risorse di ricchezza che invece ancor oggi bruciano al sole di una calda estate.
Nulla è perduto però, restano ancora 38 colpi in canna. Si potrà continuare a sparare alla luna, qualche colpo si potrà sparare pure alla crisi.
Mauro Artibani, l'economaio
Studioso dell’Economia dei Consumi
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giovedì 11 luglio 2013
Saranno 73,4 milioni i giovani senza lavoro nel 2013; oltre il 12,6% della forza lavoro. Un esercito di under 29 che ha visto ingrossare le sue file di 3,5 milioni negli ultimi 7 anni, dal 2007 ad oggi. La stima e' contenuta nel Rapporto dell'Ilo sulle tendenze globali dell'occupazione giovanile 2013.
Queste le cifre del fenomeno come si mostrano nel mondo.
Oltre 19 milioni di persone senza impiego solo nella cara vecchia Europa e più della metà di tutti i giovani sotto i 25 anni in Spagna e Grecia.
Per lottare contro questa disoccupazione, i governi dell'Ue hanno dato il loro benestare ad impiegare otto miliardi di euro nei prossimi sette anni, di cui sei nel solo biennio 2014-2015, in modo da offrire alle persone con meno di 25 anni un lavoro, uno stage o un periodo di apprendistato entro quattro mesi dalla fine degli studi o dalla perdita del lavoro.
Caspita! "Oggi siamo in grado di dire che riusciremo ad arrivare, sulla quota complessiva di 9 miliardi, per le modalità di calcolo e gli impegni politici assunti, a 1,5 miliardi", ha detto Letta parlando di "un grandissimo risultato. Adesso sta alle imprese, non hanno più alibi e possono assumere i giovani", ha concluso.
Eggia, a buon intenditor poche parole.
Daltronde, il presidente del Consiglio Enrico Letta, per non farsi parlar dietro, aveva portato al vertice un primo pacchetto di interventi per l'occupazione da 1,5 miliardi tra il 2013 e il 2015 che dovrebbero attivare fino a 200.000 nuovi posti di lavoro. Circa 800 i milioni destinati alla decontribuzione per le aziende che assumono a tempo indeterminato giovani tra i 18 e i 29 anni.
Ci si mette di buzzo buono per spiegarlo pure il ministro del lavoro: Il tasso di disoccupazione giovanile, con il pacchetto di misure sul lavoro approvato dal Governo, scendera' di due punti percentuali. Poi non pago aggiunge che si stima una eguale riduzione pure per i giovani che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet.
Cacchio, cacchio, cacchio: se tanto mi da tanto, facciamo quattro conti.
Dall'Ue, pressappoco, un miliardo tra 2013/2015 per poter fornire un lavoro, uno stage o un periodo di apprendistato entro quattro mesi dalla fine degli studi o dalla perdita del lavoro. Nello stesso periodo noi ci mettiamo 1,5 miliardi per attivare 200.000 occasioni di occupazione ovvero si abbassa del 2% la disoccupazione.
In Italia il tasso di disoccupazione giovanile sta al 38, 5 %: sono oltre 720 mila in meno gli under 30 occupati, a causa della crisi; 2,4 milioni i giovani neet.
Quindi dopo tutto sto popò di “sussidi” si riuscirà ad avere il 36,5% di disoccupazione; i neet saranno un po meno ma ancora tantissimi.
Okkei, tutto questo è meglio che niente ma:
Potrà dirsi sventata la crisi di identità sociale che connota i giovani disoccupati?
Potrà dirsi sventato il pericolo di instabilità sociale che la condizione marginale alleva?
Potrà dirsi ben utilizzato il capitale umano di cui dispongono questa generazioni?
Potrà dirsi così recuperata la capacità di crescita dell'economia a fronte di tal residua inoccupazione?
Orsù, Signori occorre andare oltre i sussidi. Devono averlo intuito Ministri e capi di Stato, riuniti a Berlino il 3 luglio; concordano sulla necessità di “identificare iniziative innovative”.
Bene, c'è una regola per la crescita bella e pronta, buona per cavarci da questi impacci, che qualcuno dovrà prendersi la briga di scrivere. Dice: La ricchezza, generata dalla crescita economica, deve essere investita per remunerare tutto il lavoro che tocca fare per continuare a crescere.
Fissa pure le condizioni:
Condizione necessaria: La crescita si fa con la spesa; così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quel reddito per remunerare chi, con la spesa, remunera.
Condizione sufficiente: Chi si adopera nel quotidiano esercizio della spesa deve disporre della quantità idonea di reddito che consenta di acquistare quanto viene prodotto.
Giust' appunto, le condizioni per creare occupazione, lavoro.
Lavoro, buono per sottrarre i nostri dalla condizione marginale, restituire loro l'identità sociale, finalmente far loro adoperare quelle capacità che pur' hanno.
Mauro Artibani
Studioso dell’Economia dei Consumi
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venerdì 5 luglio 2013
DRAGHI E FOLLETTI SCALPITANO
"La politica monetaria non può generare crescita economica reale". Lo ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi, nel corso di un'audizione all'Assemblea nazionale francese. "Se la crescita è in stallo - ha aggiunto Draghi - è perché l'economia non produce abbastanza o perché le imprese hanno perso competitività, e questo va oltre le possibilità di intervenire della Banca centrale".
In questo dire stanno due affermazioni memorabili: 1, la politica monetaria non viene fatta per fare la crescita; 2, occorre "accrescere la competitività e aumentare la capacità produttiva delle nostre economie".
Fiuuu, quella politica monetaria che ha alterato il meccanismo di formazione dei prezzi, pur di dare sostegno artificiale alla domanda, non aiuta la crescita?
Fiuuu, se la crescita non cresce occorre aumentare la capacità produttiva?
Ma come, ma porc.., i fatti al mercato mostrano ben altro, diamo un' occhiata:
– vi è in giro più prodotto pubblicitario di quanto l’attenzione ne possa intercettare;
– ogni anno 30 milioni di autovetture restano invendute a fronte di 90 milioni di unità prodotte nel mondo;
– le Utility dell’energia, in Europa, hanno un 30% di sovraccapacità;
– le Poste italiane hanno il 20% di sportelli di troppo;
– le banche Ue chiudono le troppe filiali;
– 540.000.000 di tonnellate annue, il sovrappiù dell’industria siderurgica mondiale; solo in Europa + 80.000.000 rispetto alla domanda;
– chi può ragionevolmente credere che tutti i libri contenuti in una singola libreria possano essere venduti?
– negli Usa si raccontano ventiquattro mesi di eccesso di capacità nelle imprese edili: due anni senza costruire per smaltire 8 milioni di abitazioni invendute;
– l’ad di Research In Motion dice: «Troppi e troppo potenti i nuovi dispositivi wireless presenti sul mercato, si rischia l’intasamento totale delle reti senza fili»;
– i saldi, due volte l’anno, si fanno per smerciare merci invendute;
- gli outlet sono i luoghi dove si tenta di smaltire l’invenduto;
– la moda, il modo dell’usa-e-getta, sta lì per vendere l’eccesso;
– ogni giorno, in ogni rivendita di pane di Milano, sei chili di quel pane restano invenduti;
– il surplus delle risorse naturali impiegate per produrre merci altera la capacità riproduttiva della natura;
La causa di tutto questo eccesso? I redditi erogati per produrre merci e servizi, insufficienti a smaltire quanto prodotto.
La causa delle politiche monetarie? Rimuovere l'ostacolo: giust'appunto, iniezioni di liquidità per surrogare quell'insufficienza dei redditi, smaltire l'eccesso e fare la crescita.
Si, crescita, seppur a debito!
Crescita economica reale?
Beh, fin quando la crescita si farà con la spesa, si!
Crescita sana?
Questa è tutt'un'altra storia!
Un folletto tutto matto la scrive: “La domanda comanda, verso il capitalismo dei consumatori; ben oltre la crisi.”
Mauro Artibani
Studioso dell’Economia dei Consumi
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