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mercoledì 28 dicembre 2016

CACCHIO, FERMATE 'ST'ESPANSIONE MONETARIA

Il rialzo dei prezzi dello 0,5% dei beni ad alta frequenza di acquisto significherà pagare, in termini di aumento del costo della vita, 76 euro in più su base annua a famiglia. E' quanto calcola l'Unione nazionale consumatori, dopo la diffusione dei dati Istat.
Una coppia con 1 figlio pagherà nei dodici mesi 72 euro in più, un pensionato con più di 65 anni sborserà 40 euro, 40 euro anche un single con meno di 35 anni, 58 euro una coppia senza figli con meno di 35 anni.
Non paghi, quelli dell'Unc hanno stilato la classifica delle città più e meno care d'Italia. "Sono 5 su 19 le città capoluogo ancora in deflazione. Nonostante fossero 9 nel mese di ottobre, è significativo che la deflazione permanga a Milano e Roma".
Il record della deflazione a Torino, dove l'abbassamento dei prezzi dello 0,2% consente ad una famiglia di 4 persone di risparmiare 95 euro su base annua in termini di riduzione del costo della vita. Al secondo posto delle città meno care, Roma, con una deflazione dello 0,2% ed una minor spesa annua di 82 euro. Al terzo posto Potenza, dove una tradizionale famiglia di 4 componenti risparmierà 64 euro (-0,2%).
Credo banalmente che chi spende a Torino stia meglio di chi sta in quel di Roma, meglio ancora di chi spende a Potenza; meglissimo del resto degli italici abitanti.
Peggio invece stanno quelli che pure gli Industriali hanno infine scorto: Confindustria ha reso noto che il numero dei poveri assoluti risulta pari a 4,6 milioni, in crescita del 157% rispetto al 2007.
Colpa di quei satanassi di "inflazione/deflazione" dunque?
Colpa un cacchio, tutteddue sono dispositivi del mercato efficiente, idonei a tenere proprio l'equilibrio tra domanda ed offerta, solo che....
Solo che la crescita si fa con la spesa, non con la produzione: così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa.
Tocca allora allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa, remunera.
Così si dovrebbe fare; Loro invece fanno cosà: con l'espansione della liquidità monetaria alterano il meccanismo di formazione dei prezzi; alterando il funzionamento di quei dispositivi rendono il mercato opaco ed inefficiente, così come il potere d'acquisto.
Glielo dite voi a quelli della Bce di smetterla?
A tal dire, Gary North, con sconcerto prende e domanda: "Quale servizio produttivo deve aver svolto la persona, che esercita la domanda, al punto da ottenere denaro?"
Beh, quella domanda fa il 60% del Pil quindi, per fare la crescita, il domandante viene sottoposto pressappoco ad un obbligo. Per il servizio produttivo: con la spesa trasforma la merce in ricchezza, consumando l'acquistato fa riprodurre, da' continuità al ciclo, sostanza alla crescita. Per farlo impiega risorse scarse.
Le basta caro Gary?

Mauro Artibani



martedì 20 dicembre 2016

ALTRO CHE MILLENIALS, SETTECENTO CINQUANT'OTTO €

Cacchio: Per la prima volta nella storia i giovani sotto i 35 anni saranno più poveri dei loro padri, dei loro nonni, pure dei coetanei di 25 anni fa. Oggi i cosiddetti millenials stanno subendo un vero e proprio "ko economico".
Lo rileva il Censis nel suo Rapporto sulla situazione sociale del paese per il 2016: Rispetto alla media della popolazione, oggi le famiglie dei giovani con meno di 35 anni hanno un reddito più basso del 15,1% e una ricchezza inferiore del 41,1%.
Ta ta tà: La forte domanda di flessibilità e l'abbattimento dei costi generati da decontribuzione e Jobs act, insieme al boom dei voucher, stanno alimentando l'area delle professioni non qualificate e del mercato dei "lavoretti".
Il divario tra i giovani e il resto degli italiani si è ampliato nel corso del tempo, perché venticinque anni fa i redditi dei giovani erano superiori alla media della popolazione del 5,9% (mentre oggi sono inferiori del 15,1%) e la ricchezza era inferiore alla media solo del 18,5% (mentre oggi lo è del 41,1%).
Si dirà: Che t'apetti da 'sti bamboccioni tutti ciccia e ossa?
Ennò cocchi in mezzo, tra quella ciccia e quelle ossa, sta il più potente concentrato di risorse come mai prima dentro il consorzio umano.
Mettete insieme: il vigore dell'età, il capitale umano generato dall'istruzione, quello sociale* di cui dispongono con le tecnologie di connessione, una spiccata propensione al consumo; shakerate ben bene, otterrete un potenziale produttivo inestimabile.
Inestimabile?
Macchè, qualcuno lo ha stimato, qualcun altro elargito, quei novemilacento euro l'anno, appunto, che mortificano.
Mortificano con i "lavoretti" quel capitale umano; con la disoccupazione, che li sconnette, quello sociale; con il portafoglio insufficiente la spesa; nulla facendo cominciano ad imbolsire, vanificando pure la risorsa del vigore.
Bella nò? Mortificano loro, la produttività totale dei fattori, poi la crescita economica per tutti.
Pure quella degli elargitori!
*capitale sociale: «la somma delle risorse, materiali o meno, che ciascun individuo o gruppo sociale ottiene grazie alla partecipazione a una rete di relazioni interpersonali basate su principi di reciprocità e mutuo riconoscimento». Gary Becker
Mauro Artibani



mercoledì 13 luglio 2016

IL MIO OZIO, TUTT'ALTRO CHE VIZIO!

I dati resi noti oggi dall'Istat sentenziano come la spesa media delle famiglie nel 2015 sia risalita a 2.499,37 euro al mese, in aumento dello 0,4% rispetto al 2014.
Scettiche però le associazioni dei consumatori. L'Unione Nazionale Consumatori rimarca come si tratti di un aumento di spesa inferiore ad 11 euro. "Per una famiglia e tradizionale di 4 persone, sempre secondo i dati resi noti oggi dall'Istat, la spesa mensile scende di più di 31 euro, -0,98%, passando da 3189,75 euro del 2014 a 3158,61 del 2015. Su base annua significa 373 euro in meno; a dirlo è Massimiliano Dona, segretario dell'Unione Nazionale Consumatori. Se poi confrontiamo la spesa rispetto al 2011, c'è un crollo dell'11%, pari a 391 euro mensili. Su base annua si tratta di una cifra astronomica pari a 4.696 euro". Confrontando la spesa di una famiglia di 4 componenti dal 2011 al 2015, la voce alimentari e bevande scende da 652 euro mensili del 2011 a 594, un calo di 58 euro, pari al 9%. Su base annua gli italiani, in appena 4 anni, spendono 704 euro in meno di prodotti alimentari. Per abbigliamento e calzature la riduzione è del 18,6%, 41 euro al mese, 493 all'anno. Il record, in termini percentuali, è per la voce comunicazioni (-21,1%, -22 euro al mese), seguita dai mobili, articoli e servizi per la casa (-20,8%, una riduzione di spesa di 32 euro al mese, 388 euro all'anno).
Che dire? Lo dico: Io, consumatore benestante, affrancato dal bisogno, mi sto concedendo un lusso: l’ozio.
L’ozio di non far nulla, di sprecare il tempo, di divagare tra spensieratezza ed amenità, di zonzeggiare per mio conto, disattento e perdigiorno; libero  di stare ignudo, di ignorare il conoscere, ancor più disinformato, abdicando al volere, al potere e pure al fare. Mi privo dello scegliere, vieppiù del contrattare.
Ehi Cocco, se fai così chi cacchio lo fa il PIL?
Chi garantisce la crescita; chi trasforma il valore delle merci in ricchezza; chi, consumando, consente la riproduzione?
Chiedo scusa ai manager, agli operai, agli impiegati, persino a quelli delle tasse, per aver praticato tal  lusso e non aver corrisposto al loro merito di produrre.
Di aver svilito il valore delle merci con la supponenza di potermi sottrarre all’obbligo dell’acquisto, di non aver consumato dando corso alla riproduzione, di non aver prestato orecchio ai consigli per gli acquisti e non aver visto il Valore Visto previsto dal marketing.
Che svista!
Ennò, non si può!
Essì, esimi Consumatori, altro che ozio: negozio!
Lavorare vi tocca, dicono i Policy Maker: il lavoro di consumazione. Quel lavoro forzato della spesa, per giunta senza ferie.
Già, ma come faccio quando la crisi, oltre che sul lavoro, "ha avuto un effetto negativo anche sui redditi e il divario salariale che ne è risultato potrebbe essere difficile da chiudere"?
Non lo dico io, lo rileva il direttore della divisione Lavoro dell'Ocse, Stefano Scarpetta, nel testo di apertura dell'Employment Outlook.
"L'aumento della disoccupazione durante la crisi è stato seguito da un calo dei salari nei Paesi più colpiti, ma quasi dovunque i salari sono rimasti stagnanti o sono cresciuti a malapena", aggiunge, precisando che il calo ha toccato sia il valore nominale che quello reale dei salari. "Non è certo se i lavoratori potranno mai recuperare i potenziali incrementi di salario persi dal 2007.
Ehi, ehi, Signori miei, se quel che ho avuto, ho e avrò in tasca è questo.
Beh quel mio ozio sarà tutt'altro che vizio!

Mauro Artibani


martedì 23 febbraio 2016

GULP, TUTTI A FARE SPENDING REVIEW

Ei, ei, ei: non si vede ancora una ripresa dei consumi nonostante un leggero miglioramento rispetto all'anno precedente. Nel 2015, la spesa media mensile delle famiglie resta ancora notevolmente inferiore ai livelli del 2008 (-6,3%) e a quelli di dieci anni prima (-2,9%).
Non finisce qui. Oltre al valore medio della spesa negli ultimi 10 anni sono notevolmente cambiati anche gli standard e le modalita di consumo. Oggi si va alla ricerca del miglior prezzo rispetto alla qualità, si punta a fare scorte quando il prodotto è in offerta, acquistare prodotti di minore qualità nei discount o a prezzi scontati negli outlet, comprare articoli usati, ricorrere sempre più agli acquisti online.
Tutto questo emerge dal Rapporto 2015 "I consumi delle famiglie italiane" realizzato dalla Filcams Cgil in collaborazione con la Fondazione di Vittorio e l'istituto Tecnè.
Solo un terzo delle famiglie non ha cambiato gli standard di consumo e solo poco più del 5% lo ha migliorato. Un quarto dei cittadini ha ridotto contemporaneamente quantità e qualità e un altro terzo ha ridotto solo la quantità. Internet è entrato nella quotidianità: il 30% dei consumatori naviga per cercare il miglior prezzo di vendita dei prodotti alimentari e il 63% di quelli non alimentari.
Vogliamo chiamare questo nuovo fare Spending Review?
Essì, la crisi ha profondamente modificato le abitudini e i consumi. Otto anni sono un periodo abbastanza lungo per consolidare cambiamenti duraturi sia qualitativi che quantitativi tra le persone.
Se si tornasse agli standard economici e di vita pre-crisi, ben il 29% degli intervistati dichiara che non modificherebbe comunque i livelli e le modalità di spese attuali. Un dato di rilievo troppo spesso non tenuto nella giusta considerazione da chi sostiene che, finita la crisi, tutto tornerebbe come prima.
Vogliamo dire come questo sia il modo per migliorare la redditività del reddito quando si mostra troppo esiguo? E dire quindi che, tornando ai fasti precrisi di prodighi impenitenti, tornerebbe a peggiorare la produttività nell'impiego del reddito?
Che spending sia allora!
Come quella pubblica che, seppur taglia taglia, ha portato il debito italiano, al 135,3% nel primo trimestre del 2015. Stava al 134,5% nel secondo del 2014: bella no? Bene, anzi male perchè toccherà ancora far più spending review!
Le Imprese invece no quando fanno Buy Back invece che la spesa per gli investimenti. Beh, però con i magazzini pieni, riacquistare le proprie azioni sul mercato può essere, pur questa spending review.
Tutti insieme appassionatamente insomma, quelli della spesa aggregata a fare revisione proprio della spesa.
Giusto?
Giusto!
Già, ma se la crescita si fa proprio con la spesa e questa non si fa, come si farà a far salire il Pil?
Mi corre l'obbligo di rammentere ai Signori Policy Maker come, per mantenere la prosperità, occorra esser prodighi, non di consigli per gli acquisti però.
Essì, c'è in giro gente prodiga, costretta alla quaresima, che non vede l'ora di poter tornare a mostrarsi.
Impavidi, quando si mostrano, fanno il 60% di quella crescita, agli altri aggregati solo i miseri resti.
Conviene tenerli in stand by?

Mauro Artibani



martedì 17 novembre 2015

HENRY FORD, PER VENDERE LE AUTO PAGAVA


Una pubblicità del 1909 proclama: “Voglio costruire un'automobile per le masse , abbastanza grande per una famiglia, ma abbastanza piccola perché se ne possa servire una persona sola. Sarà costruita con i migliori materiali, dai migliori operai, sui disegni più semplici che possa immaginare l'arte dell'ingegneria moderna. Ma sarà di un prezzo così modesto che qualsiasi persona con un buono stipendio potrà comprarsela ”.
Henry Ford lo dice a tutti, lo mette in atto nella sua impresa. Già dal 1914 aveva elevato la paga dei suoi dipendenti consentendo loro, in questo modo, di acquistare l'automobile che essi stessi producevano. Quelli che lavorano alla Ford arrivano ad essere gli operai meglio retribuiti, con 8 dollari al giorno contro una media di 5,5 della concorrenza, pur lavorando un'ora in meno.
Bella no? Ma...di fatto cosa fa?
Trasferisce i guadagni di produttività già ottenuti nella "Ford Model T", con la costante innovazione dei processi di fabbricazione, ai salari.
Si garantisce la vendita di quel che ha prodotto.
Chiude il ciclo produttivo in un tondo con dentro quelli che fanno la spesa.
Questi, animati dal bisogno di avere l'auto, rassodati nel potere d'acquisto, spendono e fanno girare quel ciclo.
Capace, Henry, vede oltre il consueto. Smette di considerare la paga un costo, la converte in una risorsa. Se aumenta la produzione, aumentano le occasioni di acquisto: occorre avere una paga adeguata per fare quella spesa.
Oggi i Capaci, tutti sovraccapaci di capacità produttiva, guardano al lavoro come un costo da ridurre per non ridurre gli utili d'impresa.
Cotanta allocazione delle risorse gonfia il mercato offrendo prodotti a chi ha più soldi da spendere che auto da acquistare e a chi vuole acquistarla ma non ha soldi da spendere.
Se tanto mi da tanto, quelle auto, prodotte e non vendute, saranno ancor di più.
Altro che utili. Già, come fare utili con i soldi messi al pizzo da chi ha già l'auto ed i soldi che mancano a chi vuole acquistarla?
Le disparità nel potere d'acquisto accendono la miccia: la produttività del fattore Spesa, garantito dalla politica fordista, esplode, cacciando fuori i consumatori dal ciclo.
Tra le macerie di quella imbarazzante sovraccapacità, il fattore Capitale latita, il fattore Lavoro pure e con esso ancor di più il reddito, tanto che chi aveva messo i soldi al pizzo dovrà tirarli fuori per poter ancora fare la spesa.
Si sgretola la produttività totale dei fattori mentre quelle troppe auto non vendute arrugginiscono.

Mauro Artibani


giovedì 7 maggio 2015

ALLA CORTE DEI CONTI I CONTI TORNANO

Il potere d'acquisto mostra inesorabilmente lo stato dell'equilibrio tra i redditi e la produzione.
Lo sanno alla Corte dei Conti. Fanno i conti poi presentano il conto con un documento depositato al Senato, in occasione delle audizioni sul Documento di economica e finanza.
I consumi delle famiglie, a causa della crisi, sono tornati ai livelli del secolo scorso. Nel 2014 risultano inferiore del 7,7% rispetto al 2007.
Le esportazioni non sono così distanti dai livelli pre-crisi (-1,4 per cento)
Il Pil era alla fine del 2014 dell’8,9 per cento inferiore al livello del 2007.
Gli investimenti hanno perso 1/3 del loro valore rispetto al 2007 (Toh. Proprio come la produzione industriale, n.d.r.).
Le unità di lavoro sono cadute di 800 mila, il tasso di disoccupazione è cresciuto di 6,6 punti percentuali, il 13 per cento alla fine del 2014.
Durante i sette anni di crisi le retribuzioni lorde pro-capite sono cresciute dell' 11 per cento.
I prezzi sono cresciuti nello stesso periodo del 12,3 per cento.
La produttività è diminuita anch’essa dell -2,1 per cento, alzando il costo unitario del lavoro del 12 per cento.
Tutto ciò, secondo la magistratura contabile, ''ha ulteriormente peggiorato la competitività di prezzo dell’Italia rispetto agli altri partner dell’area euro e della Germania in particolare".
Già, con i conti de 'sti contabili a conti fatti è un bel casino: prima della crisi il potere d'acquisto, fatto di redditi insufficienti, non faceva smaltire quanto prodotto. Con questi squilibri si è entrati nella crisi dove quella sovraccapacità brucia ricchezza potenziale. Oggi, in mezzo alla crisi, quella sovraccapacità si riduce drasticamente: ci sono così meno merci da acquistare rifocillando, per via traversa, un potere d'acquisto.
Già, pure però meno agio a disposizione da distribuire.
Si, insomma, sembrano alternarsi le cause, gli effetti invece sempre gli stessi.
Pur cambiando l'ordine dei fattori, insomma, il risultato non cambia: ancora crisi.
Così se i Nostri, dopo aver fatto i conti, con una chiosa certificano: "La ripresa che si prospetta conserva un’intensità del tutto insufficiente a recuperare le ampie perdite di reddito e di prodotto subite nel corso della recessione''.
Chi potrà dar loro torto?

Mauro Artibani



venerdì 19 settembre 2014

TUTTO BENE MADAMA LA MARCHESA?


Udite, udite: I redditi delle famiglie italiane sono fermi ai livelli di trent'anni fa.  Questo emerge  dal rapporto sui consumi dell'ufficio studi di Confcommercio. Nel 1986 il reddito disponibile pro capite è stato pari a 17.200 euro, mentre nel 2014 è stato pari a 17.400 euro. Passo indietro anche per il Pil e per i consumi, che quest'anno si attestano sui livelli del 1997.
In otto anni il reddito disponibile reale pro capite è sceso del 13,1%, pari a un ammontare di 2.590 euro a testa. "Nel 2014  il reddito reale dovrebbe crescere dello 0,4% in aggregato, pari a una variazione nulla nella metrica pro capite".

Ma porcoggiuda: un meccanismo economico che rifila tali fatti ha dentro un bug o è tutto un bluff?
Diamo un’occhiata a cosa sia potuto accadere prima, durante e cosa potrà accadere dopo questi fatti.
I produttori hanno prodotto per dare ristoro ai bisogni. Io, bisognoso oltre misura, consumo oltre la micragnosa capacità di spesa, mi sono indebitato oltre il lecito; troppo debito diventa inesigibile: viene giù tutto. Divento allora morigerato, metto la sordina ai bisogni, consumo meno, spendo meno: viene giù tutto.
Lo vedete cosa ha prodotto il bug?
Altro giro, altra corsa.
I produttori producono; siccome sono bravi producono più di quanto io possa acquistare con i redditi che mi rifilano per produrre quelle merci; non ce la faccio neanche con il credito fin qui ottenuto, nemmeno con quel pilucco di reddito o con quel tozzo di pane che potranno raccattare quelli che stanno raschiando il fondo del barile.
Lo vedete il bluff?
Tra bug e bluff si rischia di smarrire il senso economico dell’agire: occorre guardare oltre, oltre lo sguardo consueto.
Toh, si scorge un meccanismo produttivo guidato dal ciclo dei consumi: dalla domanda non dall’offerta.
Per tutta risposta e  il portafogli vuoto con il debito si è sostenuto in modo artificioso il valore di merci in eccesso e quel reddito fasullo ha smaltito le scorte di prodotto.
Già poiché la ricchezza si misura con il volume delle merci prodotte, queste vanno vendute. Costi quel che costi.
Costi altissimi: il mercato del lavoro superaffollato ha ridotto stipendi e salari; il mercato delle merci, altrettanto affollato, non ha ridotto i prezzi.
Et voilà, all’eccesso di offerta fa il paio l’insufficienza dei redditi che fa un difetto di domanda e nel mondo, per poter tirare avanti, gira più carta di debito che moneta sonante.

Mauro Artibani
http://www.alibertieditore.it/?pubblicazione=la-domanda-comanda-verso-il-capitalismo-dei-consumatori-ben-oltre-la-crisi

mercoledì 13 agosto 2014

CRISI, PER LA FAMIGLIA UN'IMPRESA


la crescita economica rende indifferibile l’acquisto, obbligato l’esercizio di consumazione.
Per la famiglia, di questi tempi un'impresa.
già, un' impresa costituita da addetti che abitano sotto lo stesso tetto. I familiari senior concorrono con il lavoro a generare reddito; tutti agendo sulla domanda lo spendono. Chi lavora produce merci e servizi, tutti impiegano il tempo libero per acquistare quanto prodotto. Un’impresa che acquista quel tutto trasformando il prodotto in ricchezza. Non paga, dà corso alla consumazione della spesa, magari ingrassando, vestendo alla moda che passa di moda, epperchennò sprecando pur di far nuovamente produrre, dare continuità al ciclo produttivo e sostegno alla crescita economica.
Investe nella prole per garantire la riproducibilità tecnica dell’impresa: l’istruisce, la cura, l’assiste, l’attrezza di capitale umano per migliorare la qualità di quella domanda; con la paghetta attrezza la loro capacità di spesa e ne retribuisce l’esercizio.
Flessibile quanto basta per stare sul mercato: quando il costo d’esercizio degli addetti riduce il potere d’acquisto viene ridotta la dimensione aziendale; la contraccezione contrae le nascite riducendo la domanda.
Alta la produttività d’esercizio: genera i due terzi del Pil. Bassa la redditività: redditi insufficienti, risparmi allo stremo, debito fuori controllo per tenere il potere d’acquisto e fornire input all’intera filiera produttiva.
Ligia al dovere fiscale, sui redditi da lavoro paga fino all’ultimo cent; non paga, accetta di vedere tassato, ancorché non retribuito, l’esercizio di ruolo con l’Iva sugli acquisti e una porzione della Tasi sul consumato.
Encomiabile nell’impiego delle risorse aziendali utilizzate sul mercato per gestire la domanda.
Il tempo libero, quello fatto a pezzi, impiegato per acquistare il prodotto, per smaltire il prodotto, trattenuto dai “suggerimenti pubblicitari”; quel che resta per riposare per poi ricominciare.
L’ottimismo, lo stesso di chi sbircia di sera il rosso del cielo per sperare buon tempo, che ristora la sete in bicchieri mezzi pieni, quello che acquista senza se, senza ma.
L’attenzione, quella necessaria a dipanare le merci, l’informazione sulle merci e smerciare le merci.
Il denaro, quello impiegato per acquistare ben oltre il bisogno, oltre la capacità di spesa.
Risorse queste, spese, pur esse non retribuite.
Nel sistema circolare della produzione, insomma, tal valore impiegato nell’esercizio del consumare non trova adeguato remunero; ancormeno quando la condizione precaria del lavoro riduce ancor più i margini di garanzia del reddito disponibile, proprio mentre balzi di produttività aumentano quell’offerta di prodotto che necessita di maggiori volumi di domanda.
In sede di bilancio si rischia il crac: i flussi di cassa risultano insufficienti a smaltire l’offerta del mercato, viene alterata la produttività dell’intera filiera di sistema.
la crisi, che maledettamente impegna tutti, sta tutta qui!
Mauro Artibani

giovedì 29 maggio 2014

SE TUTTI METTIAMO I SOLDI AL PIZZO SIAMO PAZZI


Fiuuuuuu! Mettono tutti i soldi al pizzo.
Lo dice il rapporto del Centro studi di Unimpresa: i salvadanai delle famiglie sono passati dagli 854,1 miliardi di euro di marzo 2013 agli 869,6 di marzo 2014. Le banche pure: hanno aumentato di 32,7 miliardi gli investimenti in titoli di Stato; anche i fondi delle imprese risultano in crescita con un aumento di 5,1 miliardi da 191,7 miliardi a 196,7 (+2,6%). Vanno su anche quelli di assicurazioni e fondi pensione di 1,8 miliardi da 25 miliardi a 26,8 (+7,3%) e quelli delle onlus di 1,1 miliardi da 22,3 a 23,4 miliardi (+4,8%).
Gasp! Così, tutti gli agenti economici sottraggono risorse all’economia: si salvi chi può!
Già, chi può?
Potrebbero quelli che, affrancati dal bisogno,  non debbono subire l’obbligo di fare la spesa. Già però per fare la crescita, quella spesa si rende indifferibile; non fatta genera eccesso di offerta.
Potrebbero i produttori se non avessero tutto quell’ invenduto.
Potrebbero pure le banche se potessero avere indietro quei crediti incagliati.
Potrebbero le assicurazioni che ri-assicurassero e quei fondi che sfondassero tra quelli che devono andare in pensione.
Già-già, potrebbero tutti, ma non lo fanno!
E allora, come si ottiene quella crescita che può smaltire tutte queste sovraccapacità, che tali fatti generano, e che prolungano indefinitamente la crisi?
Già-già-già,  come si ottiene quella crescita che può smaltire gli eccessi per poter andare oltre la crisi?
Con la spesa, quella aggregata!
Come faccio la spesa?
Una vecchia regola lo dispone: per farla, occorre denaro, per averlo occorre un lavoro!
Eggià, con il lavoro ed ancora lavoro, tertium non datur.
Ecco, si, il lavoro. Il primo quello che fa il prodotto, quello che nel sovraprodurre si mostra improduttivo e che giust’appunto remunerato, poco non ce la fa ad acquistare quanto prodotto facendo aumentare ancor più il sovraprodotto.
Il cane insomma che si morde la coda. Poi, con le imprese che nel sotto remunerare quel lavoro aumentano la capacità competitiva, ma non riescono a vendere quelle merci pur così a buon mercato, quella coda se la stacca.
Improvvido l’esercizio di quella gestione dei fattori della produzione che impiega capitale che sovraproduce e lavoro che sotto remunera, facendo mancare  all’esercizio della consumazione le risorse per fare l’altro lavoro: il secondo.
Quel lavoro, ancorchè indifferibile, che smaltendo il prodotto ripristina l’impiego produttivo dei fattori e che, differito, ha generato prima lo squilibrio poi la crisi.
Per far fronte al danno occorre cambiare registro e farne norma: tutte le risorse che consentono di poter governare al meglio la produttività totale dei fattori vanno tenute attive, anzi messe a ruolo per far roteare liscio il ciclo, ben oltre gli inciampi e gli attriti che quotidianamente propone la vicenda economica.
Prosit.

Mauro Artibani


giovedì 8 agosto 2013

CONSUMATORI BOLSI, INFINGARDI E PERDIGIORNO

Ci risiamo, nuovo calo per i consumi delle famiglie italiane. Lo rileva l'Istat. Ad aprile 2013 l'indice destagionalizzato delle vendite al dettaglio diminuisce dello 0,1% rispetto al mese di marzo. L'istituto, sottolinea che l'indice incorpora la dinamica sia delle quantità sia dei prezzi. Rispetto ad aprile 2012 l'indice grezzo del totale delle vendite segna una flessione del 2,9%, sintesi di una diminuzione del 4,5% delle vendite di prodotti alimentari e dell'1,9% di quelle di prodotti non alimentari. Nei primi quattro mesi del 2013, invece, l'indice grezzo diminuisce del 3,4% rispetto allo stesso periodo del 2012. Le vendite di prodotti alimentari segnano una flessione del 2,1% e quelle di prodotti non alimentari del 4,2%. Eggià, politiche di consolidamento fiscale, a più non posso, hanno sottratto risorse di reddito. Il cuneo fiscale penetra là dove non dovrebbe e rende smilzi i redditi. Pure il lavoro precario del reddito fa carne di porco. La disoccupazione invece lo taglia. Si riduce pure il potere d'acquisto. Essipperchè il carrello della spesa risulta piu' caro a luglio, come dice l'Istat: i prezzi dei prodotti acquistati con maggiore frequenza dai consumatori, sono aumentati del 2% nell'ultimo mese rispetto a luglio 2012. E il record dell'aumento dell'aliquota ordinaria dell'Iva, cresciuta in 40 anni di 8 volte ? Non è finita: quattro giovani su dieci si trovano senza il becco d'un quattrino; 2.400.000 fanno i Neet, fanno quindi poco o nulla; una donna su due armeggia tutto il giorno tra i fornelli senza beccare un centesimo; un pensionato su due si arrabatta per tirare a campare. Varia umanità questa, costretta a farsi bolsa, infingarda e perdigiorno invece di mettersi a fare la spesa come fanno quelli che hanno il denaro per farla. Orbene, se la crescita si fa con proprio con la spesa, quella privata fa il 60% del Pil, e quelli privati delle risorse di reddito la riducono, verrà generato ancor meno reddito che ridurrà pure la capacità di spesa di chi ha fin qui speso. Con le merci invendute verrà ridotta ancor di più l'occupazione, i produttori smetteranno di produrre, i venditori ancor più di vendere, pure meno spesa pubblica perchè gli esattori non potranno più esigere. Essì, funziona così! E pensare che per raddrizzare la baracca basterebbe che i redditi erogati a chi lavora per produrre fossero sufficienti ad acquistare quanto prodotto: sic! Mauro Artibani, Economaio www.professionalconsumer.wordpress.com  

giovedì 28 marzo 2013

SISSIGNORI, QUEL LUSSO COSTA CARO

Facciamo finta che i redditi disponibili siano insufficienti a fare la spesa, che la disoccupazione sottragga ancor più reddito alle Famiglie, che i risparmi si assottiglino, che il debito aumenti e che in tutto questo andazzo non si riesca a trovare il bandolo della matassa per raddrizzare le sorti della congiuntura. Si, facciamo finta di essere ad un tornante della storia, dove il dopo, insomma, non sarà più come il prima. Dove si vedranno prodighi smarriti girare in tondo, sbeffeggiati da frugali di antica data, mentre quelli nuovi di zecca stanno tutt'intenti a racimolare senso tra quel che resta. Va per la maggiore un nuovo precetto: “L'uomo non può possedere più di quanto il suo cuore possa amare.” Lo scrive Nicolai Lilin, con perfetto tempismo: struggente! C'è pure gente che fa di necessità virtù: downshifting. Lo stile del vivere in semplicità. Massì, la scelta da parte di diverse figure di lavoratori di giungere ad una libera, volontaria e consapevole autoriduzione del salario, bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, sì da godere di maggiore tempo libero e chissà di quanto altro ancora. Giust'appunto: “lavoro meno, guadagno meno, mi riprendo il mio tempo” Eggià, se non si può avere tutto, occorre mettere a frutto il desiderare meno. Si, si può acquistare solo ciò che si ama, si può pure acquistare il proprio tempo, si può anche fischiettare sotto la doccia “quello che non ho è quel che non mi manca” ; sentirsi gagliardi e tosti e magari schivare pure i predicozzi. Essipperchè, gente in giro a far predicozzi se ne trova a iosa: intellettuali di risma, sociologi, persino gli psicologi stanno lì a dare conforto, a prendere parte, a farsi parte, rimestando contro quel “consumismo della malora che ha lasciato esangui le genti”. Certo, si può far tutto questo purchè si metta in conto che al fin di fare meno verrà a mancare pure il resto. Il meccanismo economico-produttivo al quale ci abbeveriamo consente al singolo il lusso di fare il dowshifting; se tutti però fanno dowshfting va in malora. Se viene a mancare la spesa, mancherà il reddito; senza reddito mancherà ancor più la spesa, non vi sarà nuova produzione, nemmeno occupazione, ancor meno reddito; meno prelievo fiscale ovvero meno previdenza, assistenza, istruzione, sicurezza e chissà quant'altro ancora. Sissignore, quel lusso può costare caro anzi carissimo! Mauro Artibani www.professionalconsumer.wordpress.com www.professioneconsumatore.org

giovedì 14 marzo 2013

MI TOCCA FARE L'ANTIPATICO

Ehi, pssssst, leggete un po': "Nel 2010 è aumentata al 65%, nel 1990 stava al 40, la quota di quelli che valutano il proprio reddito inferiore a quanto ritenuto necessario". Lo si legge in uno studio della Banca d'Italia, messo a punto da Antonio Bassanetti e Concetta Rondinelli. C'è gente in giro, insomma, che pensa di avere in tasca meno denaro di quanto ne occorra. Già occorre, per fare cosa? Per mangiare, abbigliarsi, insomma vivere in maniera dignitosa? Siam messi tutti male allora! Eppur guardando altri dati Istat si mostra come, nonostante la crisi, l’incidenza della povertà negli ultimi dieci anni sia rimasta sostanzialmente ferma all’11%. Poveri si ma non troppo. Negli indicatori Istat, si considera povera una famiglia di due persone quando consuma meno della media pro-capite dei consumi nazionali. Dati alla mano, risulta lecito ritenere che quell'11% di poveri diavoli stiano ficcati dentro il gruppone dei 65% e che dunque il 54% non se la passi poi tanto male. Già, eppur si lagnano. Si lagnano di cosa allora? Si lagnano di non poter andare sovrappeso per il troppo mangiare, si lagnano di non poter sprecare quel 30% di derrate alimentari non utilizzate che vengono abitualmente buttate nella spazzatura, di non poter acquistare abiti alla moda che passa troppo velocemente di moda! Già, vuoi vedere che questi 54 Tizi si lagnano, anzi si preoccupano di non poter corrispondere allo standard richiesto dal ruolo produttivo, da loro svolto per far crescere l'economia? Vuoi vedere che temono di finire all'inferno dove stanno gli 11? Vuoi vedere che se invece riescono a fare quel che gli tocca, magari possono tornare in paradiso insieme a quei mitici 35% che non hanno problemi di sorta nello stare beati dove stanno? Un momento. Se la regola aurea dell'economia recita: “la mia spesa è il vostro reddito”, allora occorre reddito per fare la spesa! In questo universo mondo, insomma, c'è chi non può farla, chi vorrebbe ma non può farlo per intero, chi può ma non fa per intero la spesa che gli spetta. Vuoi vedere che occorrerà redistribuire la capacità di spesa per far sì che possa essere acquistato per intero quel che viene prodotto? Toh, che sia questo il modo per generare quel circolo virtuoso che fa crescere l'economia? Mauro Artibani Studioso dell’Economia dei Consumi www.professionalconsumer.wordpress.com

giovedì 21 febbraio 2013

EUREKA, VANTAGGI COMPARATI PER TUTTI !

Nel 2012 la spesa delle famiglie ha subito una diminuzione di 35 miliardi (- 4%). La contrazione dei consumi continuerà anche quest'anno, sebbene a ritmo meno sostenuto, segnando una diminuzione di circa 10 miliardi (-1,2%). L'impatto complessivo sul Pil è negativo dello 0,7. E' quanto sostiene Conf-esercenti in uno studio sullo stato delle piccole e medie imprese. In due anni si verificherà una contrazione della spesa per consumi interni di 45 miliardi di euro (-5,2%), per un totale di 2000 euro in meno spesi da ogni famiglia. L'impatto stimabile sul Pil, in termini di sottrazione di crescita, è pari a 0,7 punti percentuali. Nel 2012 hanno chiuso i battenti complessivamente 104.000 imprese, superando del 2,2% il valore già molto elevato dell'anno precedente ed è stato un anno particolarmente duro. L'agricoltura, per non farci mancare nulla, ha concluso il 2012 ''con segni gravi di affanno'' e quasi 17.000 aziende agricole che hanno chiuso i battenti. Lo afferma Giuseppe Politi, presidente della Confederazione italiana agricoltori commentando le stime preliminari del Pil nel quarto trimestre 2012 diffuse dall'Istat. Non v'è chi non veda il nesso causale tra la chiusura delle imprese e la diminuzione della spesa operata dalle famiglie. Essipperchè, se io, la mia famiglia, le famiglie degli altri, non spendiamo per consumare quanto prodotto chi vorrà produrre nuove merci? Verrà a ridursi ancor di più l'occupazione, vi sarà ancor meno reddito per spendere; meno prelievo fiscale da incassare, più debito pubblico da rifinanziare. Ah, beh, allora si va tutti a casa! Così si sta all'oggi, che si fa? Quelli che si candidano a governare non sembrano avere gran che da dire. Lavoro, crescita, reddito: dicono dei problemi, glissano sulle soluzioni.''riaccendere il vero motore della crescita economica, rafforzare la classe media.'' Già, la classe media quella che, opportunamente capitalizzata, media appunto tra produzione e consumo. Occorre, insomma, rafforzare con ricostituenti quegli esangui dal portafoglio floscio ed il morale sotto la scarpe. Già ma come? Dall'altra parte dell'Atlantico, per bocca del Presidente Obama, arriva il suggerimento: Oh, beh, si deve istituire, che so.... una rete di vantaggi comparati Chi vuol produrre lo farà se vede acquirenti all'orizzonte, così come se vi sarà convenienza a produrre si troverà lavoro. Già, così si incassano redditi che fanno spendere e prelievi fiscali per finanziare l'altra spesa, quella pubblica. Tocca insomma foraggiare chi spende perchè tutto si muova per il vantaggio di tutti. Foraggiare. Già, ma chi foraggia? Può foraggiare chi incassa poco dal lavoro per foraggiare la spesa? Può foraggiare chi dev' esser foraggiato per non andare in bancarotta? Può foraggiare chi ha retribuito poco e fatto lauti profitti, che tiene in cassa, sottraendosi dall'investire per nuovamente produrre? Può foraggiare chi ha più di quanto spende rischiando, con la crisi, di veder ridotto il malloppo tenuto a bagnomaria? Eggià, vantaggi comparati! Mauro Artibani www.professionalconsumer.wordpress.com www.professioneconsumatore.org

venerdì 16 novembre 2012

UN'OFFERTA SPECIALE PER ANDARE OLTRE LA CRISI

L'offerta definisce l'insieme dei beni e servizi messi sul mercato, in misura compatibile con la domanda. Bene, con i tempi che corrono, quando insomma viene meno l'efficacia di quelle politiche reflattive che hanno alterato il meccanismo di formazione dei prezzi e reso opaco il mercato, si mostrano fatti che non t'aspetti: l'aumento della disoccupazione, l'insufficienza di salari e stipendi e la riduzione dei risparmi delle famiglie frenano quel potere d'acquisto che smercia merci, usa servizi. Questo satura le scorte e riempie i magazzini delle Imprese che mancano di spendere per investire; si riduce il prelievo fiscale che riduce la spesa pubblica. Si disgrega insomma la Domanda Aggregata. Si gonfia la capacità produttiva inutilizzata dalle Imprese; si disgrega pure l'offerta. Tra le macerie di un tal mal messo mercato, un nuovo mercato si rende possibile che faccia il prezzo degli squilibri che si mostrano. Si mostra, appunto una domanda privata, quella delle Famiglie; si insomma quella dei Consumatori, la cui dote produttiva fa il 60% della crescita, anch'essa ampiamente sottoutilizzata. Eggià, questo rende appetibile un'offerta speciale: la domanda, giustappunto quella inespressa, l'unico bene scarso presente sul mercato. Offerta a chi ha necessità di vendere rifocilla la capacità di spesa e fa vendere chi l'ha acquistata, fa poi investire per produrre, produrre per riavviare le scorte, rimpingua il prelievo fiscale che autorizza la spesa pubblica. Si riattiva la domanda aggregata, si rende efficiente l'impiego delle risorse produttive senza eccezione alcuna, epperchennò, migliora la produttività dell'intero sistema. Mauro Artibani Studioso dell’Economia dei Consumi www.professionalconsumer.wordpress.com

giovedì 18 ottobre 2012

COESIONE PRESIDENTE MONTI? NOI CI SIAMO!

Monti chiama: “ln Italia bisogna mobilizzare tutte le energie per riprendere a crescere, nessuna esclusa''. Presenti! Noi siamo quelli della spesa privata che fa il 60% del Pil; le famiglie. Si insomma i consumatori che, con l'acquisto trasformano il valore delle merci in ricchezza, che consumandole le fanno riprodurre. Si, siamo quelli che danno continuità al ciclo economico, sostanza alla crescita. Questo il nostro ruolo, per poterlo esercitare dobbiamo disporre di risorse di reddito sufficienti. Lei Presidente dice pure:''In questa fase della vita italiana e' coesione la parola chiave'' Eggià, coesi, perchè “Il sistema industriale e' un patrimonio per il Paese''. Noi di tutto punto, per sostenerlo, abbiamo speso più del reddito disponibile. Anzi abbiamo acquistato in sovrappiù per non svalutare la capacità produttiva di quel sistema: giustappunto coesione! Non paghi, abbiamo assaltato le banche per avere credito per pagare il sovrappiù. A noi il debito, ai creditori il profitto. Se non è coesione questa! Non è coesione dare focillo, con il prelievo fiscale sui redditi da lavoro, ad uno stato sprecone ed il rifocillo con l'iva che tassa la spesa? Ma, porc...continua a calare la propensione al risparmio delle famiglie italiane. Siamo ai minimi storici. Nel secondo trimestre del 2012, misurata al netto della stagionalità, la propensione al risparmio è stata pari all'8,1%: il dato più basso almeno dal 1999. Cacchio, solo nei primi sei mesi di quest'anno si registra un calo del potere d'acquisto su base annuale del 3,5%. In discesa anche il reddito disponibile dell'1% su base trimestrale e dell'1,5% su base annuale. Se tanto mi dà tanto non saremo in grado di acquistare il prodotto dei Produttori, ahiloro; manco in grado di restituire il debito ai creditori che verranno screditati. Per le tasse, a Lei diremo pappappero! Presidente Monti la prego, coesione si; se a senso unico però, viene giù tutto! Mauro Artibani Studioso dell’Economia dei Consumi www.professionalconsumer.wordpress.com

mercoledì 3 agosto 2011

IL BILANCIO DELLA FAMIGLIA RISCHIA IL CRAC

Quando arriva il tempo in cui l’offerta supera la domanda, al mercato cambiano la regole del gioco. Quel consumare, ormai satollo, perde lo statuto di variabile indipendente, viene cooptato nel processo produttivo, dovrà darsi da fare, ricominciare daccapo.
Eggià, la crescita economica rende indifferibile l’acquisto, obbligato l’esercizio di consumazione.
I Consumatori devono riorganizzare la propria azione; la Famiglia, il proprio statuto per farsi Impresa.
Il meccanismo produttivo ospita questi nuovi addetti e, da lineare aperto, si fa circolare e continuo.
Impresa costituita da addetti che abitano sotto lo stesso tetto. I familiari adulti concorrono con il lavoro a generare reddito, tutti agendo sulla domanda lo spendono; chi lavora produce merci e servizi, tutti impiegano il tempo libero per acquistare quanto prodotto.
Impresa che acquista quel tutto trasformando il prodotto in ricchezza. Non paga, da’ corso alla consumazione della spesa, magari facendo ingrassare, vestire alla moda che passa di moda gli addetti, epperchennò sprecando pur di far nuovamente produrre, dare continuità al ciclo produttivo e sostegno alla crescita economica.
Investe nella prole per garantire la riproducibilità tecnica dell’impresa: più bocche da sfamare aumentano la quantità della domanda; l’ istruisce, la cura, l’assiste, l’attrezza di capitale umano per migliorare la qualità di quella domanda; con la paghetta attrezza la loro capacità di spesa e ne retribuisce l’esercizio.
Flessibile quanto basta per stare sul mercato: quando il costo d’esercizio degli addetti riduce il potere d’acquisto viene ridotta la dimensione aziendale; la contraccezione contrae le nascite riducendo la domanda.
Alta la produttività d’esercizio: genera i 2/3 del Pil. Bassa la redditività: redditi insufficienti, risparmi allo stremo, debito fuori controllo per tenere il potere d’acquisto e fornire input all’intera filiera produttiva.
Ligia al dovere fiscale, sui redditi da lavoro paga fino all’ultimo cent; non paga, accetta di vedere tassato, ancorchè non retribuito, l’esercizio di ruolo con l’Iva sugli acquisti, la Tarsu sul consumato.
Encomiabile nell’impiego delle risorse aziendali utilizzate sul mercato per gestire la domanda:
Il Tempo libero, quello fatto a pezzi, impiegato per acquistare il prodotto, per smaltire il prodotto, trattenuto dai “suggerimenti pubblicitari”; quel che resta per riposare per poi ricominciare.
L’Ottimismo, lo stesso di chi sbircia di sera il rosso del cielo per sperare buon tempo, che ristora la sete in bicchieri mezzi pieni, quello che acquista senza se, senza ma.
L’Attenzione, quella necessaria a dipanare le merci, l’informazione sulle merci e smerciare le merci.
Il Denaro, quello impiegato per acquistare ben oltre il bisogno, oltre la capacità di spesa.
Risorse queste spese, pur esse non retribuite.
Nel sistema circolare della produzione, insomma, tal valore impiegato nell’esercizio del consumare non trova adeguato remunero; ancor meno quando la condizione precaria del lavoro riduce ancor più i margini di redditività del reddito disponibile, proprio mentre balzi di produttività aumentano quell’offerta di prodotto che necessita di maggiori volumi di domanda.
In sede di bilancio si rischia il crac: i flussi di cassa risultano insufficienti a smaltire l’offerta del mercato, viene alterata la produttività dell’intera filiera di sistema. Si mostra così l’inefficace allocazione delle risorse nel meccanismo economico.
Eggià, non basta per uscire dal guado alzare il tetto al debito.

Mauro Artibani
Per approfondire il tema trattato: PROFESSIONE CONSUMATORE
Paoletti D’Isidori Capponi Editori
Marzo 2009

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