Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, non perde l’occasione di sbandierare il Libro Bianco con su scritto il voler trasformare l’Italia, entro il 2030, in un paese più efficiente e produttivo, con una migliore spesa pubblica e un piano per la riduzione del debito.
Ok, quando riuscirò ad averne copia, saprò cosa si vorrà fare per il Paese. Oddio, son curioso di saper pure cosa vorranno fare per la produttività delle proprie Ditte.
Per non farla troppo lunga prendiamo di petto, giust’appunto, l’efficienza e la produttività. Prima, nell’evo passato, le imprese, con la produttività, erano riuscite e fare il meglio, magari tagliando il costo del lavoro, rifilando a chi lavora redditi insufficienti per poter acquistare quanto veniva prodotto* ottenendo il disprezzabile risultato di finire in surplus produttivo; per riparare al danno si aggrapparono a tutte le asimmetrie informative** spendibili e alle politiche monetarie lasche per non far scendere i prezzi.
Ebbri ancor del credito del “produrre la ricchezza”, dimentichi come il fare merci sia, seppur condizione necessaria, nient’affatto sufficiente per generarla; sufficienza che, piaccia o meno, sta in carico alla spesa.
Permalosi pure: se dici ma…. sei ant’impresa.
Giacchè non lo sono, provoco: la pandemia spinge a rivedere i processi innescati dalla globalizzazione aprendo una questione grande così. Le catene globali del valore rischiano di venire squassate con gli annessi profitti degli affiliati alle filiere.
Già, proprio quel profitto che, nell’economia lineare ed aperta, remunerava il rischio d’impresa mentre, dentro quella circolare e continua, intrappola risorse sottraendole alla crescita.
Diamo un’occhiata. Dentro le filiere produttive si trovano ficcati il titolare del prodotto, i fornitori di materie e quelli dei materiali; chi fornisce i macchinari, i designer nonché quelli della pubblicità e quelli del marketing; ci stanno i fornitori di credito, pure quelli della logistica, giù fino ai commercianti, tutti in credito di rischio che, a compenso, reclamano il profitto.
Orbene, rischio per rischio, quale Impresa vuol correr quello, con la pandemia, di trovarsi costretto nelle catene di approvvigionamento del vecchio paesello che è tanto bello?
Ci siamo, l’ora batte. Un modo nuovo della produttività s’affaccia: quella interfattoriale. Per schivare la sorte del campanilismo di ritorno, tocca investire il profitto da rischio per remunerare chi, con la spesa, quel rischio lo abbatte.
Niente paura: nell’Economia dei Consumi, proprio dove l’esercizio dell’acquisto e della consumazione chiudono il cerchio, dando continuità al ciclo produttivo, viene sottratto rischio all’impresa.
Il remunero del rischio, riallocato per dare sostegno alla domanda, tiene attiva la funzione consumo; per i Produttori un investimento che rende efficiente la gestione dei fattori della produzione, garanti dell’utile d’impresa. Se viene a ridursi il prezzo delle merce si rende competitivo il prodotto; viene rifocillato il potere d’acquisto per poter avere ben più di quel-che-serve-per-vivere associando, insomma, l’acquirente alla „ditta“.
Già, solo con i consumatori, azionisti della filiera, le catene potranno compiutamente approvvigionare il valore sventando le “catenelle caserecce” che legherebbero chi, proprio nel globo interconnesso, trova il meglio tra i multifattori da aggregare, per confezionare al meglio ed esportare.
*I dati di Confcommercio lo certificano, tra il 1979 e il 2013 i redditi disponibili delle Famiglie ristagnano.
**Pubblicità, marketing, moda, credito al consumo, big data e…. chi più ne ha, più ne metta!
Mauro Artibani, l'economaio
https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_3_7?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=mauro+artibani&sprefix=mauro+a%2Caps%2C207&crid=E9J469DZF3RA
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martedì 30 giugno 2020
MA QUALE PREGIUDIZIO ANT’IMPRESA
Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, non perde l’occasione di sbandierare il Libro Bianco con su scritto il voler trasformare l’Italia, entro il 2030, in un paese più efficiente e produttivo, con una migliore spesa pubblica e un piano per la riduzione del debito.
Ok, quando riuscirò ad averne copia, saprò cosa si vorrà fare per il Paese. Oddio, son curioso di saper pure cosa vorranno fare per la produttività delle proprie Ditte.
Per non farla troppo lunga prendiamo di petto, giust’appunto, l’efficienza e la produttività. Prima, nell’evo passato, le imprese, con la produttività, erano riuscite e fare il meglio, magari tagliando il costo del lavoro, rifilando a chi lavora redditi insufficienti per poter acquistare quanto veniva prodotto* ottenendo il disprezzabile risultato di finire in surplus produttivo; per riparare al danno si aggrapparono a tutte le asimmetrie informative** spendibili e alle politiche monetarie lasche per non far scendere i prezzi.
Ebbri ancor del credito del “produrre la ricchezza”, dimentichi come il fare merci sia, seppur condizione necessaria, nient’affatto sufficiente per generarla; sufficienza che, piaccia o meno, sta in carico alla spesa.
Permalosi pure: se dici ma…. sei ant’impresa.
Giacchè non lo sono, provoco: la pandemia spinge a rivedere i processi innescati dalla globalizzazione aprendo una questione grande così. Le catene globali del valore rischiano di venire squassate con gli annessi profitti degli affiliati alle filiere.
Già, proprio quel profitto che, nell’economia lineare ed aperta, remunerava il rischio d’impresa mentre, dentro quella circolare e continua, intrappola risorse sottraendole alla crescita.
Diamo un’occhiata. Dentro le filiere produttive si trovano ficcati il titolare del prodotto, i fornitori di materie e quelli dei materiali; chi fornisce i macchinari, i designer nonché quelli della pubblicità e quelli del marketing; ci stanno i fornitori di credito, pure quelli della logistica, giù fino ai commercianti, tutti in credito di rischio che, a compenso, reclamano il profitto.
Orbene, rischio per rischio, quale Impresa vuol correr quello, con la pandemia, di trovarsi costretto nelle catene di approvvigionamento del vecchio paesello che è tanto bello?
Ci siamo, l’ora batte. Un modo nuovo della produttività s’affaccia: quella interfattoriale. Per schivare la sorte del campanilismo di ritorno, tocca investire il profitto da rischio per remunerare chi, con la spesa, quel rischio lo abbatte.
Niente paura: nell’Economia dei Consumi, proprio dove l’esercizio dell’acquisto e della consumazione chiudono il cerchio, dando continuità al ciclo produttivo, viene sottratto rischio all’impresa.
Il remunero del rischio, riallocato per dare sostegno alla domanda, tiene attiva la funzione consumo; per i Produttori un investimento che rende efficiente la gestione dei fattori della produzione, garanti dell’utile d’impresa. Se viene a ridursi il prezzo delle merce si rende competitivo il prodotto; viene rifocillato il potere d’acquisto per poter avere ben più di quel-che-serve-per-vivere associando, insomma, l’acquirente alla „ditta“.
Già, solo con i consumatori, azionisti della filiera, le catene potranno compiutamente approvvigionare il valore sventando le “catenelle caserecce” che legherebbero chi, proprio nel globo interconnesso, trova il meglio tra i multifattori da aggregare, per confezionare al meglio ed esportare.
*I dati di Confcommercio lo certificano, tra il 1979 e il 2013 i redditi disponibili delle Famiglie ristagnano.
**Pubblicità, marketing, moda, credito al consumo, big data e…. chi più ne ha, più ne metta!
Mauro Artibani, l'economaio
https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_3_7?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=mauro+artibani&sprefix=mauro+a%2Caps%2C207&crid=E9J469DZF3RA
martedì 22 ottobre 2019
CAVOLO, HO POTUTO DIRE L'INAUDITO
martedì 7 maggio 2019
FESTA DEL LAVORO CHE NON CE', ANZI C'E'!
Maggio, per i credenti il mese mariano; per i creduloni del "lavoro per guadagnare", pure.
Mirabili Hdemici, sento un rumor di fondo; una risposta si deve a quelli che.... nicchiano.
Bene, ammesso ma non concesso che ci si debba arrendere ad un passato dove si è stabilito che il denaro - per far la spesa - dovesse provenire dal reddito pagato per il lavoro svolto; considerato che la faccenda risulta incastrata tra l'automazione dei processi produttivi, 3D/5G/4.0..., le migrazioni inarrestabili dal sud al nord del mondo e il Clup che detta la legge: quanto lavoro c'è, quanto vale e, ancor più, quanta spesa ci si fa?
Beh, proviamo a sbirciare:
La Spesa Pubblica per gli investimenti, serve per migliorare la produttività di sistema del paese, vieppiù spesa a termine, come il lavoro che impiega e il reddito che paga. Se invece la si vuole sine die, facendo buche e ricoprendole, non resta niente di produttivo.
Far di meno in più? Nell'economia di mercato la riduzione dell’orario di lavoro, a parità di retribuzione, deve trovare sostegno nei recuperi di produttività d'impresa, altrimenti annaspa la capacità competitiva di quella stessa Impresa che già annaspa nella capacità produttiva inutilizzata.
A meno che i teorici della "work-sharing" non dicano la loro, ignari di come funzioni il nuovo universo produttivo. Non li reggo, la dicono: "per un determinato livello di produzione, ridurre il numero di ore per lavoratore, anche a salario invariato, permette di aumentare il numero di persone che lavorano". Beh, seppur di soppiatto quel vecchio slogan, “lavorare meno, lavorare tutti”, continuerà a restare indifferente al quanto poi quei tutti avranno da spendere mentre, quegli stessi teorici, potranno continuare a dirlo alla luna.
Dunque?
Un momento! C'è il passato e il nuovo, così come lavoro e lavoro. Quello nella produzione paga il prezzo dell'utilità marginale decrescente, quello svolto nell'esercizio di consumazione dove l'utilità marginale cresce, oh oh se cresce, deve far prezzo. Pagato spende, spendendo smaltisce; smaltimento che crea lavoro.
Con la ricchezza generata lo remunera!
Mauro Artibani, l'economaio
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martedì 6 novembre 2018
PROVOCO: L' ESERCIZIO DI CONSUMAZIONE DEVE POTERSI AUTO SOSTENERE!
Natale
del 1924, a Genova si riunisce "La Compagnia Phoebus." Un
cartello fatto da Osram, Philips e General Electrics che decide di
ridurre la durata della lampadina, da 2500 a 1000 ore.
Alla
Gente che ha bisogno di luce, insomma, questi illuminati la fulminano
prima.
Oggi
l'Antitrust multa Apple e Samsung: "Aggiornamenti software per
rendere vecchi i loro smartphone". Et voilà, Ottobre 2018, si
commina la prima condanna al mondo per obsolescenza programmata!
Tra
quest'oggi e quello ieri sta l'eccesso
di capacità produttiva che si mostra in tutte le salse, in ogni
dove.
Già,
ancor più, dove si aggira gente che per il troppo cibarsi va in
sovrappeso, veste alla moda che passa di moda e che per andar da qui
a lì magari acquista un Suv: suvvia, quelli affrancati dal bisogno.
Benvenuti
nel Mondo dell' Economia dei Consumi. Là dove l'offerta si mostra
stutturalmente superiore alla domanda, dove hanno
più bisogno i Produttori di vendere che i Consumatori di acquistare!
Già,
proprio
quel
luogo che gli accademici non scorgono e che le facoltà di Economia
non insegnano.
Ciò
detto agli obsolatori* vengono comminate sanzioni: 10 milioni di euro
a quelli della mela morsicata, 5 ai coreani. Tutteddue
dovranno pubblicare sulla
pagina italiana del proprio sito internet un "mea culpa"
che informi della multa e rimandi al provvedimento
dell'Antitrust italiano.
Cavolo,
risulta obsoleto pure l'illecito se si paga con gli spicci e le
scuse!
Si
dirà: l'hanno fatto per non far collassare la produttività dei
fattori impiegati.
No!
Quel sovrappiù, da dover illecitamente smaltire, mostra invece come
siano stati mal impiegati quei fattori.
C'è
dell'altro: i consumatori, per sventare quel collasso, sono stati
costretti a mal impiegare le risorse di reddito disponibili per fare
la spesa,** e generare quella ricchezza che ha remunerato quel lavoro
e quei capitali.
Essì,
in questi 94 anni, sembra andata pressappoco così prima, durante e
dopo le crisi che si sono succedute.
Dentro
questo tempo c'è di più, anzi di peggio. Ci sta quello mostrato
dalla Fed di St Louis: la riduzione del potere d'acquisto della metà
degli anni trenta ad oggi.
Quel
debito che gira per il mondo, per surrogare quegli acquisti, arriva a
248.000 mld di $ per fare 77.000 mld di Pil.
Dopo
il detto vien da dire che la misura della produttività marginale di
questo debito, per fare quel Pil, decresce dal 1952:
Crescono invece, in numero e in
patrimonio detenuto, i super-ricchi del pianeta che, nel 2017,
hanno accumulato un patrimonio complessivo di 8,9 mila miliardi
di dollari, con una crescita record del 19% rispetto
all’anno precedente. La più forte mai osservata.
Al contempo, nel 2016, il tasso di
occupazione della popolazione di età compresa tra i 20 e i 64 anni
nell'UE arriva al 71,1 %; quello dei paesi dell'Ocse al 65, 3.
Orbene, prendete questa successione
degli eventi, shakeratela ben bene... e, senza farla troppo lunga,
op: prodotta troppa merce; più di 1/3 della gente non lavora, per
gli altri si riducono i redditi da lavoro mentre aumentano quelli da
capitale.
Ormale, se tutto questo potrebbe essere
apostrofato "immorale" per i Fanti dell'Antitrust te la
cavi con quegli spiccioli, con i Santi sconti ben altra penitenza.
Ma..... la crescita si fa con la spesa, non con la produzione ancor
meno con l'etica; ma, appunto, la ricchezza così generata viene
incassata dall'Impresa e trasferita per remunerare chi ha concorso a
generarla, non ai generatori: gulp!
Dunque, se questi fatti non son ciance
e non lo sono, provoco i Policy Makers: Una domanda di cotanto valore
deve potersi auto sostenere!
Perche?
Beh, cosa reclamano quell'obsolescenza,
quella sovrapproduzione pure il debito, il lavoro, persino il
capitale per smaltire le proprie inefficienze? Domanda!
Già, la domanda: l'unica merce scarsa
sul mercato,con l'obbligo di farla per i consumatori; che venga fatta
una indifferibile necessità per le Imprese e per chi vi lavora.
Obbligo, appunto,
che attende remunero per potersi esercitare!
Come?
Bene, di primo acchito ai Parlamenti
toccherà disporre una Legge
per un'Economia Resistente
volta a costruire un ambiente
normativo in grado di favorire un piu’ razionale impiego delle
risorse generate della spesa. Il modo, insomma, per dare sostegno
alla crescita economica e poter calibrare la produttività totale
dei fattori impiegati mediante un remunero misurato sull'efficacia
dell'azione svolta.
Per l'efficienza del mercato,
contaminato dal 4.0 nel dare il prezzo al Valore, occorre poter
disporre di dispositivi software/algoritmo che consentano di poter
misurare in tempo reale il contributo produttivo fornito dai diversi
fattori alla generazione della ricchezza: produzione, fatturato,
magazzino, profitto; la produttività del Capitale impiegato, quella
del Lavoro, il merito del remunero infine l'eventuale resto.
Resto, che può restare per la
riduzione del reddito di quel lavoro reo di aver sovrapprodotto,
rimasto in tasca a quelli del capitale pur essi rei di aver comandato
la bisboccia produttiva.
Si, quel resto che, in presenza di bip
di sistema, segnalando un gap nell'out-put deve poter remunerare il
merito produttivo di quell'esercizio di consumazione che, attivato,
riattiva il ciclo.
Astruso, complesso?
Beh, trattasi di render dinamico quel
meccanismo di allocazione/riallocazione della ricchezza ai fattori,
per misurarne l'azione produttiva e il prezzo di mercato, vivaddio
ponendo fine, finalmente, a quello statico sempre utilizzato
dall'Impresa.
Per non scalmanare i mercatisti duri e
puri mi corre l'obbligo di fare il nome di grandi
Imprese che hanno aggiornato il meccanismo: rende!
* Le due aziende hanno violato gli
articoli 20, 21, 22 e 24 del Codice del Consumo.
** Quella spesa che trasforma con
l'acquisto le merci in ricchezza; consumandole fornisce l'input per
far riprodurre generando occupazione e lavoro; fornisce continuità
al ciclo e sostanza alla crescita. Con l'Iva pagata rifocilla parte
della spesa pubblica; con i risparmi la spesa per gli investimenti
delle Imprese.
Mauro
Artibani, l'Economaio
martedì 23 ottobre 2018
CAVOLO, BURBERRY BRUCIA TRENCH!
Ve lo giuro, sono esterefatto!
Essì, pensavo di averle scrutate
tutte, di aver fatto i conti in tasca ai tutti quei sovrapproduttori
seriali che stanno al mondo. Questa mi era sfuggita.
Burberry, lo scorso anno, ha bruciato
capi e accessori firmati per un valore di oltre 28 milioni di
sterline. La rivelazione shock si trova nel bilancio della casa di
moda inglese, famosa per i suoi trench e oggi guidata
dall’italiano Marco Gobbetti.
Come scrive il Times, a conti fatti, la
cifra si potrebbe tradurre in 20mila dei suoi iconici trench andati
in fumo e negli ultimi cinque anni sarebbero state distrutte merci
per 100 milioni di euro. La distruzione degli stock in eccesso è una
pratica iscritta a bilancio e molto diffusa nell’industria del
lusso che decide così di mandare all’inceneritore una
montagna di pezzi non venduti piuttosto che farli finire negli outlet
o nel “mercato grigio”. Tutto per salvaguardare l’esclusività
del marchio e impedire contraffazioni.
Questa volta non basta avere capacità
produttiva inutilizzata; ennò, questa volta viene addirittura
bruciata.
Ci risiamo, ancora una volta,
l'economia dei consumi mostra impavida la sua faccia; quella tosta:
l'eccesso
di capacità produttiva!
Dunque
vediamo: ci sono più trench in magazzino di quelli che hanno
previsto di poter vendere.
Beh,
tu, gestore dei fattori produttivi, avresti dovuto far meglio; chi ha
lavorato a farli, ha fatto troppo; chi ha investito nell'Azienda ha
impiegato male il capitale investito.
Bene,
ficchiamo il naso dentro il bilancio della premiata ditta e sbirciamo
tra i mille dati del conto economico: "Nell'esercizio,
terminato il 31 marzo 2018, i ricavi hanno totalizzato 2,73 miliardi
di sterline.
Nello stesso anno il risparmio dei
costi ha raggiunto i 64 milioni di sterline che diventeranno 120
milioni nel 2019. Il dividendo per gli azionisti invece è salito del
6% a 41,3 pence per azione."
Stesso giorno, stessa ora della resa
dei conti, tranquillizzati da questi numeri, gli investitori
acquistato azioni Burberry alla Borsa di Londra: +4,2%.
Dai, bella no?
Dunque sterline per 2.730.000.000,
ricavate dalla spesa fatta dai consumatori, vengono intascate
dall'Impresa e, come s'usa, trasferite per remunerare quei fattori
della produzione che.... per l'amordiddio, lasciamo stare!
Beh, che il taglio dei costi riduca
pure il salario del lavoro svolto per fare quei troppi trench, ci può
stare e quell'aumento di 41,3 pence del dividendo per azione a
quelli del capitale che, in quei trench, ci hanno investito?
Un bel trasferimento non c'è che dire,
che ridurrà ancor più il potere d'acquisto di quelli che i trench,
pur di non farli bruciare, magari... potrebbero acquistarli!
C'è del marcio in Inghilterra o sta,
più semplicemente, nell'inefficienza di questo meccanismo di
trasferimento che, non potendo remunerare direttamente l'esercizio di
consumazione, danneggia la produttività totale dei fattori
produttivi?
Dunque, se gli
eticisti additano inequivocabilmente l'intrallazzo morale, gli
altri chi additeranno?
Il dito, la Luna o quel dannato
paradigma che attribuisce, fuori tempo massimo, ancora all'impresa e
non alla spesa la generazione della ricchezza?
Già, a meno che la lungimiranza di
quella dirigenza, che non si gratta la panza, abbia già messo in
conto altri falò, con i quali bruciare altra potenziale ricchezza.
Giust'appunto potenziale, poichè
quella reale viene generata dalla spesa che, solo con l'acquisto,
trasforma quei trench in denaro.
Mauro
Artibani, l'Economaio
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martedì 21 marzo 2017
UN REDDITO DI SCOPO PER FARE LA SPESA
Dalla vita prendi quel dilemma
uovo/gallina, trasferiscilo nell'economia della crisi, suona così:
Quando la crescita manca, c'è troppa merce o poco denaro?
Si, perchè se la crescita si fa con la
spesa, tocca che ci sia tanta merce d'acquistare quanto denaro per
farlo.
Se, poniamo, i denari sono
insufficienti la merce resta invenduta, l'impresa diventa
sovraccapace; per tornare in equilibrio taglia la produzione, i
costi, l'occupazione e i salari. Ci sarà ancora meno denaro per fare
la spesa, l'impresa ancora più sovraccapace. Cade il mondo, cade la
terra, tutti giù per terra.
Per riparare il danno, a dilemma si
aggiunge dilemma: o si riduce la merce d'acquistare, riducendo la
crescita della ricchezza oppure si trovano i denari che occorrono
per acquistare quella troppa merce per fare tutta la crescita
possibile.
Facile no?
Non è facile. Dentro queste imprese,
gli "animal spirits" si nutrono di più fatturato per fare
più utili, non del taglio alla produzione. Per trovare i denari
basta guardare* il mutato rapporto capitalizzazione/lavoro tra le
imprese di ieri e quelle "digitali" di oggi. Si scorge
come il trasferimento della ricchezza disponibile in cassa,
attraverso il remunero di quel poco lavoro che resta, sia del tutto
insufficiente a fare tutta la spesa che serve.
Si, lavoro insufficiente e svalutato
per aver fatto quel troppo: con i 52 €/giorno, il reddito medio
degli italiani adulti che lavorano, ci acquisti tre tazze di the da
Babington's a Roma e i giovani una e 1/2: gulp!
I bassi tassi di occupazione (64, 9% in
Europa; negli Usa – 3% dall'inizio della crisi) tagliano il resto
della spesa.
Dunque:
quando si guadagna, se si guadagna, appena quel-che-serve-per-vivere
si dovrà guadagnare quello che manca per poter acquistare, quello
che sta oltre il semplice bisogno, per fare tutta la crescita
possibile.
Fuori dai denti: solo quel lavoro, che
somma alla funzione svolta nella produzione quella svolta
nel'esercizio di consumazione, rivaluta il ruolo; ripristina dignità
offese e remunero adeguato. Quando il lavoro manca, per compensare il
danno, dovrà trovare remunero questo esercizio.
Un reddito di scopo, per un lavoro di
scopo, fare la crescita!
Un reddito insomma che, sommato a
reddito, produca altro reddito; ricchezza che acquista e genera altra
ricchezza.
Questa la regola che fa girare
l'Economia dei Consumi. Nell'Azienda "Libero Mercato Spa"
questo si deve fare per non tirare a campare!**
A questo dire, Gary North sobbalza, con
sconcerto domanda: "Quale servizio produttivo deve aver svolto
la persona, che esercita la domanda, al punto da ottenere denaro?"
Dunque, caro Gary, quella domanda fa
più il 60% del Pil; per fare la crescita, chi domanda viene
sottoposto ad un obbligo, da svolgere a tempo pieno. Per il servizio
produttivo: con la spesa trasforma la merce in ricchezza, consumando
l'acquistat....... insomma il solito refrain. Nel farlo impiega
risorse scarse, quindi, valore!
I politici intuiscono e, per farsi
belli, promettono: Reddito di Cittadinanza o simili.
Ma...... l'esser cittadino non è in sè
un esercizio produttivo da dover remunerare;*** quando questa Gente
spende lo diventa.
Dunque, chi paga il conto di un tale
reddito di scopo?
Lo Stato mamma, come credono i
keynesiani, non deve farlo! Ancor meno può se, già fa la spesa,
quella pubblica che altrimenti verrebbe ridotta
Quelli invece che vendendo il prodotto
guadagnano - che venduto riproducono - che restano così dentro un
ciclo attivo - che con la crescita prosperano; quelli, insomma, che
dallo scopo della spesa estraggono vantaggio produttivo, quelli
invece si.
Essì, gli Amministratori
Delegati della "Libero Mercato Spa" dovranno
ricapitalizzare i loro soci che fanno la spesa, mediante....coff
coff, un prelievo fatale.
No, non sono tasse ma tosse e quel
prelievo non preleva sugli utili; sul profitto, che nel sistema
circolare della produzione, manca di ragione economica, si!
Nel mondo ci sono grandi Aziende che lo
fanno; hanno attrezzato business che fanno utili se e quando il
Consumatore guadagna.
Lo giuro, rende!
* Una
ricerca del 2013 dell'università di Oxford (firmata Carl Benedikt
Frey e Michael A. Osborne) stima come il 47 per cento dei lavori
negli Stati Uniti siano a un passo dalla sparizione. Le cause:
sostituzione con intelligenza artificiale, computer, robot e
algoritmi.
I
due riferiscono: «oggi le tre maggiori società della Silicon Valley
capitalizzano in Borsa 1.090 miliardi di dollari con 137 mila
dipendenti, mentre 25 anni fa le tre maggiori aziende manifatturiere
americane capitalizzavano in tutto 36 miliardi di dollari impiegando
1,2 milioni di lavoratori».
** Dentro
l' Economia dei Consumi, nella produzione si lavora per guadagnare;
nell'esercizio di consumazione si deve aver guadagnato per poter
lavorare.
*** A
meno che, come i gatti, da felini cacciano per mangiare a felloni in
casa, mangiano cibo in scatola e fanno le fusa.
Mauro Artibani
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mercoledì 9 novembre 2016
DUE DEBOLEZZE, INSIEME, NON FANNO UNA FORZA!
Ci
risiamo. A due anni dal primo appello, Confindustria ci riprova: Un
"patto tra gli attori della fabbrica per la crescita e
combattere le disuaglianze". Questo, quanto proposto dal
presidente Vincenzo Boccia, a Cgil, Cisl e Uil. "Noi siamo
pronti in questa fase delicata a un patto sulle questioni
industriali" ha aggiunto, concludendo il meeting dei giovani di
Confindustria.
Nel
mezzo aveva aggiunto: "Continuiamo sulla strada di un confronto
leale avendo fiducia tra noi, sapendo che delegittimare l'altro vuol
dire delegittimare se stesso. Entriamo nelle fabbriche, lì siamo
nati. Il rispetto dei nostri lavoratori dobbiamo conquistarcelo ogni
giorno. Questa è una stagione importante in cui da soli possiamo
fare tanto, ma da soli non ce la faremo. Vale per tutti: Governo,
imprese e sindacati".
Il
leader degli imprenditori ha ricordato che con il numero uno della
Cgil, Susanna Camusso, c'è "condivisione" sul problema
delle diseguaglianze che, però, "si risolve con la crescita.
Con la leader della Cisl, Annamaria Furlan, il presidente di
Confindustria ha condiviso l'idea che il ruolo dei corpi intermedi si
conquista; mentre con il segretario generale della Uil, Carmelo
Barbagallo, è d'accordo sulla necessità di sottoscrivere un patto
per la crescita.
In
mezzo alla crisi, insomma, un patto per andare oltre.
Per
gli attempati novecentisti, un patto del diavolo: i pattuenti,
capitale e lavoro. Chi dirige l'Impresa e chi ci lavora.
Già,
in mezzo alla crisi un accordo tra le Imprese che, con il
sovrapprodotto, intasano il mercato e chi, con il sovrapprodurre, ha
intasato le scorte.
Una
sgangherata accolita insomma: somma di due debolezze che non fa mezza
forza.
A
garantire il capezzale viene chiamato il Governo.
Un'avviso
ai governanti: Se si vuol dar soccorso ai primi, assiderati e ai
secondi, stremati, tocca far altro; navigando controvento, di
bolina, dar sostegno a quei terzi che, con la spesa, smaltiscono le
scorte, fanno riprodurre, remunerano!
Lo
si può fare riconfigurando il dispositivo che trasferisce la
ricchezza generata dalla spesa, dall'impresa agli agenti del ciclo
della produzione: nel ganglio vitale dove opera l'esercizio di
consumazione.
Dov'altro
sennò?
Mauro Artibani
mercoledì 9 dicembre 2015
IL FATTACCIO DELL'ORA /LAVORO
Ci
prova il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti: "l’ora di
lavoro è un attrezzo vecchio che non permette l’innovazione.
Dovremo immaginare un contratto di lavoro che non abbia come unico
riferimento l’ora di lavoro ma la misura dell’apporto
dell’opera”.
Beh,
mentre i Politici sollecitano l'immaginazione, le Imprese lo fanno
battendo la via del recupero della produttività: Enel e le
organizzazioni sindacali di settore hanno firmato un accordo che
prevede l'uscita anticipata, usando la legge Fornero, di 6.000
dipendenti e l'assunzione di 3.000 giovani.
Essì,
l'Enel con la sovraccapacità che si ritrova manda a casa i vecchi
dell'ora/lavoro, ficca dentro solo la metà dei nuovi: Giovani che,
quando lavorano, pagano per ridurre il costo di quella sovraccapacità
con contratti di lavoro meno onerosi per l'impresa.
I
Sindacati, tra il blaterare ed l'imprecare, firmano.
Et
voilà la magia: Enel vende energia, quella che serve per fare tutto.
Intatta la sovraccapacità che verrà prodotta da quei giovani a cui
mancherà il denaro per avere una casa da illuminare, stanze da
riscaldare, elettrodomestici da utilizzare. Hip, hip, urrà per
questa produttività!
Non
pago Poletti aggiunge: "il salario va legato agli obiettivi",
forse per dare conforto al vago contenuto che sta nella "misura
dell'apporto dell'opera".
Gli
obiettivi allora, come unità di misura del compenso. Bene! Per chi
dispone di capitali l'obiettivo non sta nell'investire, sta nel
trarne profitto. Per l'impresa, c'è da scommetterci, sta nel vendere
quanto prodotto, più che nel produrlo. Chi lavora obietta: più che
lavorare, tocca guadagnare quel che serve per vivere con la
possibilità di continuare a farlo.
E
la,là, sono bersagli che stanno ad un tiro di schioppo. Si centrano
con la crescita; per smaltire il sovrapprodotto più se ne fa, meglio
è!
Mentre
quelli della de-crescita obiettano gli obiettivi, toccherà assoldare
i mercenari della spesa. Massì quelli prodighi e men che mai satolli
per fare il lavoro sporco, magari con il potere d'acquisto
rifocillato dalla riduzione del prezzo delle merci. Mercenari,
appunto, che sanno svuotare i magazzini di ogni sovrappiù per fare
tutta la crescita che serve per rendere massimo l'agio economico.
Ridotti
i prezzi, così pure la sovraccapacità, aumentata la capacità
competitiva, non v'è chi non veda altri prodighi darsi da fare:
quelli del capitale ad investire, i produttori a ri-produrre.
Beh, a
conti fatti, ai "lavoratori" toccherà fare gli
straordinari, ben oltre l'ora/lavoro.
Mauro Artibani
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mercoledì 2 dicembre 2015
UN MERCATO STRABICO DIVISO TRA BUY E SEL
La “dannata sequenza” che ha
generato la crisi sta tutta in un tormentone: un riflesso
dell’aumento della produttività si mostra nella riduzione del
costo del lavoro*; altrettanto la sovraccapacità produttiva
dell’impresa quella che, per essere smaltita, impone la riduzione
del ciclo di vita dei prodotti. Un eccesso tira l’altro e poi un
altro ancora. Quei redditi da lavoro insufficienti, che non
smaltiscono alla bisogna, fanno ancor di più: aumentano le scorte di
merci in magazzino che la costante innovazione di prodotto, figlia
dalla competizione, svaluta, non svuota, anzi raddoppia**; per le
aziende il tempo di ammortamento dei costi si riduce.
Al mercato
sottocasa, dove non si va tanto per il sottile, si fronteggiano
l’aumento del volume delle merci offerte ed una ancor più ridotta
capacità di spesa di chi fa la spesa, non più supportata dal
supporto del credito; in mezzo, a prendere schiaffi, sta la riduzione
dell’utile d’impresa.
Un bel guaio. Per uscire dal guado, ripristinando il valore di quelle merci, alle imprese tocca investire quel profitto, non impiegato nella ri-produzione, per smaltire l’invenduto rimpinguando il potere d’acquisto degli smaltitori. Investimento mediante opzione: ridurre il prezzo dell’offerta oppure aumentare il costo di produzione della domanda.
Scandalo: così si riduce il reddito d’impresa; all’utile si sottrae il profitto!
Un colpo! “SELL” per quegli analisti di borsa in “tempo reale” che studiano il rapporto P/U delle aziende quotate: tirano una linea, fanno una frazione; sopra sta il prezzo dell’azione delle aziende anzidette, sotto l’utile generato da quelle aziende. Già, visto che per la media storica delle quotate allo S&P500 il rapporto da’ 15, quando scende il numeratore si va oltre quel 15, l’azione risulta sopravvalutata: sell, appunto.
Questo dice un mercato che fissa strabico l’oggi; questo non dice quello abitato da ebri analisti che invaghiti di produttività/competitività tout court, balbettano invece BUY.
Buy che non misurano le diseconomie degli eccessi, proprio quelle che i tempi lunghi della crisi mostrano, quelle che tirano giù gli utili.
Né allarmati sell né miopi buy servono a raddrizzare i fatti. A quelle diseconomie occorre fare la festa: investire oggi per smaltire il prodotto fornisce stimolo alla crescita, garantisce il domani e la continuità del ciclo produttivo che non svaluta le scorte, neppure gli utili.
Investire il profitto è utile, pulisce quelle farragini che intralciano produttività e competitività, fa utili.
E’ tempo di aggiornare quei P/U dal troppo prossimo oggi o giù di lì, ad un futuro anteriore, che si intravvede, dove si mostrano più stabili e sostenibili gli utili, più trasparenti ed efficaci le stime.
Un bel guaio. Per uscire dal guado, ripristinando il valore di quelle merci, alle imprese tocca investire quel profitto, non impiegato nella ri-produzione, per smaltire l’invenduto rimpinguando il potere d’acquisto degli smaltitori. Investimento mediante opzione: ridurre il prezzo dell’offerta oppure aumentare il costo di produzione della domanda.
Scandalo: così si riduce il reddito d’impresa; all’utile si sottrae il profitto!
Un colpo! “SELL” per quegli analisti di borsa in “tempo reale” che studiano il rapporto P/U delle aziende quotate: tirano una linea, fanno una frazione; sopra sta il prezzo dell’azione delle aziende anzidette, sotto l’utile generato da quelle aziende. Già, visto che per la media storica delle quotate allo S&P500 il rapporto da’ 15, quando scende il numeratore si va oltre quel 15, l’azione risulta sopravvalutata: sell, appunto.
Questo dice un mercato che fissa strabico l’oggi; questo non dice quello abitato da ebri analisti che invaghiti di produttività/competitività tout court, balbettano invece BUY.
Buy che non misurano le diseconomie degli eccessi, proprio quelle che i tempi lunghi della crisi mostrano, quelle che tirano giù gli utili.
Né allarmati sell né miopi buy servono a raddrizzare i fatti. A quelle diseconomie occorre fare la festa: investire oggi per smaltire il prodotto fornisce stimolo alla crescita, garantisce il domani e la continuità del ciclo produttivo che non svaluta le scorte, neppure gli utili.
Investire il profitto è utile, pulisce quelle farragini che intralciano produttività e competitività, fa utili.
E’ tempo di aggiornare quei P/U dal troppo prossimo oggi o giù di lì, ad un futuro anteriore, che si intravvede, dove si mostrano più stabili e sostenibili gli utili, più trasparenti ed efficaci le stime.
* Il rapporto del Budget Office, l'organismo indipendente del Congresso Usa, che fornisce analisi economiche, dice che tra il 1979 e il 2007 i redditi della classe media sono rimasti al palo
**Nel 2005 il surplus produttivo dell’industria automobilistica mondiale era pari a 25 mln di auto, nel 2010 sono 30 mln: 90mln offerte, 60 mln domandate.
Mauro Artibani
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martedì 17 novembre 2015
HENRY FORD, PER VENDERE LE AUTO PAGAVA
Una pubblicità del 1909 proclama:
“Voglio costruire un'automobile per le masse , abbastanza grande
per una famiglia, ma abbastanza piccola perché se ne possa servire
una persona sola. Sarà costruita con i migliori materiali, dai
migliori operai, sui disegni più semplici che possa immaginare
l'arte dell'ingegneria moderna. Ma sarà di un prezzo così modesto
che qualsiasi persona con un buono stipendio potrà comprarsela ”.
Henry Ford lo dice a tutti, lo mette in
atto nella sua impresa. Già dal 1914 aveva elevato la paga dei suoi
dipendenti consentendo loro, in questo modo, di acquistare
l'automobile che essi stessi producevano. Quelli
che lavorano alla Ford arrivano ad essere gli operai meglio
retribuiti, con 8 dollari al giorno contro una media di 5,5 della
concorrenza, pur lavorando un'ora in meno.
Bella no? Ma...di fatto cosa fa?
Trasferisce i guadagni di produttività
già ottenuti nella "Ford Model T", con la costante
innovazione dei processi di fabbricazione, ai salari.
Si garantisce la vendita di quel che ha
prodotto.
Chiude il ciclo produttivo in un tondo
con dentro quelli che fanno la spesa.
Questi, animati dal bisogno di avere
l'auto, rassodati nel potere d'acquisto, spendono e fanno girare quel
ciclo.
Capace, Henry, vede oltre il consueto.
Smette di considerare la paga un costo, la converte in una risorsa.
Se aumenta la produzione, aumentano le occasioni di acquisto: occorre
avere una paga adeguata per fare quella spesa.
Oggi i Capaci, tutti sovraccapaci di
capacità produttiva, guardano al lavoro come un costo da ridurre per
non ridurre gli utili d'impresa.
Cotanta allocazione delle risorse
gonfia il mercato offrendo prodotti a chi ha più soldi da spendere
che auto da acquistare e a chi vuole acquistarla ma non ha soldi da
spendere.
Se tanto mi da tanto, quelle auto,
prodotte e non vendute, saranno ancor di più.
Altro che utili. Già, come fare utili
con i soldi messi al pizzo da chi ha già l'auto ed i soldi che
mancano a chi vuole acquistarla?
Le disparità nel potere d'acquisto
accendono la miccia: la produttività del fattore Spesa, garantito
dalla politica fordista, esplode, cacciando fuori i consumatori dal
ciclo.
Tra le macerie di quella imbarazzante
sovraccapacità, il fattore Capitale latita, il fattore Lavoro pure e
con esso ancor di più il reddito, tanto che chi aveva messo i soldi
al pizzo dovrà tirarli fuori per poter ancora fare la spesa.
Si sgretola la produttività totale dei
fattori mentre quelle troppe auto non vendute arrugginiscono.
Mauro Artibani
mercoledì 21 ottobre 2015
TANTE RAGIONI FRAGILI, UNA RAGIONE FORTE
Mela piglio. Si melapiglio con quelli
che, di questi tempi, ostentano le loro ragioni.
Melapiglio con le loro dicerie.
La prima dice: i Produttori generano
ricchezza.
Gli economisti lo teorizzano, quelli
dell'impresa si fregano le mani, i politici si danno un grandafare
per distribuirla.
Approposito di ricchezza: non è
tutt'oro quel che luccica!
Andiamo a bomba: è ricchezza produrre
auto, abiti, case, alcool.... o lo diventa solo quando tutto questo
viene acquistato?
Essì, l'auto prodotta ma non venduta,
non è ricchezza, sta arrugginendo.
Eggià, è la
spesa che fa la ricchezza, altro che le merci non ancora
vendute e che, con la crisi, lo restano.
La seconda ragione dice quella della
politica: redistribuisce la ricchezza generata dal processo
economico.
Negletta quella ragione che, con la
crisi, deve redistribuire redditi insufficienti perchè insufficienti
erano i redditi per fare quella spesa che genera reddito.
Eggià, il serpente si morde la coda.
La loro "Ragione Sociale"
finisce in un cul de sac!
Saltiamo da palo in frasca, mica tanto
però, ed arriviamo ad esplorare la terza ragione, quella del
Marketing.
Questa dice: il ciclo economico non può
attendere che si manifesti la domanda, occorre generarla.
Eggià, si ha bisogno della domanda per
smaltire l'offerta e generare la ricchezza.
Bene, gli uomini del marketing si danno
un grandafare e questa domanda la creano, la incartano, la rendono
irresistibile.
Ai Consumatori resta solo da acquistare
ma...... quando mancano i redditi sufficienti a fare quella spesa,
quella domanda, per quanto suadente sia, s'ammoscia.
S'ammoscia pure la ragione di questi
tizi.
E la ragione dei Sociologi che studiano
la gente che fa la spesa?
Eccola, ha il tono dell'anatema: "I
Consumatori, gente prodiga e men che mai satolla!
Vizio, quindi!
Di questo convincono:
Gli Economisti che disdegnano
l'economia dei consumi, apprezzando invece la sociologia dei consumi.
I politici, che attrezzano agenzie per
la tutela del consumatore sopraffatto.
Quegli intellettuali impigriti che,
sempre più, dipendono dal pensiero altrui.
Pure gli alti prelati della gerarchia
ecclesiastica, sensibili a mondare quel vizio.
Già, quel vizio che fa il 60% del Pil.
Quel vizio, insomma, che ha la virtù
di far crescere l'economia!
Gulp!
Visto? Di fronte a cotanta crisi si
arrabbattano ragioni fragili.
E, per l'amordiddio, basta non se ne
può più.
Adesso proviamo a raccattare i cocci di
queste derelitte ragioni.
Con l'attaccatutto di una ragione
forte, anzi fortissima, quella della Gente: LA DOMANDA COMANDA!
Mela piglio. Ve la rendo declamandola.
Va scolpita:
Con l'acquisto generiamo il 60% del
Pil.
Con l'Iva pagata finanziamo la spesa
pubblica.
Consumando l'acquistato facciamo
riprodurre generando pure occupazione.
Diamo spinta al ciclo produttivo.
Sostanza alla crescita economica.
Dulcis in fundo: con i risparmi
finanziamo pure la spesa per gli investimenti della imprese.
Chi può fare di più?
Beh, a ben sbirciare, quelli del
marketing possono ancora fare.
Prima giurare di cambiare registro.
Poi così li incastriamo: se, come la
crisi mostra, i redditi sono insufficenti per fare la spesa
....beh dovete attrezzare una "Nuova Domanda", non da
acquistare. No, Cocchi....., domanda da vendere.
Essipperchè, questa rinnovata domanda
acquistata, delle Imprese, riducendo i prezzi, rifocilla il potere
d'acquisto. Buono per svuotare i magazzini pieni, per poter
riprodurre; creare pure occupazione e nuovo reddito.
Buon per loro.
Buon per tutti, pure per i politici che
potranno tornare a darsi da fare, senza doversi azzuffare,
reditribuendo redditi a destra e a manca.
In ultimo, con i Sociologi, mi tolgo un
sassolino dalla scarpa: scambiare la virtù del fare la spesa con il
vizio è imperdonabile.
Ma, noi commiserevoli, vi perdoniamo a
prezzo di una penitenza.
Chiedete venia, ripetendo cento volte a
squarcia gola: "il Consumatore sarà forse un imbelle,
pure
però l'agente economico che fa la
crescita!"
Mauro Artibani
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giovedì 9 luglio 2015
BAMBOCCIONI UN CORNO!
Di questi tempi chi non ha incontrato
un bamboccione? Chi non lo ha per figlio? O peggio, non lo è stato?
E quelli che sotto mentite spoglie ancor lo sono?
Ieri, no: non far nulla non si poteva.
Un anatema grosso così impediva di poter stare in panciolle. Eggià!
Con l'ozio padre dei vizi erano scappellotti!
Quegli scappelloti faranno addirittura
saltare le aristocratiche teste di noti perdigiorno che il mondo
borghese, aduso a faticare, taglia a destra e a manca.
L'impresa, figlia di quella temperie
del neg-ozio, mette fatica nel produrre per dare ristoro ai bisogni.
I bisognosi pure hanno da lavorare, per guadagnare quel che serve a
dare ristoro proprio agli stessi bisogni.
Non
andò sempre così: quando l'aumento della
capacità produttiva delle Imprese fece troppo, venne svalutato il
valore del lavoro proprio mentre toccava, invece, acquistare oltre il
bisogno.
Cambiò il mondo:
in quella nuova temperie vennero forgiate le nuove generazioni. I
Sociologi del lavoro vennero zittiti, i Filosofi andarono ramenghi.
La produzione di senso fu presa in comodato d'uso da quelli del
Marketing, così come la domanda. Filosofando attrezzarono tutt'un
altro mondo, rendendolo appetibile. Ai bamboccioni non restò che
consumare, più che lavorare.
Il precetto della
vita spesa a fare la spesa orientò il loro fare; fissò il target
per garantire la crescita economica.
Nuove generazioni, così generate, si
mostrano: 2.300.000.000 Neet (Not in Education, Employment or
Training) già stanno in giro; in giro stanno pure il 41,5% di
giovani disoccupati.
Bivaccano?
Tutt'altro!
Per scelta i
primi; giacchè costretti pure i secondi girano per i centri
commerciali, spendono con i soldi di papà per dare ristoro alle
emozioni, alle passioni epperchennò alle asperienze; si informano,
sbirciano. Tutto questo fanno e rifanno tutti il giorno, i mesi, gli
anni, senza ferie ne' la previdenza, manco l'assistenza. Si spendono
e quando possono spandono, per fare quella crescita, buona per tutti:
Bamboccioni un corno!
Eppoi, saranno
pure quel che saranno ma, se si avvedono di quel che fanno con il
loro fare, magari presenteranno il conto per cotanto lavoro.
Mauro Artibani
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giovedì 23 aprile 2015
MANNAGGIA LA MISERIA DEL TESORETTO
Che
non funzioni più quel vecchio anchilosato paradigma che recita: "le
Imprese generano ricchezza ecc." mi fregio di dirlo da tempo.
Quando sta pure nel dire del Ministro Padoan, è tutt'un altro dire.
Lo
dice approposito del come usare quel "tesoretto" che quelli
del Governo sembra abbiano scoperto:
"Le
opzioni possibili sono diverse: la crescita, il risanamento,
l'inclusione e, dunque, il sostegno ai redditi più bassi".
Così la mette il Ministro dell'Economia in un'intervista a La Stampa
sulla destinazione del bonus da 1,5 miliardi. "La logica di un
intervento contro le povertà - spiega -sarebbe la stessa che ci ha
portato a introdurre il bonus degli ottanta euro."
Toh,
il Ministro sta dicendo che la ricchezza generata dal sistema
produttivo non arriva a tutti!
Non
pago, rincara la dose: "L'evidenza empirica dice che dove la
distribuzione della ricchezza è più equa anche la crescita è
migliore."
Eggià,
"l'evidenza empirica" soccorre il Ministro là dove la
teoria economica non riesce ad interpretare il reale, ancor meno ad
orientarlo.
Mi
scusi Ministro, ma quell'evidenza dice pure che, quando tutto il
prodotto dal sistema delle imprese non viene interamente acquistato,
sono cacchi, per tutti: non vi sarà alcunchè da distribuire!
Di
evidenza in evidenza, si rende ancor più evidente quanto, insomma,
sia il valore del produrre e quello del consumare per la generazione
della ricchezza.
Anzi,
giacchè ci sono le propongo di fare dell'evidenza empirica del
valore, contenuto nell'esercizio di consumazione, il paradigma nuovo
e risoluto per andare oltre la crisi: "La
crescita si fa con la spesa. Così viene generato reddito, quel
reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse
di reddito per remunerare chi, con la spesa, remunera."
Eggià,
non è questione di redistribuire degli spiccioli, trovati
rimescolando tra gli obiettivi di deficit, finendo magari con
limitare l'altra spesa - quella pubblica - che seppur mal fatta fa il
20% di quella ricchezza.
Ministro,
se rialloca invece l'Impresa, abbassando i prezzi, rifocilla quel
potere d'acquisto per fare proprio quella spesa che fa fare utili
all'impresa.
Così...
tanto per non offrire il fianco alle critiche dei suoi detrattori.
Mauro
Artibani
venerdì 17 aprile 2015
DRAGHI CHIEDE RIFORME DRACONIANE
Questa ripresa che si intravvede non è
di tipo strutturale!
Fiuuuuu! Lo ha dichiarato Mario Draghi,
numero uno della Bce, in un'audizione alla Camera evidenziando come
non tocchi alla politica monetaria avviare una ripresa strutturale,
quando invece alle riforme strutturali dei Paesi membri.
Si tratta di riforme essenziali e assai
più importanti in questo periodo, per via dell'elevato indebitamento
presente in diversi Paesi e per via dell'invecchiamento demografico.
In particolare Draghi richiede che
cresca il tasso della produttività ancora troppo modesto, per
esempio, in Italia. Servono dunque interventi in tal senso.
Giusto!
Al riguardo insiste: servirebbe
l'ingresso di nuove imprese più efficienti, anche tecnologicamente,
o la riallocazione produttiva delle risorse di imprese esistenti.
Quest'ultima sembra essere la strada più rapida e raccomandata.
Dunque vediamo: nuove Imprese efficenti
e tecnologicamente acconce e/o riallocazione delle risorse di imprese
esistenti?
Bene, ce l'ho tutte e due.
L'una: L'impresa dei consumatori.
Massì, un sacco di gente che dispone dell'unica merce scarsa sul
mercato: la domanda.
La si organizza, raccoglie e dispone in
pacchetti "offerta" da mettere sul mercato. Così quando la
politica monetaria avrà mostrato la sua inefficacia nel sostenere la
domanda, quindi la crescita, quella domanda varrà ancor di più.
L'altra: se un albergo dispone di venti
stanze e ne occupa solo otto, un ristorante occupa venti tavoli ma ne
ha sessanta ed una piscina con dieci corsie risulta semivuota, sono
cacchi. Questa sovraccapacità costa, eccome, e se non si smaltisce
sarà ancor di più.
Problemi eh? Essì problemi.
Distinti, non distanti però: tutteddue
stanno sulla stessa zattera. Si, su una bella piattaforma condivisa,
messa sul web per consentire lo scambio. Et voilà: l'Impresa, per
ridurre i costi della sovraccapacità acquista quella domanda che si
è fatta offerta, abbassando i prezzi; i Consumatori, rifocillati da
cotanta vendita acquistano e smaltiscono quelle sovraccapacità.
Sanati gli eccessi, così come i
difetti, risale la produttività degli attori economici.
Il ciclo può ripartire, la crescita
pure.
Mauro Artibani
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martedì 23 dicembre 2014
+2 -2, MEGLIO ZERO
+ 2 -2% sembra poca cosa. Tutt’altro che niente, invece,
per quelli che contano, urlano e strepitano nel fare e rifare i conti e farseli
tornare.
La differenza mostra l’effetto della variazione dei
prezzi dei beni sul mercato. Gli effetti, appunto. La causa invece sta nella
maggiore o minore quantità di moneta disponibile dagli operatori per le
transazioni economiche.
Senza farla tanto lunga: tra gli squilibri del +2
-2, meglio zero! Essipperchè zero espone la condizione di equilibrio nella
disponibilità di moneta tra gli operatori economici.
Già zero dispone l’ottimo nell’impiego delle risorse
produttive: quel che serve insomma alle imprese per produrre e quanto quelli
della spesa devono avere in tasca per acquistare quanto prodotto. Giust’appunto
per fare tutti il meglio per la crescita.
Teoria? Beh, forse un po’. Mica tanto però, se già lo
statuto d’azione delle Banche Centrali recita la stabilità dei prezzi. Cacchio, solo che l’equilibrio viene confezionato mediante
l’espansione o la contrazione artificiale della quantità di moneta in
circolazione ed un mandato: per la Bce, tenere il tasso di inflazione di medio periodo
a un livello prossimo al 2%.* Stessa cosa per la Fed, la BoE, la BoJ.
Alla faccia dell’equilibrio,
alla nuca di quell’ottimizzazione; in culo a quella crescita che si fa con la
spesa e che così se ne fa meno.
Eggià questi istituti, per svolgere al meglio il
mandato istituzionale, fanno pressappoco così: se si riduce la base monetaria e
i prezzi scendono, magari, del 2% facendo aumentare il potere d’acquisto, Lor
Signori intervengono con la politica monetaria per dare spinta a quei prezzi
fino a quell’asintodico + 2%. Torna così a ridursi quel potere d’acquisto:
bella no?
Alla deflazione dei prezzi si contrappone insomma
una istituzionale inflazione monetaria che, alterando il meccanismo di
formazione dei prezzi, riproduce intatto lo squilibrio.
Ci risiamo, la regola di un decrepito paradigma
sprona per dar sostegno ai prezzi con l’intento di salvaguardare la produzione
ed il lavoro. Dimentica che quel che non
si acquista si svaluta, svalutando
proprio quella produzione ed il lavoro che ha prodotto ed ancor più mancherà proprio
quel lavoro per poter riprodurre.
Tocca a questo punto della tenzone aggiustare il
tiro per far sì che possa farsi quel prezzo dei nuovi equilibri che si
intravvedono al mercato, là, dove hanno più bisogno le imprese di vendere che i
consumatori di acquistare.
Eggià, così un prezzo “disinibito” potrà rifocillare
quel potere d’acquisto ad oggi inibito.
Tocca insomma sospendere le azioni di reflazione messe
in campo che, invece di sanare quegli squilibri, li aggravano. Tocca insomma
far agire i dispositivi propri di un mercato efficiente. Quelli in grado di
rendere compatibili le risorse economiche degli agenti su quel mercato, con il
prezzo dei beni che sono in vendita.
Per l’inflazione e la deflazione, quelle “vere”, nessun
anatema insomma, non conviene a nessuno!
P.S: Ogni riferimento agli accadimenti che ieri
hanno generato la crisi e che ancor oggi la conclamano appare del tutto
causale.
*Quelli di wikypedia dicono che; La BCE esercita il controllo dell'inflazione nell'"area dell'euro" badando a
contenere, tramite opportune politiche monetarie (controllando la base
monetaria o
fissando i tassi di interesse a breve), il tasso di inflazione di medio
periodo a un livello inferiore (ma tuttavia prossimo) al 2%.
Mauro Artibani
giovedì 13 novembre 2014
PRODUTTIVITA’ VS VALORE: GULP!
Cosa debbono fare le Imprese per tenere il mercato
in equilibrio dinamico?
Tenere elevato il livello di produttività nella
gestione dei fattori. Quando questo si compie si produce di più e meglio.
Quando poi viene dato a Cesare quel ch’è di Cesare, attraverso una adeguata
allocazione delle risorse di ricchezza generate tra tutti gli agenti economici, si
porta al mercato il prodotto; percepito come valore e acquistato, remunera i
fattori. Tutto bene.
Quando invece si chiude il cerchio del sistema
produttivo, che da lineare aperto si fa circolare e continuo* ma non
adeguatamente lubrificato, quando insomma le risorse economiche, generate
dall’aumento della produttività, vengono allocate in maniera sghemba e il moto
s’inceppa, gli equilibri saltano.
Di male in peggio se le Imprese, nel bel mezzo della
crisi, tra opzioni di buy back, chiudere la cassa e non abbeverarsi di credito, mostrano di aver
sposato la renitenza ad investire, altro che migliorare la produttività.
Già proprio quella
produttività che, passata al vaglio di chi fa la spesa, viene rispedita al
mittente. Essipperchè seppur forgiata
nei processi e trasferita nei prodotti, alla verifica del valore: sdong,
s’affloscia!
Già quando più di 120 milioni
di persone nell'Unione Europea sono a rischio povertà o esclusione sociale**,
ovvero 1 persona su 4, non si spende:
macchè valore d’eggitto! Quando poi, per i restanti ¾, quelli satolli - magari pure in
sovrappeso - vestiti alla moda che passa
di moda - a bordo di un Suv per andare di qua e di là, quel valore vale meno: s’affloscia appunto.
Se viene poi incastrato tra troppe merci troppo care, addirittura collassa.
Se, tra gli illuminati,
c’è chi pensa di poter sostenere la
produttività delle merci ed estrarne valore, utilizzando fino allo stress
Marketing e Pubblicità, con la crisi
dovrà rifare i conti e a conti fatti scorgere che…
Si, che il valore non
sta nella merce, sta invece negli occhi di chi la guarda, nel tatto di chi la
tocca, di chi l’ascolta e l’annusa. Di chi la valuta insomma, poi magari la vuole, sempre
che possa acquistarla.
Già, possa. Altrimenti,
negato quel valore, tutta quella produttività messa addosso alla merce te la sbatti!
Ci siamo. Zitti zitti,
quatti quatti, magari per non svalutare le risorse impiegate, credo tocchi
achittare una produttività che non si faccia scuotere dall’oscillazione di quei
sensi, magari capitalizzando adeguatamente il potere d’acquisto di quei
valutatori del valore, affinchè ben valutino.
O no?
*Questo accade quando
la funzione “consumo” viene associata agli altri fattori della produzione
**Lo fa sapere
l'Eurostat: La percentuale di persone a rischio povertà o esclusione sociale
nel 2013 risulta pari al 24,5%. (Finanza. Com)
Mauro Artibani
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valore
giovedì 11 settembre 2014
DANNAZIONE, NON SI ESCE COSI’ DALLA CRISI!
Si
dice: Dio li fa poi li accoppia. Pure in mezzo alla crisi si scorgono coppie,
magari messe pure in sequenza; magari che non funzionano al meglio.
La prima “dannata sequenza” sta tutta in un
tormentone: un riflesso dell’aumento della produttività impone la riduzione del
costo del lavoro.
La
seconda, nella sovraccapacità produttiva dell’impresa che, per essere smaltita,
impone la riduzione del ciclo di vita dei prodotti.
Un
eccesso tira l’altro eppoi un altro ancora. Quei redditi da lavoro
insufficienti, che non smaltiscono alla bisogna, fanno ancor di più: aumentano
le scorte di merci in magazzino che la costante innovazione di prodotto, figlia
dalla competizione, svaluta, non svuota, anzi raddoppia; per le aziende il
tempo di ammortamento dei costi si riduce.
Al mercato sotto casa, dove
non si va tanto per il sottile, si fronteggiano l’aumento del volume delle
merci offerte e una ancor più ridotta capacità di spesa di chi fa la spesa, non
più supportata dal supporto del credito; in mezzo, a prendere schiaffi, sta la
riduzione dell’utile d’impresa.
Un bel guaio. Per uscire dal
guado, ripristinando il valore di quelle merci, alle imprese tocca investire
quel profitto, non impiegato nella ri-produzione, per smaltire l’invenduto
rimpinguando il potere d’acquisto degli smaltitori. Investimento mediante
opzione: ridurre il prezzo di quell’offerta/aumentare il costo di produzione
della domanda.
Scandalo: si riduce il
reddito d’impresa; all’utile si sottrae il profitto!
Un colpo! “SELL” per quegli
analisti di borsa in “tempo reale” che studiano il rapporto Prezzo/Utili delle
aziende quotate: tirano una linea, fanno una frazione; sopra sta il prezzo
dell’azione delle aziende anzidette, sotto l’utile generato da quelle aziende.
Già, visto che per la media storica delle quotate allo S&P500 il rapporto
dà 15, quando scende il numeratore si va oltre quel 15, l’azione risulta
sopravvalutata: sell, appunto.
Questo dice un mercato che
fissa strabico l’oggi; questo non dice quello abitato da ebbri analisti che
invaghiti di produttività/competitività tout court, balbettano invece BUY.
Buy che non misurano le
diseconomie degli eccessi, proprio quelle che i tempi lunghi della crisi
mostrano, quelle che tirano giù gli utili.
Né allarmati
sell né miopi buy servono a raddrizzare i fatti. A quelle diseconomie occorre
fare la festa: investire oggi per smaltire il prodotto fornisce stimolo alla
crescita, garantisce il domani e la continuità del ciclo produttivo che non
svaluta le scorte, neppure gli utili.
Investire il profitto è
utile, pulisce quelle farragini che intralciano produttività e competitività,
fa utili.
È tempo di aggiornare quel
P/U dal troppo prossimo oggi o giù di lì, a un futuro anteriore, che si
intravvede, dove si mostrano più stabili e sostenibili gli utili, più
trasparenti ed efficaci le stime.
Mauro Artibani
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