Occhio Gente, occhio, una nuova crisi si intravvede. Le cause?
Beh, esattamente le stesse che avevano generata quella appena prima e quella ancora prima: la sovraccapacità produttiva e/o l'insufficienza della domanda che rendono anelastico il meccanismo dello scambio tra offerta e domanda.
Manomesso il dispositivo che trasforma il valore in ricchezza, vengono compressi i margini di guadagno delle imprese.
Collaudate tecniche di reflazione hanno così trovato impiego per dare sostegno alla domanda che sostiene il prezzo delle merci.
Tecniche, che si possono elencare:
Pubblicità.
Si dice in-formi, con-vinca chi presta attenzione: consigli, e seduzioni, con suggestioni di “senso” per gli acquisti.
Marketing.
Organismo che produce domanda relegando i consumatori al ruolo di soli acquirenti.
Credito al consumo.
Braccio finanziario delle aziende che colma quei portafogli vuoti per pagare gli acquisti e non fare scendere i prezzi.
Moda.
“Atmosfera” evocata con il succedersi delle collezioni: genera un ritmo vorticoso di scarto e riacquisto di merci.
Riduzione del ciclo di vita dei prodotti.
Si ottiene attraverso l’impetuoso sviluppo tecnologico che genera la rapida obsolescenza dei prodotti acquistati. Lo stesso risultato si ottiene quando il costo di produzione risulta inferiore al costo della riparazione: un guasto, un riacquisto; guasto frequente, frequente il riacquisto.
Affiliazione.
Relazione di lunga durata che lega gli acquirenti a un marchio a un’azienda. Si ottiene mediante processi di fidelizzazione, con l’istituzione di gruppi di identità; trasformando il prodotto, in un servizio per abbonati.
Produttori e venditori si liberano dalla concorrenza, i prezzi non si riducono.
Tempi del consumo.
Acquistano e consumano l’acquistato: questo l’esercizio operativo dei consumatori.
Si acquista una confezione di yogurt, scadenza trenta giorni, si dispone di un mese per poterlo smaltire.
Ma se. quando mi nutro ingrasso perché mangio tutto e subito; se cambio abito tre volte al giorno vestendo alla moda che passa di moda; se scarto prima del tramonto l’high tech del giorno prima, si riduce progressivamente il tempo della consumazione del prodotto fino a farlo coincidere con l’acquisto. I prodotti “usa e getta” fanno monumento di questa condizione.
Dunque se acquisto tanto e tutto in fretta, viene a mancare il tempo della consumazione. Si scarta così il 30 per cento degli acquisti.
Per il sociologismo, la conferma che sono un folle; privato della speranza, mi ficca in un cul-de-sac.
Per i produttori, questa è la strategia per ridurre il ciclo di vita dei prodotti; tecnica, buona per ridurre l’eccesso di capacità produttiva che aumenta le loro scorte.
Per le mie tasche vuote, la conferma dell’insufficienza del reddito che queste tecniche esaltano e il credito gonfia di debito.
Bene, quando il debito tocca il tetto e si chiudono i rubinetti, non ci si potrà più abbeverare, ancor meno spendere.
Niente paura: la Bce lancerà un nuovo round di Tltro, o un programma simile, per alleviare i problemi di raccolta delle banche europee e sostenere i prestiti a famiglie e imprese.
E se lo dice Moody's in un report c'è da credergli.
E vai, la giostra continua con la reflazione, quella monetaria, almeno fino alla prossima volta!
Mauro Artibani, l'economaio
https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_3_7?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=mauro+artibani&sprefix=mauro+a%2Caps%2C207&crid=E9J469DZF3RA
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mercoledì 27 febbraio 2019
NUOVA CRISI? OCCHIO ALLE TECNICHE DI REFLAZIONE E ALLA BCE
Occhio Gente, occhio, una nuova crisi si intravvede. Le cause?
Beh, esattamente le stesse che avevano generata quella appena prima e quella ancora prima: la sovraccapacità produttiva e/o l'insufficienza della domanda che rendono anelastico il meccanismo dello scambio tra offerta e domanda.
Manomesso il dispositivo che trasforma il valore in ricchezza, vengono compressi i margini di guadagno delle imprese.
Collaudate tecniche di reflazione hanno così trovato impiego per dare sostegno alla domanda che sostiene il prezzo delle merci.
Tecniche, che si possono elencare:
Pubblicità.
Si dice in-formi, con-vinca chi presta attenzione: consigli, e seduzioni, con suggestioni di “senso” per gli acquisti.
Marketing.
Organismo che produce domanda relegando i consumatori al ruolo di soli acquirenti.
Credito al consumo.
Braccio finanziario delle aziende che colma quei portafogli vuoti per pagare gli acquisti e non fare scendere i prezzi.
Moda.
“Atmosfera” evocata con il succedersi delle collezioni: genera un ritmo vorticoso di scarto e riacquisto di merci.
Riduzione del ciclo di vita dei prodotti.
Si ottiene attraverso l’impetuoso sviluppo tecnologico che genera la rapida obsolescenza dei prodotti acquistati. Lo stesso risultato si ottiene quando il costo di produzione risulta inferiore al costo della riparazione: un guasto, un riacquisto; guasto frequente, frequente il riacquisto.
Affiliazione.
Relazione di lunga durata che lega gli acquirenti a un marchio a un’azienda. Si ottiene mediante processi di fidelizzazione, con l’istituzione di gruppi di identità; trasformando il prodotto, in un servizio per abbonati.
Produttori e venditori si liberano dalla concorrenza, i prezzi non si riducono.
Tempi del consumo.
Acquistano e consumano l’acquistato: questo l’esercizio operativo dei consumatori.
Si acquista una confezione di yogurt, scadenza trenta giorni, si dispone di un mese per poterlo smaltire.
Ma se. quando mi nutro ingrasso perché mangio tutto e subito; se cambio abito tre volte al giorno vestendo alla moda che passa di moda; se scarto prima del tramonto l’high tech del giorno prima, si riduce progressivamente il tempo della consumazione del prodotto fino a farlo coincidere con l’acquisto. I prodotti “usa e getta” fanno monumento di questa condizione.
Dunque se acquisto tanto e tutto in fretta, viene a mancare il tempo della consumazione. Si scarta così il 30 per cento degli acquisti.
Per il sociologismo, la conferma che sono un folle; privato della speranza, mi ficca in un cul-de-sac.
Per i produttori, questa è la strategia per ridurre il ciclo di vita dei prodotti; tecnica, buona per ridurre l’eccesso di capacità produttiva che aumenta le loro scorte.
Per le mie tasche vuote, la conferma dell’insufficienza del reddito che queste tecniche esaltano e il credito gonfia di debito.
Bene, quando il debito tocca il tetto e si chiudono i rubinetti, non ci si potrà più abbeverare, ancor meno spendere.
Niente paura: la Bce lancerà un nuovo round di Tltro, o un programma simile, per alleviare i problemi di raccolta delle banche europee e sostenere i prestiti a famiglie e imprese.
E se lo dice Moody's in un report c'è da credergli.
E vai, la giostra continua con la reflazione, quella monetaria, almeno fino alla prossima volta!
Mauro Artibani, l'economaio
https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_3_7?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=mauro+artibani&sprefix=mauro+a%2Caps%2C207&crid=E9J469DZF3RA
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martedì 20 novembre 2018
DRAGHI, IL VIRTUOSO DEL VECCHIO VIZIO
L'output UE, quel potenziale di
crescita della zona euro, sembra risalito rispetto ai minimi toccati
durante la crisi finanziaria di dieci anni fa, non andando però
oltre i valori precedenti la crisi.
Che dire: tutte 'ste politiche
monetarie hanno fatto più o meno il minimo sindacale. Sic!
Gira in giro pure un report: riferisce
come il piano di acquisti di titoli della Bce abbia avuto "effetti
trascurabili" sulle disuguaglianze nella ricchezza complessiva
e, nel contempo, "considerevolmente contribuito a sostenere le
famiglie più deboli", spingendo i nuclei a basso reddito verso
l'occupazione.
Sarà vero?
Beh, questo aspetto era stato già
messo in rilevo dal presidente Mario Draghi nella conferenza stampa,
al termine dell'ultimo Consiglio direttivo. Smentisce che la linea
morbida abbia favorito alcuni Stati rispetto ad altri, giammai! A
trarne beneficio sono state "le famiglie a basso reddito e con
meno liquidità".
L'eurocoin - questo dire lo misura -
fornisce in tempo reale una stima sintetica del quadro congiunturale
corrente nell'area euro, che sale da 0,52 a 0,54.
L'indicatore, si legge, continua a
essere sostenuto dal graduale rafforzamento della dinamica dei
prezzi.
Hai capito hai! Lo giuro, è stato il
Draghi quel portatore sano del vecchio vizio di riconoscere a quegli
"intoccabili" delle Imprese la generazione della ricchezza.
Con le reflazione ha represso la deflazione deflazionando il potere
d'acquisto; con la ciambella del liquido monetario ha tenuto a galla
le imprese improduttive.
Non paghi, quelli del Consiglio Bce
hanno confermato l'intenzione di continuare a fornire un forte
stimolo monetario. Già, magari per mitigare gli oneri dei debiti
sovrani attraverso l'inflazione?
Bella no?
Si, se ne mitiga l'onere con
quell'inflazione che, riducendo quel già malmesso potere d'acquisto,
rende più poveri; gli Stati dovranno rifare debito per sussidiare
questi deboli che lo saranno ancor di più: pressappoco una partita
di giro!
Beh, ad esser pignoli un' inflazione
non basta per dopare il ciclo economico ampliando l'output gap. Ce ne
vogliono due: la prima con il sostegno alla domanda dei consumatori,
artatamente generato per non far scendere i prezzi; la seconda nel
rendere possibile uno tsunami di investimenti improduttivi, creati
dalla falsificazione del calcolo economico attraverso la soppressione
dei tassi d'interesse, buono per salvare aziende decotte e la loro
improduttività.
Beh, meglio di così... se non si muore
"si sta come / d'autunno / sugli alberi / le foglie."
Mauro
Artibani, l'Economaio
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martedì 26 giugno 2018
LA REFLAZIONE E IL CONSUMATORE USA E GETTA
L’America di Trump sembra sempre più
determinata a fare leva sulla condizione di importatore netto in cui
si trovano gli Usa, usando il vasto mercato interno americano come
una potente arma negoziale.
The Donald rilancia nell'escalation del
conflitto sul commercio internazionale, con un ordine nel corso della
notte, di imporre nuovi dazi per ulteriori 200 miliardi di dollari -
il quadruplo della stretta precedente - su beni provenienti dalla
Cina, se questa non dovesse desistere dai suoi propositi di
rappresaglia sui precedenti dazi Usa.
Già, se con i dazi però si tenta di
salvare le imprese di casa, decotte così come gli altrettato decotti
posti di lavoro, si innesca pure un aumento dei prezzi che riducono
il potere d'acquisto riducendo la capacità di spesa.
Toh, una bella inflazione implicita,
insomma, per tentare di salvare capra e cavoli!
Ehi, c'è pure quella esplicita. Si,
quel circa +2%, previsto dal mandato della Bce, che ridurrebbe di
altrettanto il potere d'acquisto.
Bella no?
Il presidente della Bce, Mario Draghi,
al forum delle banche centrali a Sintra in Portogallo, ligio al
mandato dice che, per accompagnare la ripresa dell'inflazione in uno
scenario economico caratterizzato da incertezze, "occorre che la
politica monetaria nell'Eurozona rimanga Paziente, Persistente e
Prudente".
Già, 3P per far fronte alle
incertezze.
Quali?
Con calma e gesso le enumera: "arrivano
da tre fonti principali la minaccia di un aumento del protezionismo
globale stimolato dall'imposizione di dazi su acciaio e alluminio da
parte degli Stati Uniti, la crescita dei prezzi del petrolio
innescata dai rischi politici in Medio Oriente e la possibilità di
una persistenza della accresciuta volatilità del mercato
finanziario".
Dunque, da quanto detto, debbo supporre
che esista un'inflazione buona ed una cattiva.
Vediamo: la prima, quella trumpiana,
mira a dare una pennellata di "minio" alla ruggine di molta
industria Usa, coprendo pure quelle inefficienze che non fanno
scendere i prezzi, più o meno "Reflazione"; la seconda
mira a spargere liquido monetario per dar sostegno alla domanda e
pure qui, non far scendere i prezzi. Più o meno altrettanta
Reflazione.
Indipercuiposcia, al mercato i prezzi
truccati, le imprese sussidiate e quella produttività, fiaccata da
un tal azardo morale, che fine farà?
Gia, proprio quella alla quale tutti
appendono le speranze per veder risorgere il sol dell'avvenir dei
redditi da lavoro!
Giust'appunto, proprio quelli con i
quali i più fanno la spesa per fare i 2/3 della crescita economica.
Mauro
Artibani, l'Economaio
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martedì 19 giugno 2018
DALL'ILVA A FCA... TRALLALLERO, TRALLALLA'
Tante vertenze aziendali aperte
mostrano come la crisi economica, dopo 11 anni, stia pesantemente
lasciando segni sul tessuto produttivo nazionale.
Se s'ha da ragionare sui fatti,
ragioniamo d'uno che fa più rumore e genera più dolore degli altri:
l'Ilva.
Fa acciaio, materia prima, impiegata
per fare moltissime merci che poi vanno al mercato a cercar domanda.
Prendiamo una filiera produttiva che ne
utilizza molto, che su su porta all'automotive.
Personaggi ed interpreti: L'Ilva, poi
tutti quelli che stanno in mezzo ad una filiera smisurata, infine
l'auto, che sò....Fca.
I fatti: Per bocca di Marchionne, l'Ad,
nell'automotive c'e un 30% di sovraccapacità. Fiuuuuu, ogni anno,
nel mondo, potrebbero restare invendute 30 milioni di autovetture a
fronte di 90 milioni di unità producibili.
840 milioni di tonnellate l'anno, il
surplus di acciaio prodotto nel mondo. Il tasso di utilizzo degli
impianti siderurgici a Gennaio scorso si aggirava attorno al 70%.
Da ultimo, tiro ad indovinare: pure
tutti quelli in mezzo alla filiera non se la passano proprio bene.
Ci siamo?
No, manca ancora la chicca: Il reddito
disponibile delle famiglie italiane nel 2013 torna ai livelli di 25
anni fa. l'Ufficio Studi di Confcommercio evidenzia che, in quello
stesso anno, il reddito disponibile risultava pari a 1.032 miliardi
di euro, rispetto ai 1.033 del 1988.
Eppur...
Si eppur l'ambiente, nel quale accade
tutto questo, risulta saturo di politiche e tecniche di reflazione
messe in campo per dar sostegno alla domanda, alterando in meccanismo
di formazione dei prezzi per non farli scendere: le politiche
monetarie espansive, il marketing per generare domanda, la pubblicità
per vendere l'offerta, la riduzione del ciclo di vita dei prodotti,
il credito al consumo.
Orbene, tutto questo visto e tutto
quanto fatto, quelli di Unimpresa gridano: "Meno
disoccupazione, compensata da una 'fabbrica' di lavoratori precari.
Ora sono oltre 9,3 milioni gli italiani che non ce la fanno e sono a
rischio povertà. Sempre più estesa l'area di disagio sociale che
non accenna a restringersi. Dal 2016 al 2017 altre 128mila persone
sono entrate nel bacino dei deboli in Italia. Si tratta di 9 milioni
e 293 mila soggetti in difficoltà".
Cavolaccio! Tocca rammentare a chi si
ostina a non voler rammentare come la ricchezza, generata con la
crescita economica, si faccia con la spesa, non con la produzione nè
con il lavoro!
Rammentare giust'appunto a lor Signori
dell'Impresa che trasferiscono quella ricchezza remunerando il
capitale e un lavoro sempre più precario che, se così si possono
compensare parte dei costi generati dalla capacità produttiva
inutilizzata, si scompensa ancor di più quel reddito necessario per
fare quella benedetta spesa.
Essipperchè,se il reddito remunera il
lavoro nella produzione, tocca averne adeguatamente guadagnato per
poter svolgere l'altro lavoro, quello di consumazione che, oltre a
generare la ricchezza, sottrae proprio quelle maledette
sovraccapacità alle imprese chiudendo il cerchio e tenendo attivo il
ciclo della produzione.
Essì Signori, per smaltire le vostre
sovraccapacità, conviene tenere attivo il ciclo ma..., dal momento
che ogni convenienza ha un costo di opportunità, toccherà mettersi
le mani in tasca, come
face a suo tempo Henry Ford, per prelevarne risorse, non dagli
utili ma dal profitto. Già proprio da quel remunero del "rischio
di ciclo", intascato da tutte quelle imprese presenti nella
filiera produttiva. Prelievo che, in un ciclo reso attivo, verrebbe
ad esser privo di ragione strumentale, da trasferire per rendere
adeguato il potere d'acquisto alla bisogna.
Ci
sono nel mondo Aziende leader che lo fanno, rende!
Ehi
della filiera, questa opzione non è un azzardo; altre, non mi è
dato scorgerne per salvare capra e cavoli.
Ps:
Okkio, la Politica del "Cambiamento", se vuol farlo, non
solo dirlo, ha l'occasione di predisporre un ambiente normativo che
possa agevolare quel traferimento. Ben oltre quello da fornire
all'esser cittadino.
Mauro
Artibani, l'Economaio
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martedì 17 aprile 2018
IL CAUP, MEGLIO DEL CLUP: HURRA'!
Nell'economia della
produzione viene ritenuto possibile distinguere tra salari nominali e
quelli reali.
Giust'appunto, i primi
sono la quantità di moneta che il lavoratore riceve in
un'unità di tempo.
I secondi, la quantità
di beni e servizi che quel lavoratore può
acquistare con il salario ricevuto.
Tutto bene quando il
denaro guadagnato con il lavoro risulta pari al potere d'acquisto
necessario per fare tutta la spesa che occorre a smaltire quanto
quello stesso lavoro ha prodotto per poter ri-produrre fornendo
continuità al ciclo.
Già, a meno che
l'inflazione, quando si mostra, attenti quell'equilibrio.
Stesso squilibrio pure
con la deflazione, dite?
Vero! A meno che, magari
al grido di "Pazienza, costanza e prudenza"*, questa
puzzona la si scongiuri con le politiche di reflazione, messe in
campo ad arte, con l'intento di alterare il meccanismo di formazione
dei prezzi strapazzando il potere d'acquisto.
il credito al consumo
risulta eumentato a un tasso annualizzato di del 5,8%; 18,45
miliardi di dollari sul mese precedente.
Il debito associato alle
carte di credito è salito a dicembre a un passo annualizzato del
6%. I debiti legati a prestiti studenteschi o per l'acquisto di
un'auto, il cosiddetto credito non-revolving, sono aumentati al
tasso annualizzato del 5,7%.
Bella no?
Beh, per porre riparo
alla insufficienza del salario reale, nell'economia dei consumi,
deve trovere riferimento un accrocco nuovo di zecca: condizione
necessaria e sufficiente a che il meccanismo economico giri al
meglio, per generare ricchezza, le imprese devono attrezzare
business che consentano di fare profitto se e quando, con l'acquisto
delle loro merci, viene rifocillato il potere d'acquisto
dell'acquirente.
Ci sono grandi
Aziende** che già lo fanno; si, cosi come gli utili.
Pressappoco, insomma, un
salario di scopo.
Ecchè scopo! Buono per
ridurre pure il margine di capacità inutilizzata nell’economia e
non dover ridurre i salari nominali di chi vi lavora.
A presidio e misura del salario reale, l'impresa deve farsi carico
di parti del Costo dell'Acquisto per Unità di Prodotto (CAUP).
Quasi come il caro
vecchio Costo del Lavoro per Unità di Prodotto (CLUP) che ancora
misura il salario nominale.
Eggià, se con il secondo
si calibra la produttività della singola azienda, con il primo si
può governare la produttività dell'intero sistema economico.
* Pazienza, costanza e
prudenza nella conduzione della politica monetaria al fine di
assicurare il ritorno dell’inflazione verso l’obiettivo
prefissato. Così Mario Draghi afferma nell’editoriale
pubblicato nel rapporto sull’attività della Bce nel 2017.
Mauro
Artibani, l'Economaio
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venerdì 29 dicembre 2017
2007/2017, CARO BABBO NATALE.....!
Caro Babbo Natale,
10 lunghissimi anni dentro questa
maledetta crisi: uffffffa!
Già, tu non centri ma, di questi
tempi, forse puoi fare qualcosa.
Non dirmi pure tu, ti prego, che ne
siamo fuori; ennò, questa ripresina ha tutt'al più un respiro
congiunturale mentre i problemi di natura strutturale son tutti lì
insoluti tanto che, oltre la crescita, cresce di più il "rancore"
come dicono dal Censis.
Cosa puoi fare, dici?
Beh intanto conoscere il non ancora
detto della crisi aiuta a non scambiar lucciole per lanterne.
Facciamo così, ti racconto una
storiella poi vediamo....
"Il mercato in origine trova
ragione nell'eccedenza; vendo, insomma, quel che a me non serve.
Poi passano i giorni, gli anni
persino i secoli; di eccedenza* in eccedenza però si può morire.
Prima di morire le imprese tentano
riducendo i costi, prevalentemente quelli del lavoro**, di poter
essere competitive e vendere il loro troppo in magazzino.
Per dar man forte, chiamano a
raccolta tutte le politiche e le tecniche di reflazione che, per dar
sostegno alla domanda, hanno alterato il meccanismo di formazione dei
prezzi per non ridurli.
Vista l'aria che tira, il potere
d'acquisto si riduce progressivamente, aumenta invece il debito fino
a fare sboom.
Già, con l'ausilio di quel debito
il Consumatore, pur di non mancare al ruolo, non ha lesinato la
domanda e, di domanda in domanda, ha finito con l'affrancarsi dal
bisogno.
Dunque, i 10 anni di crisi stanno
tutti in questi fatti e dentro la contraddizione che si mostra.
Eggià, la crescita economica si fa
con la spesa, che s'ha da fare con redditi da lavoro striminziti, in
tasca a consumatori satolli che al mercato dovrebberoincontrare
produttori ingolfati di merci: bella no?"
Carissimo, ciò
detto, non ti chiedo di rimettere in sesto i cocci, manco il miracolo
che non ti spetta. Mannaggia, non puoi portar loro manco il carbone
perchè spetta alla Befana.
Puoi però negare
il solito regalo, quel "credito di ruolo" che li accredita
da sempre con tutti, per portarlo... chessò ai Consumatori. Si, da
ora in poi "credito", non debito!
Cosa ne dici,
Babbo? Beh, intanto buon onomastico!
* Dopo il primo produttore arriva il
secondo poi via, via 10, 100, 100, 10.000 fino a "enne";
migliorano il loro fare, con lo sviluppo tecnologico migliorano i
processi produttivi e la qualità del prodotto: nel 2016, al
G20 di Hangzhou, in Cina, si prende atto degli eccessi, viene
costituito un forum "per monitorare il processo" e tagliare
le sovraccapacità.
**
Tutte quelle eccedenze hanno prima svalutato il lavoro,
inevitabilmente poi sgangherato con contratti a termine, impegno part
time, precariato; tutti malamente retribuiti.
Mauro
Artibani, l'Economaio
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martedì 31 gennaio 2017
ALTRO CHE BISOGNOSI
Per la fame acquisto cibo, per la sete
bevo, per il freddo mi abbiglio; con le scarpe scarpino, con la casa
mi accaso; per non stare al buio acquisto luce. Per poter avere tutto
questo, lavoro.
Si è fatto sempre così fino a quel dì
di Dicembre. Natale del 1924, a Genova, si riunisce " La
Compagnia Phoebus." Un cartello fatto da Osram, Philips e
General Electrics* che decide di ridurre la durata della lampadina a
1000 ore.
Alla Gente che ha bisogno di luce,
insomma, questi illuminati la fulminano prima.
Cospirazione?
Macchè,! Più semplicemente quella
gente, che fin allora aveva speso per dar ristoro ai bisogni, viene
tirata dentro il ciclo produttivo per fare di più. Se, come il fatto
mostra, hanno più bisogno i produttori di vendere che la Gente di
acquistare, fiat lux con più lampadine da acquistare però, senza
se, senza ma!
Senza ma, appunto, evase così le
"leggi censuarie", gli abiti passeranno di moda; i
pubblicitari dispenseranno i consigli per gli acquisti; quelli del
Merketing confezioneranno la domanda di tutto per tutti a più non
posso.
Già, di più non posso però se, come
mostrano quelli della Federal Reserve Bank of St. Louis, dai primi
anni 30 ad oggi, il potere d'acquisto subisce una costante riduzione.
Et voilà. Da allora tutte le tecniche
e le politiche di reflazione messe in campo non hanno sanato il gap,
ancor meno l'output gap; la produttività totale dei fattori si
mostra in costante riduzione, il debito del mondo, invece, sale a
200.000 mld di $ e vale tre volte il Pil, come dicono quelli di
McKinsey.
Beh, allora, se al mondo non fummo
fatti per vivere come bruti a quel Dante, deve soccorrere un
adeguato dare. Si, dare almeno a chi fa la spesa, ben oltre il
bisogno, quel che occorre per fare quella crescita che rende virtuoso
il ciclo produttivo.
Mauro Artibani
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martedì 19 aprile 2016
LA CRESCITA SI FA CON LA SPESA, NON CON L'INFLAZIONE
"Il 2016 non sarà meno foriero di
sfide per la BCE. Le prospettive per l’economia mondiale sono
circondate da incertezza. Dobbiamo fronteggiare persistenti forze
disinflazionistiche". Così dice Mario Draghi, presidente della
Bce, nell'introduzione al rapporto annuale 2015 dell'istituto di
Francoforte:"Si pongono interrogativi riguardo alla direzione in
cui andrà l’Europa e alla sua capacità di tenuta a fronte di
nuovi shock. In questo il nostro impegno a onorare il mandato
conferitoci continuerà a rappresentare un’ancora di fiducia per i
cittadini d’Europa".
Persistenti forze disinflazionistiche?
Fiuuuuu! Forzati della dietrologie, c'è
pane per i vostri denti, datevi da fare.
Dove stanno? Quali sono? Cosa vogliono
ottenere?
Vi do un aiutino: stanno nel mercato,
sono quelli che fanno la spesa, reclamano la possibilità di poter
continuare a farla.
Si, insomma quella deprecabile gente,
prodica e men che mai satolla. Quella che, pur affrancata dal
bisogno, con quel fare fa il 60% della crescita economica. Si,
insomma, quelli della "spesa privata", privati del reddito
sufficente a farla. Nella fattispecie, i cittadini dell'Ue.
Proprio quelli che i Nostri vogliono
favorire con i tassi bassi per poter spingere l'inflazione.
Lo dice Ignazio Visco, di Bankitalia:
"Bassi tassi nominali potrebbero far male ad alcune istituzioni
ma sono necessari per il rafforzamento della crescita, l'aumento del
reddito disponibile e della spesa, e in ultimo dell'inflazione".
Dice pure il vice Draghi, Vitor Constancio: "La Bce ha fatto...e
continuerà a fare ciò che è necessario per perseguire l'obiettivo
della stabilità dei prezzi che ora prevede anche cercare di
incoraggiare la crescita.
Vediamo di venire a capo del bandolo
della matassa che sta dietro queste dicerie: Io che a furia di
cibarmi sto in sovrappeso, che vesto alla moda che passa di moda e
per andare da qui a lì lo faccio in Suv, se dispongo di 100 euro per
fare la spesa e sul mercato ci sono merci per un valore di 120 euro,
manco di poter acquistare il tutto e fare tutta la crescita
possibile.
A fronte di questa mancata crescita:
Loro, abbassano il costo del denaro
affinchè io lo prenda e lo spenda, così non scendono i prezzi. Anzi
salgano (inflazione).
Io, affrancato dal bisogno, non ho
convenienza alcuna ad indebitarmi per acquistare sovrappiù, ancor
meno quando, con l'inflazione, costa di più (deflazione).
Loro hanno il mandato istituzionale
della stabilità dei prezzi, situata attorno al 2% (gulp), a cui si
attengono per fronteggiare quelle intravviste persistenti forze
disinflazionistiche.
Io mi sforzo di dover pareggiare il
conto. Se per loro i prezzi sono stabili se aumentano del 2% devo
spendere un 2% in meno per tenere stabile il potere d'acquisto.
Si sta ficcati insomma dentro un
ginepraio, di interessi confliggenti, che gira in tondo minando ancor
più la crescita, dimentichi che inflazione e deflazione "per me
pari son".
Giust'appunto dispositivi, ad uso del
mercato efficiente, per ripristinare l'equilibrio quando risulta
alterato il rapporto domanda/offerta. Equilibrio che occorre
garantire per ottimizzare l'impiego dei fattori produttivi.
Equilibrio possibile mediante la
gestione attiva del "processo di consumazione" che gli
arrangi, tentati per manomettere, l'inflazione hanno tentato di
scalfire.
Si rende pertanto evidente dover
riconsiderare l'efficacia delle politiche di reflazione adottate,
alla luce degli imperativi che regolano l'equilibrio nell'economia
dei consumi:
- Quel che viene prodotto deve essere consumato.
- Produttori e consumatori debbono disporre dei mezzi di esercizio per poter dispiegare per intero il loro ruolo.
- La crescita si fa con la spesa. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa, remunera.
A chi parrebbe di poter scorgere, in
questo azzardo, la possibilità di andare oltre quell'ineffettuale
già fatto, scorga, scorga pure.
Mauro Artibani
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martedì 12 aprile 2016
FALSI SALARI, FALSI PREZZI PER UN PIL FASULLO
Due luoghi comuni dell'economia.
Il primo: L'attività manifatturiera
giapponese ha visto a marzo una contrazione, al ritmo più rapido di
oltre tre anni, con i nuovi ordini per le esportazioni scesi
sensibilmente, alimentando i timori che la terza economia mondiale
possa scivolare di nuovo in recessione.
Il secondo:Nessun limite alla politica
monetaria espansiva della Bank of Japan. Lo ha detto il governatore
della BoJ, Haruhiko Kuroda, nel corso di un intervento al Parlamento.
Già, il tentativo di operare il
controllo sui prezzi, spingendo al limite le tecniche di reflazione,
non sembra funzionare
Beh, allora che si fa?
Olivier Blanchard, ex responsabile
economista del Fondo Monetario Internazionale, e Adam Posen,
direttore generale del Peterson Institute for International Economics
si mettono di buzzo buono a dire la loro ponendo al Giappone un
monito e suggerendo alcune iniziative:
“E’ arrivato il momento per il
Giappone di fare sul serio riguardo all’aumento dei salari. Un
piano di una maggiore spinta a far salire i salari dovrebbe essere
adottata dal governo giapponese”.
Tra le misure proposte:
- Ritardare il taglio delle tasse "corporate" che è stato promesso, fino a quando le aziende non alzeranno i salari.
- Aumentare i compensi nel settore pubblico: in questo modo anche le aziende private sarebbero costrette a fare lo stesso, per non perdere i propri dipendenti.
- Aumentare il salario minimo e i salari stabiliti nei contratti governativi e nei settori regolamentati di almeno il 5%.
- Infine, indicizzare i salari all’inflazione in quei settori in cui il governo ha la giurisdizione.
Inflazione a tutti i costi, dunque!
I due economisti vanno avanti e suggeriscono perfino l’introduzione
di sanzioni fiscali per le società che non “si
attengano” alle disposizioni, e dunque non assicurino “un aumento
dei salari di almeno il 2% più la crescita della produttività”.
Secondo la coppia Blanchard-Posen,
se si riuscisse a fare in modo che i salari crescano a un ritmo
più veloce rispetto ai prezzi, le spese al consumo dovrebbero
finalmente salire. Allo stesso tempo, tuttavia, le aziende potrebbero
non essere d’accordo, in quanto, al fine di tutelare i margini sui
profitti, sarebbero ovviamente tentate di aumentare i prezzi.
In ogni caso, i due economisti fanno
notare che i redditi e i prezzi più alti farebbero salire il valore
del PIL su base nominale. L’effetto sarebbe il calo del
rapporto debito/Pil, che al momento si aggira a quasi il 250%.
Insomma con giochi di prestigio, a
fronte di una sovraccapacità produttiva sia dell'impresa che del
lavoro che la deflazione misura, si ordiscono falsi salari e falsi
prezzi per accroccare un Pil fasullo, buono per ridurre in modo
altrettanto fasullo il debito pubblico.
Cavolo. Per questi ortodossi
dell'economia, pur di non cambiare i paradigmi che agitano il loro
pensiero, costringerebbero i principi del libero mercato a farsi
friggere, proprio quando questa congiuntura lascia intravvedere
soluzioni eterodosse per andare oltre la crisi.
Et voilà: Per guadagnare occorre
spendere! Più eterodosso di così non si può: se si vogliono far
crescere i salari, così come i profitti aziendali, occorre vendere
quel sovrappiù che ingolfa i magazzini, per farlo occorre che i
consumatori dispongano di un potere d'acquisto idoneo a smaltire
quelle sovraccapacità che frenano la nuova produzione e riducono i
salari.
Eggià, occorre remunerare cotanto
impeto all'acquisto, che impiega tempo, attenzione e competenza per
potersi esercitare e che fa tanto bene ha chi ricava ricavi*. Altro
che controllo sui prezzi.
Essipperchè, solo la spesa genera
reddito senza infingimenti. Il lavoro poi lo distribuisce, quando si
lavora per nuovamente produrre, avendo smaltito ed incassato il
profitto.
*Steen Jakobsen, capo economista di
Saxo Bank, dice: “Viviamo una crisi finanziaria che dura da
otto anni e, i lavoratori che portano a casa remunerazioni ai minimi
storici, mentre le aziende conseguono i guadagni (al lordo delle
imposte) più elevati di sempre. Senza contare che si assiste al più
basso livello di investimenti mai registrato nella storia e al più
basso livello di produttività.
Mauro Artibani
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martedì 5 aprile 2016
IL POTERE NEGOZIALE E IL NEGOZIO
Ci risiamo. Si mostra un nuovo
peggioramento per la fiducia dei consumatori di Eurolandia, che
conferma un progressivo deterioramento delle aspettative, in atto sin
dall'inizio dell'anno.
La stima flash del dato sul sentiment di chi fa la spesa indica per il mese di marzo un valore di -9,7 punti rispetto al dato di febbraio di -8,8, risultando peggiore delle attese degli analisti che indicavano un -8,5.
La stima flash del dato sul sentiment di chi fa la spesa indica per il mese di marzo un valore di -9,7 punti rispetto al dato di febbraio di -8,8, risultando peggiore delle attese degli analisti che indicavano un -8,5.
Quando Eurostat, con dati e fatti, dice
che sei sfiduciato tu cosa dici?
Si, lo sono perchè da noi in Eu si
paga più Iva che da voi in Italia e questo riduce il mio potere
d'acquisto.
Vero! L’Italia, riferisce la Corte
dei Conti, “è al 22esimo posto in Europa (con il 17,7%) nel
prelievo sui consumi, quasi quattro punti in meno rispetto
all’Ue, ma al quarto posto sia nel prelievo sugli immobili sia
in quello gravante sull’energia”.
E tu, italico acquirente di queste
cose, cosa dici?
Dico che non ci vedo affatto chiaro in
tutta questa faccenda. I denari che ho in tasca non danno lustro al
mio potere d'acquisto. Quei vantaggi e quegli svantaggi per me pari
son.
Cavolaccio, tutti questi, più che
sfiduciati sembrano incazzati!
Ne hanno ben donde: politiche di
reflazione, di tutti i tipi e in tutte le salse, hanno risolutamente
alterato il meccanismo di formazione dei prezzi. Questo arzigogolo
non ha consentito di poter adeguare il potere d'acquisto all'aumento
spasmodico dei volumi di merci che si riversano sul mercato che,
invendute, hanno fatto la crisi.
Arzigogolando Benoit Coeure, membro del
Comitato direttivo della Banca centrale, ha escluso che nel corso
dell'ultima riunione si sia discusso del concetto di "helicopter
money", ovvero il finanziamento diretto all'economia pur
ritenendo, il dibattito in corso "interessante".
Interessante, insomma lasciar cadere
soldi sulla gente per farla così spendere?
Due questioni:
dove si prendono quei soldi ed ancor
più, non esistendo pasti gratis, come si restituiscono?
Quanto spazio ha ancora il debito per
surrogare redditi insufficienti e far spendere gente abbondantemente
affrancata dal bisogno?
Eppur si dice: "la crescita si fa
con la spesa, quindi s'ha da fare!" Vero.
Ah beh, allora si intravvedono le
ragioni per essere ottimisti. Essipperchè, se con la spesa facciamo
il 60% di quella crescita, questo ci consegna un gigantesco potere
negoziale.
Se tanto ci da' tanto possiamo disporre
del negozio nel quale vendere l'unica merce scarsa sul mercato, la
domanda. Nella scarsità sta il valore, nel valore il prezzo; quello
che adegua il potere d'acquisto al ruolo di acquirente di merci
altrui.
Mauro Artibani
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sabato 5 luglio 2014
LE PIETRE D’INCIAMPO DELLA CRISI
Dove si è ficcata la crisi?
La crisi si scorge
nel blocco del meccanismo dello scambio del mercato che ha reso
l’offerta in eccesso e la domanda in decesso. Sta qui l’oggi; qui perdono
tutti.
Ieri, tutt’un'altra musica: le politiche di
reflazione , di tutti i tipi, in tutte le salse, messe in campo per decenni,
hanno alterato il meccanismo di formazione dei prezzi per far funzionare quello
scambio necessario per tenere attivo il ciclo economico.
Orbene chi ha tratto vantaggio da quella
manipolazione?
L’Economia!
Già, l’economia però è l’ Ente; tra gli Esseri che
la organizzano, invece, chi ha intascato il malloppo?
Quelli che fanno la spesa? Beh, se il reddito disponibile delle famiglie italiane nel 2013
torna ai livelli di 25 anni, fa come riferisce
l'Ufficio Studi di Confcommercio, con un reddito disponibile pari a
1.032 miliardi di euro, rispetto ai 1.033 del 1988.
Acqua, acqua!
Quelli che lavorano per fare merci e servizi?
Beh, il Centro studi
Unimpresa sulla base dei dati Istat dice che: “Superano i 9 milioni le persone in difficoltà in Italia. Ai
disoccupati vanno aggiunte fasce di lavoratori con condizioni precarie: i
contratti di lavoro a tempo determinato, quelli part time, quelli a orario
pieno; ci sono pure i lavoratori autonomi part time, i collaboratori e i
contratti a tempo indeterminato part time”.
Acqua, calda!
Ci sono infine quelli
che con la produzione fanno profitto. Sono, c’è da scommetterci, tra gli High
Net Worth Individual, coloro che possiedono asset da investire per 1 milione di
dollari o più, al netto di residenza principale, collezioni, beni consumabili e
beni di consumo durevoli. Nel mondo alla fine dell'anno passato erano 13,73
milioni, con una crescita del +15% sul 2012. I patrimoni disponibili agli
investimenti di questi supericchi sono aumentati di quasi il 14% per
raggiungere il record di 52.620 miliardi di dollari. E' quanto ha rilevato il
World Wealth Report 2014.
Fuoco, fuoco.
Sbircia, sbircia, si
scorge che anche l'Italia ha seguito il trend globale di crescita dei
milionari, segnando una crescita degli Hnwi pari al 15,6%, un trend superiore
alla media europea, e raggiungendo quota 203.200 nel 2013, rispetto ai 175.800
del 2012.
Bene, tra acqua, fuoco e fuochini fatui una domanda
rimbomba prepotente: se chi lavora trova difficoltà a racimolare reddito; se
quelli della spesa mancano del denaro
sufficiente a farla; quelli del profitto per quanto ancora potranno
approfittare di una congiuntura non più favorevole?
Occorrerà fare
attenzione, la strada del domani tutt’altro che liscia, risulta lastricata da
pietre d’ inciampo!
Mauro Artibani
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venerdì 27 gennaio 2012
MERCATO AL GIRO DI BOA
Ci siamo: i Consumatori indebitati oltremisura, le banche illiquide, le finanze degli stati sbrindellate.
Già, sembra finito il tempo della reflazione che ha indebitato tutti gli agenti economici pur di scongiurare il timore della deflazione.
Quel timore, fatto angoscia quando si è bloccato il meccanismo dello scambio, incagliato nell’insufficienza del reddito da lavoro erogato dalle imprese per produrre, insufficiente ad acquistare quanto prodotto.
Quel prodotto invenduto ha generato l’eccesso di offerta da smaltire con la riduzione dei prezzi; non smaltito proprio per l’intervento di quei meccanismi tecno-politici che hanno spinto i consumi per non far scendere i prezzi, ora giace là, inerte svalutato.
Punto a capo. Il mercato, liberato dalle tutele reflattive erogate agli agenti economici che hanno sempre agitato il ricatto deflattivo*, può tornare a vendere efficienza ripristinando l’equilibrio nell’allocazione delle risorse economiche.
Se scendono i prezzi aumenterà la capacità di spesa; si potrà acquistare, si smaltirà l’eccesso, si potrà riprendere a crescere.
Se con la reflazione si sono finanziati gli agenti economici che producono, la deflazione riuscirà a finanziare altri agenti: quelli che consumano. Mitigherà pure il loro debito che darà ristoro a quelli del credito; con il prelievo fiscale ridurrà quello sovrano.
Tutto a prezzi modici: una nuova allocazione delle risorse economiche!
*Nella vulgata economica, meccanismo infernale che fa rimandare gli acquisti perché scendono i prezzi.
Mauro Artibani
Per approfondire il tema trattato: PROFESSIONE CONSUMATORE
Paoletti D’Isidori Capponi Editori
Marzo 2009
www.professionalconsumer.wordpress.com
www.professioneconsumatore.org
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venerdì 2 dicembre 2011
OLTRE LA CRISI CAMBIANDO IL VERSO DELLE POLITICHE DI REFLAZIONE
La crisi mostra quello che le politiche di reflazione per decenni hanno occultato.
Si, insomma, sono stati messi in campo dispositivi per dare sostegno alla domanda e, sostieni oggi, sostieni domani, i Consumatori hanno cominciato ad ingrassare, a vestire alla moda; magari per andare da qui a lì ci sono andati in Suv.
Si, insomma, hanno acquistato ben oltre il bisogno. Oggi che mancano pure i redditi per sostenere l’andazzo ed il credito risulta non disponibile, si prospetta un parapiglia. Già, sono le Imprese ad aver bisogno di vendere più di quanto l’abbiano i Consumatori di acquistare.
Se tanto mi dà tanto, occorre cambiare il verso di quelle politiche di reflazione: fin ieri a sostenere l’acquisto, da oggi a sostenere la capacità di spesa.
Utilizzando, che so…. i lauti profitti fatti nel tempo delle vacche grasse.
Adesso, subito: nel tempo dei bovini magri occorre sostenere i redditi di quelli che hanno sostenuto, per lo più a debito, proprio i prezzi con i quali le Imprese hanno fatto profitto.
E, si badi bene, aldilà di una più o meno astratta giustizia sociale, per poter tornare a vendere quel che si è prodotto e riprendere a crescere.
Mauro Artibani
Per approfondire il tema trattato: PROFESSIONE CONSUMATORE
Paoletti D’Isidori Capponi Editori
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