In Europa non ci facciamo mai mancare niente, manco con i nuovi commissari: il greco Margaritis Schinas sarà «commissario per la Protezione dello stile di vita europeo», ha annunciato Von der Leyen. Nella conferenza stampa di presentazione, la presidente della Commissione ha precisato che Schinas si occuperà di immigrazione.
Se 2+2 fa 4, l'immigrato non ci è grato anzi minaccia lo stile della nostra vita.
Quale stile, vieppiù quale vita?
Quella che ci accomuna nell'esperienza cristiana, anche se ormai scarsamente vissuta?
Quella che ci aveva fatto dichiarare, universalmente, i diritti di tutti gli uomini?
Quella che che sta ficcata nella regione occidentale?
Quello che ha smesso di farci guerreggiare?
O nello stile che si mostra in quella "vita spesa a fare la spesa" che ci ha affrancati dalla fame; ci ha tenuto insieme, arricchito, distinto e .... chi più ne ha più ne metta?
Già, tutto questo stile ha brillato fin quando, con la crisi, l'incanto si è rotto e sono cominciati i guai; la coesione sociale e la chiusura agli "altri" pagano il prezzo alla riduzione del benessere.
Quel tipo strano/straniero, ci scuote, ci allarma; attenta a quel benessere che ci resta.
Si quelli strani, vestiti di penuria, che rischiano la vita per poter vivere con noi la nostra.
Ehi, di questi non affrancati dal bisogno, ha bisogno quel bisogno per riattivare il ciclo economico che genera ricchezza con la spesa, non con la produzione nè con il lavoro.
Della stessa fava ha bisogno pure il secondo piccione, in un continente che invecchia; importare gente prolifica con il vigore dell'età, che usa poco la previdenza e l'assistenza ma... può rifocillarla, aiuta a farci invecchiare meglio.
Non vi sembri un'iperbole ma provare a poter coniugare l'Etica del sè / l'Economia per tutti / l'Estetica, che può farci se non più belli almeno meno brutti, si può!
Mauro Artibani, l'economaio
https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_3_7?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=mauro+artibani&sprefix=mauro+a%2Caps%2C207&crid=E9J469DZF3RA
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martedì 24 settembre 2019
L'EUROPA E QUELL'ABBRUTITO STILE DI VITA
In Europa non ci facciamo mai mancare niente, manco con i nuovi commissari: il greco Margaritis Schinas sarà «commissario per la Protezione dello stile di vita europeo», ha annunciato Von der Leyen. Nella conferenza stampa di presentazione, la presidente della Commissione ha precisato che Schinas si occuperà di immigrazione.
Se 2+2 fa 4, l'immigrato non ci è grato anzi minaccia lo stile della nostra vita.
Quale stile, vieppiù quale vita?
Quella che ci accomuna nell'esperienza cristiana, anche se ormai scarsamente vissuta?
Quella che ci aveva fatto dichiarare, universalmente, i diritti di tutti gli uomini?
Quella che che sta ficcata nella regione occidentale?
Quello che ha smesso di farci guerreggiare?
O nello stile che si mostra in quella "vita spesa a fare la spesa" che ci ha affrancati dalla fame; ci ha tenuto insieme, arricchito, distinto e .... chi più ne ha più ne metta?
Già, tutto questo stile ha brillato fin quando, con la crisi, l'incanto si è rotto e sono cominciati i guai; la coesione sociale e la chiusura agli "altri" pagano il prezzo alla riduzione del benessere.
Quel tipo strano/straniero, ci scuote, ci allarma; attenta a quel benessere che ci resta.
Si quelli strani, vestiti di penuria, che rischiano la vita per poter vivere con noi la nostra.
Ehi, di questi non affrancati dal bisogno, ha bisogno quel bisogno per riattivare il ciclo economico che genera ricchezza con la spesa, non con la produzione nè con il lavoro.
Della stessa fava ha bisogno pure il secondo piccione, in un continente che invecchia; importare gente prolifica con il vigore dell'età, che usa poco la previdenza e l'assistenza ma... può rifocillarla, aiuta a farci invecchiare meglio.
Non vi sembri un'iperbole ma provare a poter coniugare l'Etica del sè / l'Economia per tutti / l'Estetica, che può farci se non più belli almeno meno brutti, si può!
Mauro Artibani, l'economaio
https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_3_7?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=mauro+artibani&sprefix=mauro+a%2Caps%2C207&crid=E9J469DZF3RA
martedì 1 agosto 2017
CHE GENTE; MAMMA MIA CHE GENTE
Nel rapporto annuale sull'Occupazione e
gli Sviluppi sociali in Europa, pubblicato a Bruxelles dalla
Commissione, Ue l'Italia continua ad avere la percentuale più alta
nell'Ue (19,9%) di giovani nella fascia tra 15 e 24 anni che non
cercano lavoro né studiano o sono in formazione (Neet, Not in
Employment, Education or Training), un record che detiene orami
ininterrottamente dal 2013.
La media dell'Ue a 28 è all'11,5%, e
quella dell'Eurozona all'11,7%. Fra gli altri grandi paesi, la
Germania è al 6,6%, la Francia all'11,9% e il Regno Unito al 10,9%.
Figli degeneri, che hanno deciso di
andare a zonzo, di passar la vita a non fare un piffero.
Il ministro del lavoro Poletti,
allarmato dai dati, è intervenuto dicendo che servono “politiche
di accompagnamento” per facilitare l’incontro fra la domanda e
l’offerta di lavoro.
Accompagnamento?
Già, accompagnati da fratelli e magari
dai padri; questa gente quà: L'Italia risulta lo Stato membro con il
più basso incremento di attività nel 2016. La popolazione attiva
era il 64,9% degli abitanti fra i 15 e i 64 anni, contro una media Ue
del 73%, con la Germania al 78%, il Regno Unito al 77,3% e la Francia
al 71,7%.
Talis padri, talis filius, talis
"cuginus", talis "amicus" insomma quel 35,1% che
passa il tempo a pettinar la bambole.
E i nonni?
Toh, i nonni, quelli che fanno
imbestialire il presidente dell'Imps per le pensioni pagate
all'estero dall'Istituto: "Su 160 Paesi sono state 373mila, per
un valore poco superiore a 1 miliardo di euro".
Per l'imbestialito si tratta, in
sostanza, di una "anomalia": "Le prestazioni
assistenziali" pagate all'estero "vanno a ridurre gli oneri
di spesa sociale di altri Paesi, è quindi come se il nostro Paese
operasse un trasferimento verso altri" senza "avere un
ritorno in consumi". Le somme, infatti, sono erogate
"dall'Italia invece che dal Paese in cui si risiede e si paga le
tasse" e quindi "non c'è un quadro di reciprocità".
Mamma mia che gente, tutta 'sta gente
quà: non sono attrezzati, lavorano poco, spendono ancora meno. Selo
sono meritato, li addito: tra chi non fa, chi non può a chi fa
all'estero, siete responsabili dell'ampliarsi di quell'out-put gap*.
Con voi, la produttività totale dei fattori collassa, altro che Pil!
Un momento, forse mi sbaglio, c'è un
ultim'ora: La crescita del Pil italiano sarà superiore alle
previsioni, perché dopo l'estate emergerà "una forte spinta"
dalla domanda interna. Lo ha affermato il presidente dell'Abi,
Antonio Patuelli, al termine del comitato esecutivo. "Dopo
l'estate gli incrementi del Pil saranno consuntivati superiori
rispetto alle previsioni, perché emergerà una forte spinta dai
consumi".
"Consuntivati"?
Cavolaccio, quelli dell'Abi sanno cose
che noi non sappiamo!
* l'out-put gap misura la differenza
tra il prodotto interno lordo effettivo e quello potenziale.
Mauro Artibani
https://www.amazon.it/dp/B073MZ8D61/ref=sr_1_2?ie=UTF8&qid=1499033170&sr=8-2&keywords=mauro+artibani
martedì 20 giugno 2017
TERRORISMO, DEBITO E TORTI
Il fenomeno terroristico ci invade, ci
scrolla, ci impalla, non ci raccapezza, ci divide, ci umilia: peggio
di così?
In Europa 5.000 foreign fighters che
vanno e vengono; gli associati non quantificabili, manco i supporter,
gli emulanti poi... ma ci sono.
Il 90% di questa gente vive nelle
città. Là, dove ci si incontra, si sta insieme, magari per andare
oltre le connessioni remote, a colpi di "social",
riconquistando quelle connessioni prossime, proprio con chi ti stà
da presso.
Un bel guaio; se poi fai i conti
sballi: il debito pubblico dei paesi europei si aggira attorno al 95%
del Pil; per controllare 24/24 uno di questi debosciati occorrono,
sembra, 12 uomini x 5.000 x pressappoco altrettanti che li
fiancheggiano fa una montagna di denaro da dover spendere in tempi di
vacche magre. Ancor più magre se metti nel conto pure quel che
costano quei "protocolli di sicurezza"
Già, la sicurezza costa, troppo!
Pork: no, loro non debbono, ne stanno
vincendo, stiamo perdendo noi!
Che si fa?
Di questi tempi e con questi chiari di
luna, toh: mondiamo i nostri torti!
Torti, non dei terrorizzati con chi ci
terrorizza; del pensiero d'occidente verso quello del medioriente,
forse si.
Qual cosa da dover farci perdonare si
trova sempre; faremo mancare all'Isis e ad Al qaeda la terra sotto i
piedi, scavando un fossato tra "loro" e chi l'abita.
Non costa denaro; un pò di coraggio,
si!
Si dirà, non ci sono solo i credenti
dell'Islam, da noi stranno pure i loro miscredenti?
Beh allora, se non si vuol riconoscere
il torto dovremo rivedere le nostre ragioni. Una almeno, quella
ragione accidentale che ha smarrito la capacità di essere egemone:
un brutto affare!
Essì, da quando almeno, per generare
quel "senso" che accomuna, abbiamo sostituito i Filosofi
con i pubblicitari.
Ennò, non funziona.
Mauro Artibani
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martedì 19 aprile 2016
LA CRESCITA SI FA CON LA SPESA, NON CON L'INFLAZIONE
"Il 2016 non sarà meno foriero di
sfide per la BCE. Le prospettive per l’economia mondiale sono
circondate da incertezza. Dobbiamo fronteggiare persistenti forze
disinflazionistiche". Così dice Mario Draghi, presidente della
Bce, nell'introduzione al rapporto annuale 2015 dell'istituto di
Francoforte:"Si pongono interrogativi riguardo alla direzione in
cui andrà l’Europa e alla sua capacità di tenuta a fronte di
nuovi shock. In questo il nostro impegno a onorare il mandato
conferitoci continuerà a rappresentare un’ancora di fiducia per i
cittadini d’Europa".
Persistenti forze disinflazionistiche?
Fiuuuuu! Forzati della dietrologie, c'è
pane per i vostri denti, datevi da fare.
Dove stanno? Quali sono? Cosa vogliono
ottenere?
Vi do un aiutino: stanno nel mercato,
sono quelli che fanno la spesa, reclamano la possibilità di poter
continuare a farla.
Si, insomma quella deprecabile gente,
prodica e men che mai satolla. Quella che, pur affrancata dal
bisogno, con quel fare fa il 60% della crescita economica. Si,
insomma, quelli della "spesa privata", privati del reddito
sufficente a farla. Nella fattispecie, i cittadini dell'Ue.
Proprio quelli che i Nostri vogliono
favorire con i tassi bassi per poter spingere l'inflazione.
Lo dice Ignazio Visco, di Bankitalia:
"Bassi tassi nominali potrebbero far male ad alcune istituzioni
ma sono necessari per il rafforzamento della crescita, l'aumento del
reddito disponibile e della spesa, e in ultimo dell'inflazione".
Dice pure il vice Draghi, Vitor Constancio: "La Bce ha fatto...e
continuerà a fare ciò che è necessario per perseguire l'obiettivo
della stabilità dei prezzi che ora prevede anche cercare di
incoraggiare la crescita.
Vediamo di venire a capo del bandolo
della matassa che sta dietro queste dicerie: Io che a furia di
cibarmi sto in sovrappeso, che vesto alla moda che passa di moda e
per andare da qui a lì lo faccio in Suv, se dispongo di 100 euro per
fare la spesa e sul mercato ci sono merci per un valore di 120 euro,
manco di poter acquistare il tutto e fare tutta la crescita
possibile.
A fronte di questa mancata crescita:
Loro, abbassano il costo del denaro
affinchè io lo prenda e lo spenda, così non scendono i prezzi. Anzi
salgano (inflazione).
Io, affrancato dal bisogno, non ho
convenienza alcuna ad indebitarmi per acquistare sovrappiù, ancor
meno quando, con l'inflazione, costa di più (deflazione).
Loro hanno il mandato istituzionale
della stabilità dei prezzi, situata attorno al 2% (gulp), a cui si
attengono per fronteggiare quelle intravviste persistenti forze
disinflazionistiche.
Io mi sforzo di dover pareggiare il
conto. Se per loro i prezzi sono stabili se aumentano del 2% devo
spendere un 2% in meno per tenere stabile il potere d'acquisto.
Si sta ficcati insomma dentro un
ginepraio, di interessi confliggenti, che gira in tondo minando ancor
più la crescita, dimentichi che inflazione e deflazione "per me
pari son".
Giust'appunto dispositivi, ad uso del
mercato efficiente, per ripristinare l'equilibrio quando risulta
alterato il rapporto domanda/offerta. Equilibrio che occorre
garantire per ottimizzare l'impiego dei fattori produttivi.
Equilibrio possibile mediante la
gestione attiva del "processo di consumazione" che gli
arrangi, tentati per manomettere, l'inflazione hanno tentato di
scalfire.
Si rende pertanto evidente dover
riconsiderare l'efficacia delle politiche di reflazione adottate,
alla luce degli imperativi che regolano l'equilibrio nell'economia
dei consumi:
- Quel che viene prodotto deve essere consumato.
- Produttori e consumatori debbono disporre dei mezzi di esercizio per poter dispiegare per intero il loro ruolo.
- La crescita si fa con la spesa. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa, remunera.
A chi parrebbe di poter scorgere, in
questo azzardo, la possibilità di andare oltre quell'ineffettuale
già fatto, scorga, scorga pure.
Mauro Artibani
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mercoledì 23 marzo 2016
DEBITI IMPLICITI E QUELLI ESPLITICI PER ME PARI SON
Guai in vista per l'Europa. Il Sole 24
Ore riprende l’annuale classifica della fondazione tedesca Stiftung
Marktwirtschaft (letteralmente ‘Fondazione per l’economia di
mercato’) sulla sostenibilità dei debiti pubblici dei Paesi Ue.
Lo studio calcola sia il debito
'esplicito' (quello noto, di cui normalmente si parla) che quello
'implicito' (dato dagli impegni pensionistici, dai costi futuri per
la sanità e l’invecchiamento della popolazione), dei vari paesi
dell’area euro. Secondo la classifica, stilata da questa
istituzione basata a Berlino - un think tank di ispirazione liberista
molto vicina agli ambienti industriali e finanziari tedeschi - il
debito pubblico totale italiano è l’unico nella Ue ad essere sotto
il fatidico tetto del 60% del Pil, precisamente al 57%, mentre quello
tedesco è addirittura quasi tre volte più elevato, al 149%. La
media della Ue al 266%, mentre le altre posizioni vedono la Francia
al 291%, la Gran Bretagna al 498% e la Spagna al 592%! Cifre che
secondo il quotidiano dovrebbero far seriamente riflettere sulla
irrazionalità del Fiscal Compact.
Questo quel che accade al capezzale di
un, più che vecchio, gerontocratico continente.
E Noi del bel paese, che abbiamo fatto
i compiti a casa, possiamo tirare il fiato mentre gli altri debbono
cominciare a farli?
Bando alle ciance, tocca individuare
chi ha fatto il casino.
Dannazione a tutti i Baby Boomers che
stanno mettendo in crisi le casse degli Stati prendendo di pensione
più di quanto hanno dato. nvecchiando in massa avranno meno spesa da
fare; più fragili avranno bisogno di più interventi sanitari. E non
finisce qui. Poco prolifici, hanno ridotto il numero dei posteri che
dovranno dunque fare più spesa procapite per fare la crescita ma che
mancheranno di farla perchè squattrinati e senza lavoro.
Per cotanti dispetti fatti allora,
tocca a tutti fare una faroce Spending Review e zitti e mosca!
Oppure, si potrebbe iniziare
sospendendo a tempo determinato le regole della democrazia.
"Dimissionare" la gerontocrazia al potere con il voto di
una minoranza e dimissionati stenderli. Si potrebbero pure iniettare
virus sterminatori per riequilibrare la piramide demografica per
pagare meno pensioni, ridurre pure i costi sanitari. Essipperchè
quelli che restano staranno in salute.
Se qualcuno ritiene necessario avere
pezze d'appoggio per giustificare il genocidio e scampare alla forca,
mostri come il problema sia rappresentato dall'invecchiamento proprio
della generazione dei baby boomers e da quella dei Millennials che
non ha ancora raggiunto il massimo delle sue potenzialità. Questi
cambiamenti hanno già ridotto dello 0,6% annuo la crescita del PIL
USA nel periodo 2004-2014, riduzione che salirà allo 0,8% nei
prossimi otto anni.
Per chi si mostra renitente ad
impiegare soluzioni hard può ripiegare su più anodine soluzioni
soft per risolvere l'inguacchio. Piano piano, sottovoce: Il prelievo
fiscale diretto tassa il reddito, quello indiretto tassa l'esercizio
della spesa che genera quel reddito; meno tasse sulla spesa, più
spesa; più crescita, più reddito; più prelievo fiscale da quei
redditi. Toh, meno debito!
Essipperchè, è bene rammentare a
chicchessia come la crescita si faccia con la spesa, non con la
produzione, nè con il lavoro, neanche più con il debito!
Mauro Artibani
https://www.facebook.com/133670339996087/photos/a.1032884836741295.1073741825.133670339996087/1032884756741303/?type=1
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lunedì 10 agosto 2015
C'E' UNO SPAZIO TRA DISOCCUPAZIONE E DEFLAZIONE
Stabile in giugno il livello della
disoccupazione in Europa : il dato diffuso oggi da Eurostat mostra
che il tasso e' stato pari all'11,1% nell'Eurozona e al 9,6% nell'Ue
a 28 paesi. In entrambi i casi, il dato e' invariato rispetto a
maggio ed e' in calo rispetto a un anno prima. In Italia e' tornato a
salire al 12,7%. Resta piu' elevato il livello della disoccupazione
registrata fra i giovani sotto i 25 anni : il 22,5% in Eurozona e il
20,7 in Ue. In Italia e' al pari al 44,2%. Il mese scorso, i
disoccupati europei erano 23,296 milioni di cui 17,756 nei 19 paesi
della moneta unica. L'Italia e' fra i paesi che hanno registrato un
aumento rispetto al mese scorso attestandosi al 12,7% e al quinto
posto in Europa, dietro a Grecia, Spagna, Cipro e Croazia.
Ricapitolando:
Ai disuccupati di tutte le età mancano
i denari per fare la spesa.
Quando non si può fare la spesa,
quelli che ancora lavorano produrranno più di quel che il mercato
chiede.
Quel sovrapprodotto renderà poco
produttivo quel lavoro.
Se si riduce il valore di quel lavoro,
si ridurrà il suo remunero.
Quei magazzini delle Imprese, pieni di
invenduto, svalutano il valore delle merci.
Se non fosse una bestemmia si potrebbe
ambire alla deflazione dei prezzi, buona per rifocillare il magro
potere d'acquisto di chi deve fare la spesa.
Tal esecrabile accadimento rimetterebbe
in gioco tutti. I Produttori svuotano i magazzini, chi lavora riduce
il sovrapprodotto, chi non lavora può sperare di poter nuovamente
lavorare: tutto bene!
Per tutta risposta, in base ai dati
Eurostat la rilevazione preliminare sull'inflazione nell'Eurozona
risulta in crescita dello 0,2% su base annuale nel mese di luglio.
Dopo la crescita dello 0,2% di giugno e dello 0,3% rilevata a maggio,
risultando in linea con le attese degli analisti. L'indice Core si
attesta al +1% a/a lievemente superiore alla rilevazione precedente
fissata su un indice dello 0,8%.
Vuoi vedere che tutte le politiche di
reflazione fin oggi messe in campo, l'ultima con il Quantitative
Easing dalla Bce, stanno impallando il ganglio vitale dell'Economia
di Mercato? Là, dove si formano i prezzi.
Essipperchè, tutta quella liquidità
immessa nel sistema economico non fa fare il prezzo allo squilibrio
che si mostra tra domanda e offerta.
Signori Policy Makers, accidenti a voi:
per ripristinare il corretto funzionamento dello scambio
nell'Economia dei Consumi, dove l'offerta risulta strutturalmente in
eccesso, s' ha da acquistare la domanda. La deflazione può risultare
uno dei modi per farlo.
Non si venga a dire che, se scendono i
prezzi, vengono rimandati gli acquisti in attesa di ulteriori cali.
Tutto il comparto Hi-Tech, ficcato dentro una deflazione strutturale,
fa il pieno di vendite con il prezzi al ribasso.
Chedete a quelli che lavorano negli
Store di Apple, la fatica che fanno per dare il resto a tutti.
Mauro Artibani
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giovedì 6 novembre 2014
A TERNI ESPERIMENTI DI ECONOMIA DEI CONSUMI
Nel mondo si misura in 580
milioni di tonnellate la sovraccapacità produttiva nell’industria dell’acciaio.
80 milioni in Europa.
A Terni, nelle acciaierie, per ridurre i costi di tal
garbuglio tagliano di 100 milioni l’anno i costi. 537 di quelli che lavorano
vanno in sovrappiù, per gli altri riduzioni di stipendio.
Il 18/10/14 pressappoco 113.000 ternani reagiscono, 30.000
vanno in piazza. Manifestano solidarietà e pure un po’ di interesse, anzi molto, per quelli che
mancheranno di portare i soldi a casa e per quelli che ne porteranno meno. In
piazza ci stanno pure quelli che non venderanno a chi ha perso il lavoro o venderanno meno a quelli che guadagneranno
meno. Già, ci stanno, e pure in cagnesco perché scorgono un domani gramo: senza lavoro anch’essi.
Fanno scongiuri insomma fabbricanti, commercianti, artigiani,
professionisti, persino le banche che vedranno deteriorarsi i loro crediti.
Stretti di chiappe, su un lato della piazza, ci stanno pure tutti quelli
dell’indotto.
Una reazione a catena, di
sovraccapacità in sovraccapacità, che costa e non fa guadagnare; per quelli del
prelievo fiscale, che a Terni hanno rappresentanza, solo spiccioli.
Brrrrrrrrrrrr, fa freddo!
Per riparare il danno quelli al
Governo nazionale sembrano muoversi tra opzioni lasche, spazi stretti e tempi
lunghi.
Beh, intanto ai ternani per non restare intirizziti
nell’attesa tocca muoversi.
Le politiche keynesiane che,
quand’anche efficaci, fatte a debito non sono spendibili.
Fomentare impresa invece, a
costo quasi zero, guadagnando un ricostituente fiscale si può: Per quei 537 si
possono spendere 73,5 ettari* di terreno agricolo demaniale dato in comodato
d’uso da Comune, Provincia e Regione.
C’è bisogno degli utensili per
coltivare? Beh… tocca alle Imprese investirci
per dare sprone a quei senza lavoro che hanno smesso di fare la domanda.
Se poi viene assunto pure
“quel modello produttivo
agricolo italiano, primo per produzione di valore aggiunto” il gioco è fatto.
Se tornano a lavorare,
con il surplus che se ne trae, si fa reddito
buono per fare la spesa. Se tanto da’ tanto si può fare, anzi occorre farlo!
Occorre fare pure altro però per
quel lavoro che quando c’è remunera poco, pressappoco quel-che-serve-per-vivere,
facendo mancare la capacità di acquistare quanto prodotto.
Essipperchè, così conciati si
va ramenghi in sovrappiù. Tutti!
Se l’Impresa paga il lavoro
quanto può per tenere arzilla la produttività, può fare ancora meglio
abbassando i prezzi per alleggerire i costi della sovraccapacità, recuperando
pure capacità competitiva. “Bonus” insomma, buoni per rifocillare quel potere
d’acquisto di chi acquista poco, per far acquistare il resto.
Così si possono pareggiare i
conti e tutti insieme tornare a fare.
Eggià, nell’economia dei
consumi funziona così: occorre spendere per poter lavorare.
Così i negozianti possono smettere
di oziare, i progettisti tornare ad
architettare ed ingegnare per muratori che tornano a murare con i manovali a
dare una mano. Pure i taxi a girare, le agenzie ad agire servizi, gli agenti a
fare la guardia. Persino Maurizio, non più solo soletto, può tornare a dare
lezioni di chitarra, mentre per quelli all’angolo della piazza finalmente poter rilassare i glutei.
Bizzarro eh?
*Quelli del Dossier di Coldiretti con Symbola,
Unioncamere e Fondazione Edison considerano il modello produttivo agricolo italiano
primo per produzione di valore aggiunto. Viene stimato triplo rispetto a Regno
Unito, doppio rispetto a Spagna e Germania, superiore del 70% a quello
francese. In questo settore l'Italia è prima anche per addetti occupati, con
7,3 addetti per ettaro, a fronte di una media europea di 6,6 addetti.
Mauro Artibani
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venerdì 11 aprile 2014
LA CRISI E IL COLLASSO DEL VALORE
Mettete che in Francia
il potere d’acquisto dei cittadini, dall’introduzione dell’Euro a oggi, sia
crollato: 1000 Franchi del 2001, nel 2011 avrebbero un potere d’acquisto di 181
Franchi.
Aggiungete che il tasso di occupazione in Italia sia arrivato al 55,2%.
Metteteci pure un pizzico di disoccupazione, in Europa al 11,9%
E, oplà: “si sta/come d’autunno/sugli alberi/ le foglie”.
Tanto che la stima preliminare della Commissione Europea, dell'indice relativo alla fiducia dei consumatori, dice: -9,3 punti. Sic!
Signori, il cocktail della crisi sta qui, ha pure un nome: “collasso del valore”. Bevetelo!
Essipperchè, come ebbe a scrivere Menger: Il valore non è qualcosa di intrinseco alle merci, non è una loro proprietà, ma semplicemente l'importanza che noi attribuiamo alla soddisfazione dei nostri bisogni; in relazione alla nostra vita ed al nostro benessere.
Lo sanno le imprese che, con la sfiducia che gira per il mercato, vedono le loro merci svalutate.
Lo sanno pure quelli che fanno quelle merci che vedono, negli smilzi redditi, svalutato il loro lavoro.
Il cane si morde la coda: a sfiducia si somma sfiducia; si disgrega ancor più la spesa, pure quella aggregata.
Gulp, proprio quella spesa che fa la crescita.
Già, quando il debito smette di surrogare le insufficienze del sistema produttivo i nodi vengono al pettine.
La spesa, tenuta fuori dal novero dell’esercizio produttivo, impalla la gestione dei fattori Capitale e Lavoro.
Se la crescita rende indifferibile l’esercizio del consumo, alla spesa tocca rivendicare l’imprescindibilità di quell’esercizio per chi, nel farla, impiega pure annessi ancor più produttivi: il tempo, l’attenzione, l’ottimismo.
Già, per dipanare il garbuglio occorre impiegare queste risorse anticicliche che la spesa impiega per fare la crescita.
Proprio quegli annessi, accreditati dai pubblicitari e da quelli del marketing che apprezzano in pieno il valore di quelle risorse necessarie per rendere fluido il ciclo economico.
Risorse che, ancor più scarse, sono valore. Ad esser pignoli, si fa valore pure quel reddito, scarsissimo, impegnato per fare quella spesa che sta oltre il bisogno.
Risorse, insomma, da impiegare per ripristinare la produttività del sistema e far tornare a funzionare il meccanismo dello scambio.
Prodrome alla spesa, se attive, la stimolano; se stimolata, riavvia quella crescita che rivaluta gli svalutati.
Giust’appunto, per acquisire tal vantaggio recuperando capacità produttiva, finanche quella competitiva, agli svalutati tocca l’impresa di ricapitalizzare i gestori di quelle risorse: con una fava due piccioni, insomma, forse tre.
http://www.mixcloud.com/enricopietrangeli5/love-peace-and-bike-puntata-numero-40/
Mauro Artibani
www.professionalconsumer.wordpress.com
Aggiungete che il tasso di occupazione in Italia sia arrivato al 55,2%.
Metteteci pure un pizzico di disoccupazione, in Europa al 11,9%
E, oplà: “si sta/come d’autunno/sugli alberi/ le foglie”.
Tanto che la stima preliminare della Commissione Europea, dell'indice relativo alla fiducia dei consumatori, dice: -9,3 punti. Sic!
Signori, il cocktail della crisi sta qui, ha pure un nome: “collasso del valore”. Bevetelo!
Essipperchè, come ebbe a scrivere Menger: Il valore non è qualcosa di intrinseco alle merci, non è una loro proprietà, ma semplicemente l'importanza che noi attribuiamo alla soddisfazione dei nostri bisogni; in relazione alla nostra vita ed al nostro benessere.
Lo sanno le imprese che, con la sfiducia che gira per il mercato, vedono le loro merci svalutate.
Lo sanno pure quelli che fanno quelle merci che vedono, negli smilzi redditi, svalutato il loro lavoro.
Il cane si morde la coda: a sfiducia si somma sfiducia; si disgrega ancor più la spesa, pure quella aggregata.
Gulp, proprio quella spesa che fa la crescita.
Già, quando il debito smette di surrogare le insufficienze del sistema produttivo i nodi vengono al pettine.
La spesa, tenuta fuori dal novero dell’esercizio produttivo, impalla la gestione dei fattori Capitale e Lavoro.
Se la crescita rende indifferibile l’esercizio del consumo, alla spesa tocca rivendicare l’imprescindibilità di quell’esercizio per chi, nel farla, impiega pure annessi ancor più produttivi: il tempo, l’attenzione, l’ottimismo.
Già, per dipanare il garbuglio occorre impiegare queste risorse anticicliche che la spesa impiega per fare la crescita.
Proprio quegli annessi, accreditati dai pubblicitari e da quelli del marketing che apprezzano in pieno il valore di quelle risorse necessarie per rendere fluido il ciclo economico.
Risorse che, ancor più scarse, sono valore. Ad esser pignoli, si fa valore pure quel reddito, scarsissimo, impegnato per fare quella spesa che sta oltre il bisogno.
Risorse, insomma, da impiegare per ripristinare la produttività del sistema e far tornare a funzionare il meccanismo dello scambio.
Prodrome alla spesa, se attive, la stimolano; se stimolata, riavvia quella crescita che rivaluta gli svalutati.
Giust’appunto, per acquisire tal vantaggio recuperando capacità produttiva, finanche quella competitiva, agli svalutati tocca l’impresa di ricapitalizzare i gestori di quelle risorse: con una fava due piccioni, insomma, forse tre.
http://www.mixcloud.com/enricopietrangeli5/love-peace-and-bike-puntata-numero-40/
Mauro Artibani
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venerdì 4 ottobre 2013
IL PARADOSSO DELLA PARSIMONIA 2
Non sempre accade, quando accade sono
guai: le aziende americane, dice la Federal Reserve, continuano ad
accumulare liquidità; nel secondo trimestre 2011 le loro riserve
sono salite del 4,5 per cento, a 2047 miliardi di dollari. Si tratta
del livello maggiore dal 1945.
Stessa brusca frenata, dice Eurostat, pure per gli investimenti in
Europa nel quarto trimestre 2011.E nel “ decennio perduto” del Giappone? Pure lì pressappoco la stessa cosa.
Guai! Quando insomma si manca di fare la spesa in conto capitale, perchè chi deve fare la spesa in conto merce manca del denaro sufficiente ad acquistare e le merci restano invendute, si inceppa il ciclo produttivo.
Già, la crisi si mostra in tutte le salse: le vendite al dettaglio, per esempio, segnano il tredicesimo calo consecutivo su base annua, mostrando a luglio una contrazione dello 0,9%. Lo rileva l'Istat, precisando che rispetto a giugno la flessione del commercio al dettaglio è dello 0,3%.
Beh, allora per quei capitali inattivi un po' di deflazione alla giapponese, che aumenterebbe il valore di quei risparmi, non farebbe poi male.
Non accade però, si reflaziona tutto pur di sostenere la domanda.
Eggià, abbassando il costo del denaro diventa conveniente indebitarsi, sconveniente invece prestare quel risparmio di capitale; sale pure oltre il lecito il rischio in altri impieghi.
Si, insomma si mancano chances tuttaffatto trascurabili!
L'inflazione, sospinta, quella invece sale, magari poco, ed erode.
Erode, eccome, il valore di quelle rimesse non spese.
Et voilà, il paradosso della parsimonia 2: la vendetta?
Cari signori dell'altra sponda, occorre cambiare registro.
Nei tempi bui della crisi torna a farsi prepotente una regola dell'economia dei consumi: là, dove si ha più bisogno di vendere che di acquistare, occorre impiegare quelle risorse di capitale meno per produrre, più per smaltire il già prodotto.
Si sbocca così il meccanismo dello scambio; così si garantisce la crescita.
Evvivaddio, torna a farsi conveniente l'investimento di quel capitale.
Mauro Artibani
venerdì 27 settembre 2013
QUESTI SONO MATTI
Un dato preso a caso tra i tanti che il mercato offre ogni giorno: Europa, in otto mesi la domanda di auto nuove è stata pari a 7.841.596 unità, ovvero il 5,2% in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il livello più basso del periodo gennaio-agosto registrato dal 1990.
Dal 1990? gulp!
Altri dati, altro giro:
Negli Usa, al netto del tasso di inflazione, il 40% di chi lavora guadagna meno di quello che era il salario minimo nel 68.
Non va meglio nel resto del mondo: quelli dell' Ilo scrivono che il tasso degli inoccupati sta attorno al 65%. Beh, vuol dire che il 35% degli attivi mangia la polvere.
In Gb il 20% di salari e stipendi sta sotto il reddito minimo garantito: 15% degli uomini , il 25% delle donne.
E i 7 milioni di mini job erogati in Germania da 450 euro/mese?
Noi in Italia non stiamo a guardare: il reddito disponibile delle famiglie nel 2013 torna ai livelli di 25 anni fa. L'Ufficio Studi di Confcommercio evidenzia che nel 2013 il reddito disponibile e' pari a 1.032 miliardi di euro, rispetto ai 1.033 del 1988.
Gulp, gulp ed ancora gulp.
Se tento mi da tanto, non si acquista perchè mancano i redditi sufficienti a fare la spesa.
Per tutta risposta ed uscire dall'impasse si mette in campo una ipotesi stupefacente: l'Ue raccomanda di spostare il prelievo fiscale dalle persone alle cose, tra queste l'Iva. Gulp!
Ennò signori: già, dato!
Essipperchè tra i poco invidiabili primati fiscali l'Italia, tra i principali Paesi della zona Euro, ha anche quello del record dell'aumento dell'aliquota ordinaria dell'Iva, cresciuta in 40 anni di 8 volte. Lo afferma l'ufficio studi della Cgia di Mestre. Dall'anno della sua apparizione, il 1973 al 2013 l'Iva e' aumenta di ben 9 punti, portandosi dal 12% all'attuale 21% - dall'11 al 19% invece in Germania, dal 16 al 21% in Olanda, addirittura diminuita, dal 20% al 19,6% in Francia.
Come se non bastasse c'è un'altra stangata in arrivo. Dal 1° ottobre, salvo cambiamenti dell’ultima ora, l’aliquota Iva del 21% salirà al 22%. Per il 2013 il costo complessivo a carico dei consumatori sarà di circa 1 miliardo di euro, dal 2014 toccherà i 4,2 miliardi. Ipotizzando che i comportamenti di consumo delle famiglie italiane rimangano immutati, la CGIA di Mestre stima che per un nucleo costituito da 3 persone l’aggravio medio annuo sarà di 88 euro. Nel caso di una famiglia di 4 componenti, l’incremento medio annuo sarà invece di 103 euro.
E la tares, già tarsu, che sta arrivando?
Già, aumento dell'iva + la tares, ovvero maggior prelievo fiscale sull'acquisto e lo smaltimento del consumato.
Toh, tassato proprio il lavoro svolto da chi sta sul mercato per consumare; che proprio con quegli esercizi fa crescere l'economia.
Gulp: tassato il lavoro, insomma, non il reddito da lavoro!
A conti fatti, per rimpinguare il portafoglio toccherà vendere la vecchia auto altro che acquistarne una nuova: alla faccia della crescita!
Mauro Artibani
http://www.alibertieditore.it/?pubblicazione=la-domanda-comanda-verso-il-capitalismo-dei-consumatori-ben-oltre-la-crisi
giovedì 9 maggio 2013
FARE PIU' EUROPA S.P.A.
Fare più Europa. Lo dicono in molti, pochi fanno quel che s' ha da fare per farla st' Europa.
Già, ma come si fa?
Di questi tempi risulta tutto più difficile o forse, giacchè costretti, più facile.
Il gioco si fa duro quando nelle palestre della politica volano sberle tra chi, senza se-senza ma, afferma la crescita senza il debito (Germania & Co) e gli altri che si stanno organizzando, con i se e i ma alla bisogna, per far spuntare una qualunque crescita.
Tra chi insomma ha trovato il modo di crescere impiegando il debito degli altri e chi, per poter ridurre quel debito, ha smesso di crescere.
Personaggi ed interpreti: i primi producono più di quanto consumano, i secondi, al contrario, consumano più di quanto producono. Fin ieri i primi hanno fatto affari, con merci competitive vendendo ai secondi che, per acquistare, hanno fatto debiti.
Fin ieri appunto: nel 2007 il valore dei beni esportati dalla Germania è stato pari a 969 miliardi di euro, mentre quello dei beni importati è stato pari a 772.5 miliardi di euro.
Eppur importano dall'Europa il 72% delle merci mentre ne esportano il 65%.
E non finisce qui: a Marzo 2010 le esportazioni tedesche hanno segnato un +10,7% rispetto al mese precedente mentre le importazioni sono cresciute dell’11% su base mensile; il surplus commerciale si è allargato a 17,2 miliardi euro dai 12,7 di febbraio.
La spesa aggregata, per quelle merci, fatta oltre confine, insomma, vale più di quella fatta dentro il confine. Il rapporto nell'interscambio resta asimmetrico, gli squilibri nelle bilance commerciali lo mostrano.
Oggi, in mezzo alla crisi, quei grandissimi teutonici chiedono al resto d'Europa di ridurre il debito; questi, nel farlo, vanno in recessione.
Purtuttavia anch' essi iniziano a fare i conti con la recessione: l'indice dei direttori d'acquisto oggi si contrae, Volkswagen riduce ricavi e utili, le vendite al dettaglio mostrano il segno meno.
Diminuzione della crescita, giust'appunto, come accade a molti altri europei. Sob!
Eggià, la recessione italiana da sola costa a Berlino sette miliardi in export.
Chi pensa di poter fare i conti senza l'oste sbaglia.
All'osteria, appunto, dove si mangia, si beve e l'amore si fa, poi si paga, alla romana però. Pagheranno tutti, ciascuno per quanto ha da vendere o da acquistare : le Imprese dovranno pagare la capacità di acquisto dei Consumatori e così poi poter vendere; per i Consumatori, venduta la capacità di spendere dovranno tornare ad acquistare. Toh, una Società per Azioni.
Eggià, il meccanismo economico-produttivo per funzionare ha bisogno di impiegare al meglio tutte le risorse produttive di cui dispone il mercato. Tocca mettere, insomma, tutti gli operatori che stanno dentro la domanda aggregata nella condizione di fare quanto gli spetta. I Consumatori europei per esempio, quando dispongono delle risorse adeguate, fanno il 60% della crescita; quando sono sottocapitalizzati, si fanno renitenti a spendere e sono cacchi, per tutti, ma proprio tutti.
Mauro Artibani
Studioso dell’Economia dei Consumi
www.professionalconsumer.wordpress.com
giovedì 21 marzo 2013
UNA PROPOSTA INUSITATA PER USCIRE DALLA CRISI
In Europa la strategia anticrisi trova nella riduzione del debito la formula al grido di “consolidamento fiscale”; negli Usa si tenta di fare il contrario. Vediamo cosa accade, mettiamo in fila dati macroeconomici cosi come arrivano:
Tra le oltre 400 società americane che fanno parte dell'indice S&P 500 e che hanno comunicato i risultati del quarto trimestre 2012, il 72% ha evidenziato un utile sopra le stime. In termini di fatturato, il 66% delle imprese ha registrato un giro d'affari migliore delle attese, insomma, si vende.
Si, si vende. Le spese dei consumatori sono salite dello +0,2% a gennaio. I redditi personali però sono scivolati -3,6%, riportando il tonfo più forte in 20 anni. Il tasso di risparmio è anch'esso sceso al 2,4% a gennaio, al minimo in sei anni. L'inflazione misurata dalla componente core dell'indice dei prezzi al consumo è salita +0,1%.
La Federal Reserve dice che i crediti al consumo sono aumentati a gennaio negli USA da $16,2 miliardi a $2,8 bilioni.
Nuovo doping pure del debito federale: da quattro anni consecutivi superiore ai 1000 mld dollari/anno.
Crescita, insomma, sussidiata con il debito.
Per tutta risposta, l'economia a stelle e strisce continua a crescere in modo modesto ma costante, questo dice il Beige Book della Fed rilasciato il 6 Marzo. Pesano il sequester e le altre incertezze legislative; il mercato del lavoro continua a non manifestare concreti segnali di ripresa.
Nel frattempo il Pil nell'area dell'euro, nel terzo trimestre 2012, è diminuito dello 0,1%. Ci si attende che continui a contrarsi anche in T4 (-0,4%), così come anticipato dal basso livello di fiducia registrato dalle inchieste e dalla brusca flessione della produzione industriale a ottobre.
La disoccupazione raggiunge il massimo all'11,7%.
I debiti sovrani non si riducono, anzi crescono, così pure i deficit.
Dall'una all'altra parte dell'Atlantico, insomma, botte corna e chitarra rotta!
Di qua, per ridurre il debito si va in recessione; di là, per evitare la recessione si fa debito.
Risultato: per i primi, recessione e ancor più debito; per i secondi più debito per sostenere una crescita che si mostra insufficiente a ripagare il debito.
Orbene, mentre continuano a darsi battaglia i soloni dell'una e dell'altra sponda, senza cavare un ragno dal buco, quella mole di debito ha reso il credito inattingibile sbarrando il passo a tutti gli esercizi di reflazionamento forzato dell'economia.
Occorre, insomma individuare passi carrabili, magari inusitati, per uscire dal guado.
Toh: la crescita si fa con la spesa, quella privata da sola ne fa il 60%; spesa che deve generare il reddito necessario a rifare la spesa. Tal circolo virtuoso occorre garantire, allocando quei ricavi di reddito per retribuire chi con la spesa retribuisce. Giustappunto, il modo per dare continuità al ciclo economico e sostanza alla crescita.
Mauro Artibani
Studioso dell’Economia dei Consumi
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giovedì 24 gennaio 2013
CRISI: QUELLI DEL FARE OPEROSO NON POSSONO FARE
Quando il latte nei silos aziendali caglia e con i quotidiani al mercato si incarta il pesce; quando ogni anno 30 milioni di automobili su 90 restano immobili e gli immobili restano vuoti, vuoti come gli sportelli bancari e quelli postali;quando la corrente elettrica non corre nei cavi e i commercianti non saldano i costi nemmeno con i saldi, il fare operoso degli operatori di mercato costa molto, rende poco.
C'è chi ha fatto e chi non fa. Chi, solerte, ha prodotto quel latte, quei giornali, le auto; insomma quel che c'è da produrre ricevendo, per quel fatto, danari. Chi poi non può fare quel che gli spetta per acquistare il fatto, perchè trova in tasca pochi denari per farlo.
Questo quel che la crisi mostra, nonostante questi operosi facitori siano stati costretti a impudiche fornicazioni con politiche monetarie, fiscali e pure keynasiane con l'intento di turare le falle.
Questo quel che accade: vi sono ancora renitenti all'acquisto che così riducono il valore delle merci prodotte, riducendo nel contempo il valore del lavoro impiegato per produrle.
Viene ancor più ridotto il remunero di quel lavoro così come il volume delle merci da produrre.
Vi saranno ancor più risorse inutilizzate, ancor meno ricchezza da distribuire.
Così si entra nel 2013.
La Bce prevede e non lascia scampo: “La debolezza dell'economia nell'area dell'euro si protrarrà anche nel 2013”. Nel bollettino mensile indica in particolare che gli aggiustamenti di bilancio necessari, nei settori finanziario e non finanziario, nonche' la persistente incertezza, seguiteranno a gravare sull'attività economica.
Non paghi, i banchieri centrali con una botta di ottimismo, seppur al condizionale, chiosano: Nel prosieguo dell'anno si dovrebbe registrare una graduale ripresa; l'orientamento accomodante della politica monetaria, unitamente al netto miglioramento del clima di fiducia nei mercati finanziari e alla loro minore frammentazione, dovrebbe trasmettersi all'economia e la domanda mondiale dovrebbe rafforzarsi.
Che dire: chi crede a tal fallacia alzi la mano!
Mauro Artibani
www.professionalconsumer.wordpress.com
venerdì 11 gennaio 2013
OCCORRE ESSER PRODIGHI PER MANTENERE LA PROSPERITA'
L'Europa dovra' lavorare ''molto duramente'' per mantenere il suo generoso sistema di welfare e rimanere competitiva. Lo dice il cancelliere tedesco Angela Merkel in una intervista al Financial Times: ''se l'Europa oggi rappresenta il 7% della popolazione mondiale e il 25% del pil ma deve finanziare il 50% della spesa sociale globale e' ovvio che c'è molto lavoro da fare per mantenere tale prosperita' e il suo stile di vita''.
Già, toccherà lavorare duramente, e qua iniziano i garbugli:
La spesa pubblica deve surrogare una spesa privata insufficiente per mantenere quella prosperità, dicono i keynesiani dello Stato crasso e grosso.
Macchè, tocca alla spesa privata surrogare una spesa pubblica altrimenti ipertrofica, ribattono i liberisti dello Stato smilzo.
Et voilà, gli economisti della reflazione: col sostenere i consumi gli uni, la produzione gli altri, tentano di attrezzare stampelle per la crescita.
Fanno pressappoco cosi:
I secondi, duri e puri, al grido di produttività e competitività mettono al centro il lavoro, tutt' intenti a ridurne quantità e costo. Toh, il modo per rendere le risorse di reddito insufficienti ad acquistare quanto le Imprese, così adeguatamente attrezzate, avranno copiosamente prodotto.
I primi, bastian contrari, ribattono: altro che ridotte, le quantità di quel lavoro vanno aumentate per guadagnare e poi spendere; costi quel che costi, portano al mercato merci fuori mercato.
Per riffe o per raffe insomma troppa offerta, poca domanda, crescita insufficiente e la prosperità, pah...
Da cotanto cimento dottrinario non sembra cavarsi un ragno dal buco.
E che dire se, per migliorare l'impiego delle risorse produttive di sistema, il da farsi venisse ancorato al meccanismo di trasmissione del tornaconto economico: quello che va dalla produzione al consumo privato, attraverso l'erogazione di un compenso che remuneri quell'indifferibile esercizio di acquisto al fin di rendere prodiga la consumazione?
Già, un “compenso di scopo” per dare spinta alla domanda aggregata.
Proprio quello che fa ri-produrre, creando pure lavoro e occupazione.
Che non aggrava il fardello del debito per le famiglie.
Che innesca pure quelle rimesse fiscali, buone per la spesa pubblica, acciocchè lo stato sbrighi il ruolo che gli tocca, senza rischiare il default.
Giustappunto, rendere fluido e prodigo il meccanismo produttivo, per tutti gli operatori che vi operano, si può: buono per riportare in equilibrio un sistema economico, ottimo per la crescita.
Anzi si deve, perchè occorre essere gente prospera per esser prodighi. Prodighi per mantenere la prosperità.
Mauro Artibani
Studioso dell’Economia dei Consumi
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