giovedì 20 novembre 2014

SI IN-CASTRA PER FARE DISPETTO AL SOCIO

Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino.
Lo sottolinea l'Ocse presentando in via preliminare, l'Economic Outlook. Dice come sull'eurozona incomba una "minaccia di stagnazione" anche per il rallentamento delle principali economie: la Germania, la Francia e l'Italia. L'area dell'euro ha bisogno, secondo loro, di "ulteriori ambiziose riforme per spingere la crescita" e la "flessibilità e la discrezione all'interno delle regole fiscali dell'Ue potrebbero essere usate per ridurre le resistenze della domanda".
Cacchio, dopo 6 anni hanno trovato il bandolo della matassa della crisi: R-e-s-i-s-t-e-n-z-a d-e-l-l-a d-o-m-a-n-d-a
 Si, insomma, i domandanti fanno resistenza a domandare.
Si proprio loro quelli che, con l’acquisto, trasformano la merce in ricchezza; consumandola poi la fanno riprodurre fornendo continuità al ciclo economico, dando sostegno alla crescita.
Già, questo fanno quando acquistano. Dagli Sherlok Holmes dell’ Ocse sono stati colti invece in flagranza di reato: renitenti alla leva della spesa. Hai capito i puzzoni!
Così, quando viene scoperto l’arcano, dentro quella combriccola societaria dove coabitano con i produttori, la “Libero Mercato Spa”, volano gli stracci:
La tua non domanda nega il valore alle mie merci;
Vanifichi la produttività dei fattori che come imprenditore metto in campo;
Mi costringi a stare in sovraccapacità e ti ricordo che con i magazzini pieni si brucia ricchezza. Pure la tua!
Beh ti’è, te lo sei, anzi ve lo siete meritato: Il vostro reddito disponibile del 2013 è tornato ai livelli di 25 anni fa.
Capito?
Se ancora non vi bastasse, l'Ufficio Studi di Confcommercio dice pure che, in quello stesso anno, il reddito disponibile e' stato pari a 1.032 miliardi di euro, rispetto ai 1.033 del 1988.

Questo l’hanno detto l’altro ieri. Noi ieri ci abbiamo messo pure il carico da undici, loro hanno rifatto l’aggiornamento e hanno scoperto che nel 2013 si e' registrato il sesto calo consecutivo del reddito delle famiglie, con una contrazione dell'1,1% in termini reali (-2,2% pro capite ). Rispetto, insomma, al 2007 viene fuori che nel 2013 il reddito disponibile reale pro capite e' sceso del 13,1%, pari a un ammontare di euro 2.590 a testa ai prezzi del 2013.
Tiè, tiè, tiè, socio: così impari, tu e i tuoi compari, a campare!
Et voilà, come ci si in-castra per fare dispetto non alla moglie, al socio.
Mauro Artibani



giovedì 13 novembre 2014

PRODUTTIVITA’ VS VALORE: GULP!

Cosa debbono fare le Imprese per tenere il mercato in equilibrio dinamico?
Tenere elevato il livello di produttività nella gestione dei fattori. Quando questo si compie si produce di più e meglio. Quando poi viene dato a Cesare quel ch’è di Cesare, attraverso una adeguata allocazione delle risorse di ricchezza  generate tra tutti gli agenti economici, si porta al mercato il prodotto; percepito come valore e acquistato, remunera i fattori. Tutto bene.
Quando invece si chiude il cerchio del sistema produttivo, che da lineare aperto si fa circolare e continuo* ma non adeguatamente lubrificato, quando insomma le risorse economiche, generate dall’aumento della produttività, vengono allocate in maniera sghemba e il moto s’inceppa, gli equilibri saltano.
Di male in peggio se le Imprese, nel bel mezzo della crisi, tra opzioni di buy back, chiudere la cassa e  non abbeverarsi di credito, mostrano di aver sposato la renitenza ad investire, altro che migliorare la produttività.
Già proprio quella produttività che, passata al vaglio di chi fa la spesa, viene rispedita al mittente. Essipperchè  seppur forgiata nei processi e trasferita nei prodotti, alla verifica del valore: sdong, s’affloscia!
Già quando più di 120 milioni di persone nell'Unione Europea sono a rischio povertà o esclusione sociale**, ovvero 1 persona su 4, non si spende:  macchè valore d’eggitto! Quando poi, per  i restanti ¾, quelli satolli - magari pure in sovrappeso - vestiti alla moda  che passa di moda - a bordo di un Suv per andare di qua e di là,  quel valore vale meno: s’affloscia appunto. Se viene poi incastrato tra troppe merci  troppo care, addirittura collassa.
Se, tra gli illuminati, c’è  chi pensa di poter sostenere la produttività delle merci ed estrarne valore, utilizzando fino allo stress Marketing e  Pubblicità, con la crisi dovrà rifare i conti e a conti fatti scorgere che…
Si, che il valore non sta nella merce, sta invece negli occhi di chi la guarda, nel tatto di chi la tocca, di chi l’ascolta e l’annusa. Di chi  la valuta insomma, poi magari la vuole, sempre che possa acquistarla.
Già, possa. Altrimenti, negato quel valore, tutta quella produttività  messa addosso alla merce te la sbatti!
Ci siamo. Zitti zitti, quatti quatti, magari per non svalutare le risorse impiegate, credo tocchi achittare una produttività che non si faccia scuotere dall’oscillazione di quei sensi, magari capitalizzando adeguatamente il potere d’acquisto di quei valutatori del valore, affinchè ben valutino.
O no?
*Questo accade quando la funzione “consumo” viene associata agli altri fattori della produzione
**Lo fa sapere l'Eurostat: La percentuale di persone a rischio povertà o esclusione sociale nel 2013 risulta pari al 24,5%. (Finanza. Com)
Mauro Artibani

 

giovedì 6 novembre 2014

A TERNI ESPERIMENTI DI ECONOMIA DEI CONSUMI



Nel mondo si misura in 580 milioni di tonnellate la sovraccapacità produttiva nell’industria dell’acciaio. 80 milioni in Europa.
A Terni,  nelle acciaierie, per ridurre i costi di tal garbuglio tagliano di 100 milioni l’anno i costi. 537 di quelli che lavorano vanno in sovrappiù, per gli altri riduzioni di stipendio.  
Il 18/10/14  pressappoco 113.000 ternani reagiscono, 30.000 vanno in piazza. Manifestano solidarietà e pure un po’ di  interesse, anzi molto, per quelli che mancheranno di portare i soldi a casa e per quelli che ne porteranno meno. In piazza ci stanno pure quelli che non venderanno a chi ha perso il lavoro  o venderanno meno a quelli che guadagneranno meno. Già, ci stanno, e pure in cagnesco perché scorgono un domani gramo: senza lavoro  anch’essi.
Fanno scongiuri  insomma fabbricanti, commercianti, artigiani, professionisti, persino le banche che vedranno deteriorarsi i loro crediti. Stretti di chiappe, su un lato della piazza, ci stanno pure tutti quelli dell’indotto.
Una reazione a catena, di sovraccapacità in sovraccapacità, che costa e non fa guadagnare; per quelli del prelievo fiscale, che a Terni hanno rappresentanza, solo spiccioli.
Brrrrrrrrrrrr, fa freddo!
Per riparare il danno quelli al Governo nazionale sembrano muoversi tra opzioni lasche, spazi stretti e tempi lunghi. 
Beh, intanto ai ternani per non restare intirizziti nell’attesa  tocca muoversi.
Le politiche keynesiane che, quand’anche efficaci, fatte a debito non sono spendibili.
Fomentare impresa invece, a costo quasi zero, guadagnando un ricostituente fiscale si può: Per quei 537 si possono spendere 73,5 ettari* di terreno agricolo demaniale dato in comodato d’uso da Comune, Provincia e Regione.
C’è bisogno degli utensili per coltivare? Beh… tocca alle Imprese investirci  per dare sprone a quei senza lavoro che hanno smesso di fare la domanda.
Se poi viene assunto pure  “quel modello produttivo agricolo italiano, primo per produzione di valore aggiunto”  il gioco è fatto.
Se tornano a lavorare, con il surplus che se ne trae, si fa  reddito buono per fare  la spesa. Se tanto  da’ tanto si può fare, anzi occorre farlo!
Occorre fare pure altro però per quel lavoro che quando c’è remunera poco, pressappoco quel-che-serve-per-vivere, facendo mancare  la capacità di acquistare quanto prodotto.
Essipperchè, così conciati si va ramenghi in sovrappiù. Tutti!
Se l’Impresa paga il lavoro quanto può per tenere arzilla la produttività, può fare ancora meglio abbassando i prezzi per alleggerire i costi della sovraccapacità, recuperando pure capacità competitiva. “Bonus” insomma, buoni per rifocillare quel potere d’acquisto di chi acquista poco, per far acquistare il resto.
Così si possono pareggiare i conti e tutti insieme tornare a fare.
Eggià, nell’economia dei consumi funziona così: occorre spendere per poter lavorare.
Così i negozianti possono smettere di oziare, i progettisti tornare  ad architettare ed ingegnare per muratori che tornano a murare con i manovali a dare una mano. Pure i taxi a girare, le agenzie ad agire servizi, gli agenti a fare la guardia. Persino Maurizio, non più solo soletto, può tornare a dare lezioni di chitarra, mentre per quelli all’angolo della piazza finalmente  poter rilassare i glutei.
Bizzarro eh?

*Quelli del Dossier di Coldiretti con Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison considerano il modello produttivo agricolo italiano primo per produzione di valore aggiunto. Viene stimato triplo rispetto a Regno Unito, doppio rispetto a Spagna e Germania, superiore del 70% a quello francese. In questo settore l'Italia è prima anche per addetti occupati, con 7,3 addetti per ettaro, a fronte di una media europea di 6,6 addetti.

Mauro Artibani


venerdì 31 ottobre 2014

COMPETENTI DI COMPETENZE SCADUTE

Stimo la competenza dei policy maker , sottostimo l’efficacia di quella competenza nell’ affrontare la crisi.
Proprio quella competenza costruita sul dettame di un paradigma vecchio come il cucco, che l’avvicinarsi della crisi  non l’ha scorta, manco aiuta a comprenderne lo svolgimento, ancor meno i modi per uscirne.
Così quando dopo 6 anni finalmente quei portatori di quella competenza scorgono, nell’insufficienza della domanda aggregata, la causa della crisi si danno un gran da fare per attrezzare alambicchi capaci di estrarre soluzioni adeguate.
Nel discorso, del 22/8/14, di Draghi a Jackson Hole, vi sono due frasi  che danno conto del ristagno della spesa. La prima: «I dati più recenti sul Pil confermano che la ripresa nell'eurozona è debole ovunque, e la crescita dei salari è minima anche nei paesi meno colpiti dalla crisi; ciò indica una debolezza della domanda». L'altra: «Le politiche di intervento sulla domanda non sono giustificate soltanto dalla significativa componente ciclica della disoccupazione. Esse sono rilevanti perché, data l'incertezza che prevale in questo momento, queste politiche contribuiscono ad evitare il rischio che la depressione della domanda distrugga la capacità produttiva.”
La Bce conviene quindi che: tocca agire sugli investimenti e sull’occupazione!
Lo ribadisce a novembre  il vicepresidente designato della Commissione Ue con delega a crescita e investimenti e attuale commissario agli Affari economici, Jyrki Katainen: "E' necessario un rinnovato slancio per crescita e occupazione attraverso gli investimenti, ma senza creare nuovo debito".
Eggià, questo il modo che dovrebbe dar sostegno alle politiche di intervento sulla domanda: c’è bisogno di occupati che guadagnano così poi spendono. Occorre quindi investire nel fare merci per occuparli.
Lo ribadisce il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz.
Il programma da 300 miliardi prospettato dal futuro presidente della Commissione Ue Juncker "deve essere un programma di stimolo" alla crescita e all'occupazione "per fare in modo che gli investimenti possono essere effettivamente mobilitati".
Non manca proprio nessuno, dall’Fmi, anche Christine Lagarde auspica crescita ed occupazione.

Oibò, questi competenti pensano che la crisi della domanda, che sta distruggendo capacità produttiva, si possa superare con gli investimenti.
Solo una competenza scaduta può credere che siano le imprese, magari investendo, a poter produrre quella ricchezza, che distribuita, sia in grado di riattivare la domanda.
Ennò Signori, a questa contrazione della domanda privata pagano fio la produzione che va in surplus, il lavoro che ha prodotto quelle merci che va in sovrappiù. Così se si riduce l’occupazione ed il reddito di chi ancora lavora figuriamoci la domanda: chi diavolo, in tali condizioni di sistema, vorrà investire per nuovamente produrre?
Si sta  spending review, Signori. Essì, rivede la spesa chi vuol rassodare il potere d’acquisto, pure le imprese per limitare la sovraccapacità e le tante famiglie già satolle.
E qui mi duole ma, al fin qui detto e ridetto, occorre ancora dire per far vacillare le certezze di quei competenti.
Orbene, a meno che non si voglia credere che la pandemia dell’avarizia abbia infettato i consumatori e con gli investimenti delle imprese si possa fornire quel vaccino che redima il vizio, tocca credere ad altro.
Ecco, per esempio, che sia invece venuto a mancare quel sostegno economico che remunera l’impiego delle risorse produttive messe in campo proprio da chi, facendo quotidianamente la spesa, tiene attivo il ciclo.
Si, insomma, proprio quel remunero con cui fare la spesa. Quella spesa che genera reddito, buono per fare altra spesa.
Toh, se a spesa fatta resta pure il resto, con questi risparmi si finanziano proprio quegli investimenti delle Imprese.
Così si fa la crescita nell’ Economia de Consumi; così fatta genera pure occupazione.
Così si intravvedeno lampi di vigore economico nella notte della crisi, il resto è noia.
Noia competente, anzi mortale.

Mauro Artibani


giovedì 23 ottobre 2014

“NEW NORMAL”, UN PIFFERO!

Tu devi crescere in quei pantaloni, tua sorella nella gonna!
In quel tempo passato e con quella capacità di spesa, si faceva categorico l’imperativo di mia madre. Lei e mio padre non erano da meno: rivoltavano i cappotti per farli durare.
Allora funzionava tutto così. Un film veniva spremuto come un limone, dentro cinema di 1, 2, 3 visione; le vacanze fatte pendolando al mare in 4 sulla moto di papà. La domenica poi doppia festa, quella religiosa e quella profana del pollo arrosto nel piatto. 
La tenzone 8/900esca dentro la fabbrica, tra capitale e lavoro, si inasprisce. Mio padre operaio, stava lì, battagliava.
In quel passato remoto, insomma, affaticati dal bisogno, ci si dava da fare.
Da allora ad oggi son passati 50 anni, molta acqua sotto i ponti e molta strada dal bel tempo andato.
Dentro questo tempo lungo, venne pure il tempo della congiuntura favorevole.
Si era una Nazione in bilico sul bordo di un mondo diviso tra democrazia e comunismo, questo ci rese appetibili, venimmo foraggiati per stare di qua. Se poi nella corsa allo sviluppo stavamo più indietro di altri, meglio: un affare tutto quel bisogno da soddisfare, tutta quell’italica creatività da far fruttare e quel lavoro da assegnare, buono per far guadagnare e spendere!
Tant’è, ringalluzziti dalla incipiente profusione le donne ci misero l’utero, gli uomini lo sperma e vennero al mondo tanti baby, quelli poi detti boomers. Pur essi da soddisfare. Se tanto mi da tanto cosa c’è di meglio, per spingere al massimo l’impiego delle risorse produttive, se non rendere merce tutto-quel-che-serve-per-vivere. Il Valore aggiunto sta nel trasformare in beni e servizi gli  atti della vita. Acquistati diventano ricchezza. Se tutti possono acquistare, si genera ricchezza a più non posso, per tutti o quasi. Escono così dalla fame famiglie, nazioni pure continenti per la prima volta nella storia del consorzio umano.
Se tocca a tutti, tocca pure alla mia famiglia, piano, piano, magari a rate.
Prima la casa, piccola ma confortevole, poi la “cucina economica”, più in là pure la televisione e ancora il telefono, così quando arriva la “seicento” mia sorella sbotta: siamo ricchi; mio padre si inorgoglisce, mia madre si commuove.
Ricchi no; passo dopo passo, però, stavamo lasciando la condizione del bisogno.
Non fini qui, facemmo altro.
Io, ficcato d’imperio nella neo categoria dei “Giovani”, dovetti fare di più. Mi ficcai tra i 68’ini, quelli del “vogliamo tutto e subito”. Dentro quella baraonda trovai  pure Proraso che faceva la barba ai Beat e Mary Quant che faceva moda con le minigonne per vestire le rivoluzionate dal sesso.
Ecco si, la moda, il transeunte come dicono quelli che sanno; l’obsolescenza programmata, come pensano le imprese che  mi vestono e mi svestono, quando fa loro comodo. Quando poi si arriva “all’usa e getta” si scopre l’arcano.
Senza trucco nè inganno, venne prodotto più di quanto potessimo acquistare. Le Imprese misero insieme arzigogoli  di ogni sorta: aumentarono stipendi e salari e alla bisogna offrirono credito al consumo come se piovesse; con il marketing e la pubblicità costruirono la domanda. A noi non restò che acquistare.
Anzi con l’usa e getta il messaggio fu chiaro ed irrevocabile: non c’è più tempo per traccheggiare occorre acquistare e consumare senza tempi morti in mezzo!
Eggià, se dentro il ciclo economico all’Impresa tocca velocizzare i processi e vendere il prodotto, a noi tocca fornire continuità al ciclo e pure in fretta.
Presi per il bavero e ficcati dentro il meccanismo produttivo fu tutt’uno. Senza squilli di trombe venimmo associati all’accolita “ Libero Mercato Spa” in funzione pro ciclica: azionisti di maggioranza ma senza portafoglio adeguato, anzi zeppi di debito.
Debito in tutte la forme e di tutte la salse, che per surrogare redditi insufficienti, da spendere in quel che si vuole, quando si vuole.
Io qui ora, con il debito, faccio il mio a più non posso: ho mangiato ben oltre il pollo fino ad ingrassare mentre tip/tappo sul ticchettio che fanno i vestiti nell’armadio passando di moda,  in garage tengo pure un Suv per andare da qui là.
Altri là, negli Usa, usano il mutuo della casa  come un bancomat per rifocillare il potere d’acquistare tutto fin quando, in quel 9 agosto del 2007, Home Bank Mortage, colosso del settore dei mutui fondiari, chiede la protezione “under chapter 11”: l’amministrazione controllata.
Eggià, la storia è nota: il troppo storpia!
Troppa sovraccapacità, troppa spesa fatta con il debito, troppo debito: viene giù tutto.
Oggi, dopo sette anni di crisi e tutti i policy maker a tentare di rifare il già fatto, io faccio il mio: non spreco il mangiare per ingrassare, anzi vado in bici da qui a lì così mi  rassodo, ho preso pure a detestare quel ticchettìo della moda e vesto l’usato.
Si, faccio spending review  e come me tanti, di qua e di là dell’Atlantico.
Gulp, così l’Impresa diventa ancor più sovraccapace, per metterci una pezza riduce l’occupazione e i salari, cosi girano ancor meno soldi che spendono ancora meno.
Chi vorrà ancora fare credito/debito, per fare cosa?
Tant’è, le politiche monetarie messe in campo per sostenere la domanda, alterando il meccanismo di formazione dei prezzi, non funzionano. La deflazione, prima repressa, ora fa capolino.
Si deteriorano le risorse produttive del sistema: capitale, lavoro e spesa.
Questi i dati, questi i fatti, questi i danni.
In quest’oggi, carico di affanni, se speri nel domani quelli del "New normal" ti tolgono il fiato.  Cristian Rocca li presenta: “Vedono al ribasso le aspettative economiche creata dalla crisi. Analisti ed esperti di destra e di sinistra, liberisti e keynesiani, iniziano già a scontrarsi sull'argomento. L'idea del "new normal" sta nel fatto che la recessione ha alterato in modo strutturale il mercato del lavoro. La conseguenza è che dobbiamo scordarci la piena occupazione, i grandi profitti e gli alti dividendi”.
Fiuuuuu, che verve ragazzi e quanto ottimismo!
Già, con i precetti che guidano il pensiero di questi tizi, tal disperante ragionare è quel che può capitare di dover pensare: un lavoro che paga appena per acquistare quel-che-serve-per-vivere, non quanto invece prodotto che resta invenduto, tagliando appunto profitti e dividendi.
Già, se torno a crescere nei pantaloni, questo è il minimo che possa capitare.
Anzi peggio, quella spesa insufficiente non rigenera manco il lavoro.
Solo le norme di dottrine scadute sono in grado di pensare tal nuovo normale.
Non è normale pensare di spesare chi fa la spesa, quella  spesa che fa crescere l’economia, ma s’ha da fare.
Non è normale abbassare il prezzo delle merci, ancorchè sovraprodotte, per rifocillare la capacità di spesa e smaltire il magazzino, ma s’ha da fare.
Non è normale rifocillare quella spesa che paga con il prelievo fiscale l’altra spesa, quella pubblica, ma s’ha da fare.
Perchè, giova rammentarlo ai dormienti, la crescita si fa con la spesa; proprio quella spesa che, smaltendo il sovraprodotto, fa fare nuova produzione che genera pure occupazione.
Eggià, serve una nuova eresia non un nuovo normale!

Mauro Artibani

giovedì 16 ottobre 2014

CON CHI STA LA POLITICA?

In Parlamento c’è un Onorevole, già potente Ministro dell’Economia, che nel bel mezzo della crisi amava  dire “la crisi è terra incognita”.
Gulp, come un metereologo che non vede il domani.
Di quel dire improvvido i suoi compagni di governo e di partito non dissero nulla; l’opposizione non lo fischiò, ne’ chiese le dimissioni.
Fiuuuu: i politici, tutti, della crisi sembrano non capire un tubo.
Perché?
La faccenda è un po’ complicata, proviamo a dipanarla:
i Partiti sono rappresentanze di interessi. Gli interessati votano per interesse di parte, i partiti, appunto.
I Partiti, per adempiere al ruolo, sono pure “redistributori di reddito”. E qui la faccenda si complica.
Per buona parte del ‘900 fu la liceità del Profitto il pomo della discordia: botte da orbi in omnia secula  seculorum.
Si divisero su tutto, i pro-profitto ed i contro. Soggetti questi tanto forti da spaccare il mondo e la politica: da una parte il mondo capitalista, dall’altra quello socialista. L’un contro l’altro armati, la classe del capitale e quella del lavoro; destra e sinistra.
In un’ Italia con al centro la DC, un’ iperbole interclassista ed una politica dei redditi accorta per 50 anni li fece, magari controvoglia,  collaborare allo sviluppo del paese. Buoni i risultati: crescita economica, sviluppo industriale, innovazione fecero uscire il paese prima  dalla fame poi pure dal bisogno.
Più o meno benessere, insomma, in barba a quei Sociologi che gridano al consumismo e agli Intellettuali che fanno il coro. 
Ce ne sarà pure per i Politici, ma questa è un’altra storia.
La storia di un successo produttivo che tocca vette insondabili e che, spesso, quando tutto troppo in alto sal cade sovente precipitevolissimevolmente.
Così, quando crolla il muro di Berlino, sotterrando il comunismo, comincia pure la lenta agonia dei vincitori.
Già, quando il produrre si inerpica ben oltre il bisogno e il potere d’acquisto non riesce a stargli dietro, si ricorre al debito per fare la spesa. Quando, dopo anni ed anni di vacche grasse, il debito fa sboom e viene a mancare la possibilità di acquistare la pappa per tizi oramai sovrappeso, gli ingrati si mettono a dieta.
In quell’Impresa stanno impresari, organizzatori di quei fattori che hanno sovraprodotto e chi lavorando ha fatto quel sovraprodotto; sul mercato ci sta pappa in eccesso.
Fosse solo pappa beh…. anche auto, abbigliamento, arredi, case, acciaio, telefonini, libri, latte, energia  e molto altro ancora, in sovrappiù.
Fiuuuuu: questo fanno, oggi, quelli forti di ieri.
Eggià, per non oziare nel vizio, hanno prodotto troppo.
Mentre chi del vizio ha fatto virtù  impiegando il tempo, l’attenzione, persino l’ottimismo fino a mettere su ciccia per smaltire quella pappa, forti di cotanto fare presentano il conto ai deboli.
Capito quei viziosi ciccioni?
Beh, se per fare la crescita si rende indispensabile mangiarla quella pappa e per continuare a mangiarne occorre avere un potere d’acquisto che l’ acquisti, altrimenti la pappa che resta in magazzino  marcisce, la crescita decresce e voi, ex forti, sarete ancor più deboli e pure smagriti.
Confindustria, a fronte di tutto questo, trasale e per bocca di Squinzi prima elabora, quindi auspica “la Società dei Produttori” ottenendo il consenso pure dei Sindacati. Il tentativo, insomma, temerario e disperato di trovare un comune interesse, tra chi nell’Impresa sta ai vertici e chi sta alla base.
Rieccoli capitale e lavoro, ancora loro, stavolta insieme per forza, anzi per debolezza.
Essipperchè, mettere insieme due debolezze non fa una forza!
Così sbiadiscono le identità della destra e della sinistra. Così finisce davvero il ‘900.
I Politici del nuovo millennio, per non dover ratificare la scomparsa dell’agone  che organizzava lo scontro degli interessi, non se ne avvedono.
Eggià,  una politica miope che invece di rappresentare gli interessi di quelli della pappa,  sta ancora con quegli ex forti ora deboli, debolissimi, non riuscendo a fare granchè.
Beh, se tant’è, è il tempo dei consigli.
Già, nel mondo alla rovescia diamo noi i consigli per gli acquisti: Orsù Signori del Palazzo se volete ancora rappresentare i deboli, rappresentate gli interessi di quelli forti, date loro quel che gli spetta. Torneranno ad ingrassare cosicchè tra i vostri rappresentati qualcuno dovrà nuovamente produrre, qualcun altro lavorare; torneranno ad ingrossare pure gli utili, cosi come i salari.
Una politica insomma, buona per fare gli interessi di tutti. Soprattutto nuova, per i ciccioni che lo meritano, buona pure per quegli smagriti tornati in tempo in forma.
Acquisti, appunto:  con una fava, due piccioni, forse tre, e tanti, tanti voti!
Mauro Artibani

venerdì 10 ottobre 2014

TENIMME N’SIEME TORNACONTO E RESPONSABILITA’


Teniamo a mente, una volta per tutte, quel che fa il nostro quotidiano fare la spesa: con l’acquisto trasformiamo le merci in ricchezza, consumandole le facciamo riprodurre, così viene generato lavoro,  si crea occupazione che  fornisce reddito; viene data continuità al ciclo produttivo e sostanza alla crescita economica.
Beh se non è comandare le operazioni, questo nostro  fare, cos’è?
Se non è il Governo della responsabilità, cos’altro può essere:
                Quel sottrarre la sovraccapacità produttiva che impalla le Imprese;
                Quel ripristinare la produttività del lavoro per chi lavora;
                Quel togliere l’invenduto ai commercianti;
                Quel rifocillare il fisco per garantire le cose pubbliche  dell’istruzione, della sicurezza,  della sanità,  della previdenza, della giustizia.

Questa è l’ordinaria responsabilità, che quotidianamente amministriamo come operatori della spesa. Cotanto servigio messo a reddito ci farà guadagnare.

Siamo pure altro però: Gestori della Domanda e qui possiamo addirittura far di più, dall’ordinario allo straordinario.
Ci fu il tempo dell’equilibrio nel sistema produttivo. Allora la Terra generava materia, il lavoro la trasformava in materiale, l’impresa ne faceva merce,  il commercio la vendeva, la famiglia la consumava, la Terra poi chiudeva il ciclo smaltendo il rifiuto.
Poi venne il tempo dell’offerta in eccesso e della domanda pure, tanto per non farci parlar dietro. Il ciclo perse l’equilibrio, la Terra pure.
Oggi c’è una Terra sgarupata che fatica  a ri-generare risorse e a smaltire i residui dell’attività economica.
Ci sono pure Tizi allarmati che si affollano al suo capezzale per portare conforto:
Alcuni, a  quella triste crescita che sfianca, contrappongono la “Decrescita Felice” che mette a dieta tutti.
Altri, ambientalisti ortodossi, che temono per quella “ madre terra” stressata e offesa, processano gli squilibri dello Sviluppo economico.
Ci sono pure quelli che all’io preferiscono il noi; al solista, il coro.
Per loro la terra è un “bene comune” , altro che un bene di pochi.

Tutta gente questa, garbata, gentile, mossa da nobili intenti.
Pure un po’ aristocratico però quel fare da pedagoghi  che non acchiappa interesse e finisce   per farli abbaiare alla luna.   Ecco, approposito di interesse: Si, noi siamo interessati.
Se si può guadagnare con il fare la spesa, abbiamo interesse che si possa continuare a farla. Se la Terra, malata, mette a rischio il futuro del nostro guadagno dobbiamo sventare questo rischio.
Eggià, se la Terra fa per noi, noi dobbiamo fare per essa.
La gestione  della Domanda costituisce la possibilità.
Il modo invece  sta nel fare domanda di merci a basso impiego energetico ed eco-compatibili; pure quella di beni immateriali e di prodotti ignudi, svestiti dai packaging sfrontati.
E quando tutti in coro  facciamo quelle domande beh, allora la domanda comanda e all’offerta toccherà ubbidire.  
Eggià, questo s’ha da fare per la nostra cara amica:  rassodare la capacità riproduttiva e ripristinare quella di smaltire i residui.
Lunga vita alla Terra, insomma, ed al nostro guadagno.
Ed un evviva a tutti quei compagni di regata che, navigando di bolina,  per ripulire la Terra sono in grado di andare contro i venti che la sporcano.
 A chi parrebbe di poter scorgere in questo fare tracce d’una possibile alleanza tra il tornaconto e la responsabilità, scorga; scorga pure
Mauro Artibani