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mercoledì 8 marzo 2017

AH, BEH, ALLORA..... W L'ECONOMIA CIRCOLARE

Beh, se con Circular Economy si intende quel termine generico che definisce un sistema pensato per potersi rigenerare da solo, non è male.
Da solo appunto! Essipperchè quell'impronta ecologica, sempre più profonda, lasciando segni indelebili sulla Terra ne riduce la capacità riproduttiva e quella di smaltimento.
Nel 1976, in un rapporto presentato alla Commissione europea dal titolo "The Potential for Substituting Manpower for Energy", Walter Stahel e Genevieve Reday delinearono la visione di un'economia circolare e il suo impatto sulla creazione di posti di lavoro, risparmio di risorse e riduzione dei rifiuti.
Ci volle un po' poi quelli dell'UE si convinsero, ne fecero un piano strategico per il settennato 2014/2020.
Veniva previsto il passaggio dall’economia lineare, basata sulla produzione di scarti, a quella circolare incentrata sul riuso e il riciclo.
Toh, circolare*, come l'Economia dei Consumi.
Quelli dell’Harvard Business Review danno la dritta: "non si tratta tanto di fare di più con meno, piuttosto, fare di più con ciò di cui già disponiamo».
Bene, allora, pronti?
Via: i Produttori devono attrezzare il loro fare a questo cambio di paradigma, i Consumatori devono invece reclamare.
Si, reclamare: "Se il rifiuto diventa una risorsa, noi ne siamo i titolari!"
Già, chi altri sennò? Il titolo di possesso sta nello scontrino del prezzo pagato, nel prelievo Iva sulla merce acquistata, nell'averla consumata!
Dopo il titolo tocca alla strategia: in quel rifiuto sta la materia prima, l'impresa la trasforma in materiale, il mercato ne fa merce; venduta si guadagna.
Poi la tattica: come titolari della domanda selezioniamo gli acquisti compatibili, con il processo di consumazione ottimizziamo il rifiuto, al mercato lo vendiamo; con il guadagno rifocillando il potere d'acquisto, teniamo attivo un ciclo vieppiù virtuoso.
Alfine l'incenso: migliora la produttività del sistema, si fa acconcio il ristoro economico; una mano lava l'altra, tutteddue la terra!
A voler esser maligni si potrebbe gongolare se, con la totale automazione dei processi di trasformazione, l'intera filiera produttiva si facesse per intero "cosa nostra".
Non vi appaia vano ma, in questa direzione sembra compiersi l'impresa: Il Capitalismo dei Consumatori
Bella no?

*Dalla convenzionale filiera del sistema lineare (estrazione, produzione, consumo, smaltimento) viene sottratto un passaggio, estrazione e smaltimento si fanno tutt'uno con la fornitura. Gli estremi così si congiungono, il cerchio si chiude. Lì dentro si scorge quanto risplenda il maggior valore dell'esercizio del consumare che quello del produrre.

Mauro Artibani



venerdì 17 aprile 2015

DRAGHI CHIEDE RIFORME DRACONIANE

Questa ripresa che si intravvede non è di tipo strutturale!
Fiuuuuu! Lo ha dichiarato Mario Draghi, numero uno della Bce, in un'audizione alla Camera evidenziando come non tocchi alla politica monetaria avviare una ripresa strutturale, quando invece alle riforme strutturali dei Paesi membri.
Si tratta di riforme essenziali e assai più importanti in questo periodo, per via dell'elevato indebitamento presente in diversi Paesi e per via dell'invecchiamento demografico.
In particolare Draghi richiede che cresca il tasso della produttività ancora troppo modesto, per esempio, in Italia. Servono dunque interventi in tal senso.
Giusto!
Al riguardo insiste: servirebbe l'ingresso di nuove imprese più efficienti, anche tecnologicamente, o la riallocazione produttiva delle risorse di imprese esistenti. Quest'ultima sembra essere la strada più rapida e raccomandata.
Dunque vediamo: nuove Imprese efficenti e tecnologicamente acconce e/o riallocazione delle risorse di imprese esistenti?
Bene, ce l'ho tutte e due.
L'una: L'impresa dei consumatori. Massì, un sacco di gente che dispone dell'unica merce scarsa sul mercato: la domanda.
La si organizza, raccoglie e dispone in pacchetti "offerta" da mettere sul mercato. Così quando la politica monetaria avrà mostrato la sua inefficacia nel sostenere la domanda, quindi la crescita, quella domanda varrà ancor di più.
L'altra: se un albergo dispone di venti stanze e ne occupa solo otto, un ristorante occupa venti tavoli ma ne ha sessanta ed una piscina con dieci corsie risulta semivuota, sono cacchi. Questa sovraccapacità costa, eccome, e se non si smaltisce sarà ancor di più.
Problemi eh? Essì problemi.
Distinti, non distanti però: tutteddue stanno sulla stessa zattera. Si, su una bella piattaforma condivisa, messa sul web per consentire lo scambio. Et voilà: l'Impresa, per ridurre i costi della sovraccapacità acquista quella domanda che si è fatta offerta, abbassando i prezzi; i Consumatori, rifocillati da cotanta vendita acquistano e smaltiscono quelle sovraccapacità.
Sanati gli eccessi, così come i difetti, risale la produttività degli attori economici.
Il ciclo può ripartire, la crescita pure.

Mauro Artibani




martedì 23 dicembre 2014

+2 -2, MEGLIO ZERO

+ 2 -2% sembra poca cosa. Tutt’altro che niente, invece, per quelli che contano, urlano e strepitano nel fare e rifare i conti e farseli tornare.
La differenza mostra l’effetto della variazione dei prezzi dei beni sul mercato. Gli effetti, appunto. La causa invece sta nella maggiore o minore quantità di moneta disponibile dagli operatori per le transazioni economiche.
Senza farla tanto lunga: tra gli squilibri del +2 -2, meglio zero! Essipperchè zero espone la condizione di equilibrio nella disponibilità di moneta tra gli operatori economici.
Già zero dispone l’ottimo nell’impiego delle risorse produttive: quel che serve insomma alle imprese per produrre e quanto quelli della spesa devono avere in tasca per acquistare quanto prodotto. Giust’appunto per fare tutti il meglio per la crescita.
Teoria? Beh, forse un po’. Mica tanto però, se già lo statuto d’azione delle Banche Centrali recita la stabilità dei prezzi. Cacchio, solo che l’equilibrio viene confezionato mediante l’espansione o la contrazione artificiale della quantità di moneta in circolazione ed un mandato: per la Bce, tenere il tasso di inflazione di medio periodo a un livello prossimo al 2%.* Stessa cosa per la Fed, la BoE, la BoJ.
 Alla faccia dell’equilibrio, alla nuca di quell’ottimizzazione; in culo a quella crescita che si fa con la spesa e che così se ne fa meno.
Eggià questi istituti, per svolgere al meglio il mandato istituzionale, fanno pressappoco così: se si riduce la base monetaria e i prezzi scendono, magari, del 2% facendo aumentare il potere d’acquisto, Lor Signori intervengono con la politica monetaria per dare spinta a quei prezzi fino a quell’asintodico + 2%. Torna così a ridursi quel potere d’acquisto: bella no?
Alla deflazione dei prezzi si contrappone insomma una istituzionale inflazione monetaria che, alterando il meccanismo di formazione dei prezzi, riproduce intatto lo squilibrio.
Ci risiamo, la regola di un decrepito paradigma sprona per dar sostegno ai prezzi con l’intento di salvaguardare la produzione ed il lavoro. Dimentica che quel che  non si  acquista si svaluta, svalutando proprio quella produzione ed il lavoro che ha prodotto ed ancor più mancherà proprio quel lavoro per poter riprodurre.
Tocca a questo punto della tenzone aggiustare il tiro per far sì che possa farsi quel prezzo dei nuovi equilibri che si intravvedono al mercato, là, dove hanno più bisogno le imprese di vendere che i consumatori di acquistare.
Eggià, così un prezzo “disinibito” potrà rifocillare quel potere d’acquisto ad oggi inibito.
Tocca insomma sospendere le azioni di reflazione messe in campo che, invece di sanare quegli squilibri, li aggravano. Tocca insomma far agire i dispositivi propri di un mercato efficiente. Quelli in grado di rendere compatibili le risorse economiche degli agenti su quel mercato, con il prezzo dei beni che sono in vendita.
Per l’inflazione e la deflazione, quelle “vere”, nessun anatema insomma, non conviene a nessuno!
P.S: Ogni riferimento agli accadimenti che ieri hanno generato la crisi e che ancor oggi la conclamano appare del tutto causale.
*Quelli di wikypedia dicono che; La BCE esercita il controllo dell'inflazione nell'"area dell'euro" badando a contenere, tramite opportune politiche monetarie (controllando la base monetaria o fissando i tassi di interesse a breve), il tasso di inflazione di medio periodo a un livello inferiore (ma tuttavia prossimo) al 2%.

Mauro Artibani

venerdì 8 agosto 2014

LA CRISI, LE DEFICIENZE, I DEFICIENTI


La crisi ha inizio quando si mostrano deficienze nell’assetto produttivo del sistema delle Imprese; ad oggi la crisi permane, quelle deficienze pure.
Deficienze tutto d’un fiato:
– ogni anno 30 milioni di autovetture invendute a fronte di 90 milioni di unità prodotte nel mondo;
– le Utility dell’energia, in Europa, hanno il 30% di sovraccapacità;
– le Poste italiane hanno il 20% di sportelli di troppo;
– le banche Ue chiudono le troppe filiali;
– 540.000.000 di tonnellate annue, il sovrappiù dell’industria siderurgica mondiale; solo in Europa + 80.000.000 rispetto alla domanda;
– chi può ragionevolmente credere che tutti i libri contenuti in una singola libreria possano essere venduti?
– negli Usa si raccontano ventiquattro mesi di eccesso di capacità nelle imprese edili: due anni senza costruire per smaltire 8 milioni di abitazioni invendute;
– i saldi, due volte l’anno, per smerciare merci invendute;
– gli outlet, i luoghi dove si tenta di smaltire l’invenduto;
– la moda, il modo dell’usa-e-getta per tentare di smaltire l’eccesso;
– ogni giorno,  nelle  panetterie di Milano, sei chili di pane restano invenduti.
Fiuuuuu, quanta deficienza nella gestione dei fattori della produzione, quanta sovraccapacità, quanto  valore svalutato,  quanta ricchezza bruciata e quanti profitti mancati per chi governa questi processi.
Pure chi ha lavorato dentro quei processi, quanta capacità mal impiegata, quanto tempo mal usato; quanto lavoro svilito e così pure sottoremunerato.
Di male in peggio pure per la spesa pubblica fatta male e a debito, che costa troppo e diventa insostenibile: altre sovraccapacità si mostrano pur qua.
Alfin si giunge a quelli della spesa privata, le famiglie insomma.
Giunti, si scopre l'arcano: in un universo economico di cotante sovraccapacità, abitato da agenti pur essi sovraccapaci, ci stanno pure capacità represse, risorse inutilizzate, voglie insoddisfatte che svalutano altrettanto valore. Essì, quelle di tizi che, con  redditi guadagnati nel produrre merci e servizi insufficienti a smaltire quanto prodotto, stanno oggi lì, renitenti alla spesa, costretti magari a smaltire il sovrappeso  del troppo mangiare di ieri; ad indossare pure l'usato magari pure passato di moda; magari ad andare in giro a piedi e non in Suv, bruciando nell'inedia quelle risorse di tempo, attenzione e ottimismo che proprio fin ieri tenevano attivo il ciclo economico.
Con tante sovra e sottocapacità che vengono alla luce, tutto si ingarbuglia generando le condizioni per quell' incastro perfetto che ha incastrato tutti gli agenti economici.
Per sbrogliare il garbuglio e ripristinare il valore/agente necessario a generare ricchezza, ad occhio e croce, tocca rifocillare il potere d'acquisto di quelli privati della spesa privata.
La "partita di giro" degli 80 euro prevista dal Governo, rialloca risorse insufficienti, sottraendo porzioni del prelievo fiscale che finanzia la spesa pubblica, per dar focillo ad una parte di quelli  che fanno la spesa privata.
Ennò Signori della politica economica, occorre fare di più, magari pure meglio.
Non c’è solo l’osso, c’è pure la ciccia: quelle risorse di reddito che il malmesso sistema economico ancora genera, nel 2013 pressappoco 1560 miliardi di euro, vanno riallocate, magari per premiare il merito.
Riallocate, giust'appunto per remunerare l'impiego delle risorse  impiegate dagli impiegati a fare la spesa. Buone per smaltire quelle sovraccapacità ripristinandone il valore. Altro che raschiare il fondo del barile!
Mauro Artibani

mercoledì 5 giugno 2013

GIOVANI, SE PERDONO LORO PERDIAMO TUTTI

L'anagrafe consegna loro vigore e salute, gli studi fatti un adeguato capitale umano. Iper connessi acquistano a-più-non-posso altro capitale, quello social; in dosi adeguate sono pure flessibili, scevri da preconcetti; integrati rifuggono da impeti apocalittici: questi sono i giovani. Queste le loro risorse, tutto questo hanno da dare. Quel che sono costretti a fare è però altro, emerge dalla prima analisi Coldiretti/Swg su 'I giovani e la crisi', presentata all'assemblea di Giovani Impresa Coldiretti. Dall'indagine emerge che il 28% dei giovani tra i 35 i 40 anni sopravvive con i soldi di mamma e papà, così come anche il 43% di quelli tra i 25 i 34 anni e l'89% dei giovani tra i 18 e i 24 anni. L'aiuto economico dei genitori continua anche per più di un giovane occupato su quattro (27%) che non è in grado di rinunciare al supporto finanziario dei familiari. Già, i giovani sono a questo ridotti ma sono anche quest' altro: hanno bisogni, emozioni, passioni da spendere, finanche esperienze da soddisfare. Oltremodo clienti, clienti di tutto hanno disposizione all'acquisto che poi consumano dando risoluto sprone anche a chi dovrà spendere per investire in nuova produzione. Vieppiù dotati di potenziale contributivo possono contribuire a dare foraggio pure alla spesa pubblica. Così che, quando vien fuori che l'Italia ha la quota più alta d'Europa di giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano né studiano - i cosiddetti neet, arrivati a due milioni 250mila nel 2012, pari al 23,9% - si mostra una faccia del peccato. Ce n'é pure un'altra: non hanno il becco d'un quattrino per spendere a sufficienza. E quando si fa il conto, come fa l' Istat, che l'esser neet fa perdere all'Italia 27 miliardi di euro l'anno di crescita, sono guai. Già, e quanto fa perdere alla crescita allora una disoccupazione giovanile, arrivata al 38 %, che fa avvizzire le loro risorse costrette in esercizi “vitelloni”? Quando il sistema rende possibile tale ammontare di renitenza nell' impiego delle risorse, quello stesso sistema manca l'utilizzo ottimale dei fattori produttivi. Manca la gestione quel gestore delle risorse, così viene distrutta ricchezza. Questi dati mostrano per intero le contraddizioni che stanno oltre la pur tragica ingiustizia sociale di cui si grida. Non c'è chi guadagna dalla loro remissione: se perdono loro, perdiamo tutti. Mauro Artibani Studioso dell’Economia dei Consumi www.professionalconsumer.wordpress.com