venerdì 29 agosto 2014

LA CRESCITA: PERCHE', PERCOME, PERQUANDO ?


Più di ieri, meno di domani: funziona così la crescita.
Fa così il mondo biologico. Pure quello dell’economia, affollato com’è da soggetti che scalpitano per migliorare il proprio status.
State attenti, qui succede di tutto: pronti?
Via!
La ricchezza, generata dalla crescita economica, remunera il lavoro occorso per far crescere l’economia.
Crescita, insomma, per il tornaconto di tutti.
L’impronta ecologica che la crescita lascia si mostra grande come il mondo; al fare responsabile solo un misero resto.
Per chi lavora nella produzione, con il reddito ancorato all’aumento della produttività, più si cresce più torna il conto del reddito; salva la responsabilità del pater familias.
Per l’amministratore delegato, che organizza al meglio i fattori produttivi, più crescita, più bonus e tanta responsabilità verso gli amministratori deleganti. Questi, che dalla crescita ottengono utili, responsabilmente li distribuiscono agli azionisti che responsabilmente incassano il profitto.
Per le imprese del commercio, su per giù lo stesso refrain: quella crescita produttiva occorre venderla, a tutti i costi, per incassare.
Agli uomini di marketing il compito di produrre domanda che smaltisce l’offerta, offerta dalla crescita; quelli della pubblicità fanno in modo che quella crescita incontri acquirenti, dia i suoi frutti: tutti insieme fanno questo responsabilmente, incassando laute parcelle.
Per l’industria finanziaria finanziare la crescita, fornire credito per produrre e per consumare, incassando per il tornaconto dei prestatori; sotto stress al test della responsabilità.
Per i politici quando la crescita si fa ricchezza va distribuita, questo il loro mestiere. Guadagnano consenso e potere; raccattano fragili maggioranze elettorali che vanno coccolate, sacrificando forse all’interesse  la responsabilità generale.
Per i consumatori ruolo ingrato: non guadagnano, spendono più di quant’hanno, acquistano più di quanto devono; smaltiscono a “più non posso”, inquinano. Responsabilità: pah!
Insomma, facendo la somma, tornaconti dispari; la responsabilità poi: ognuno per sé, Dio per tutti.
Il giocattolo della crescita mostra gli anni, gli interpreti invece gli affanni: ruoli opachi, business abborracciati, meccanismi crippati, risorse sprecate, valore bruciato; margini ridotti, crediti inattingibili, debito per tutti; l’ambiente puzzolente, degradato e, e, e…
Tra tanta insufficienza, sembra scorgersi una chance. Là dove quelli che della vita spesa a fare la spesa fanno lavoro, che con quella spesa generano la crescita – clienti di quel tutto reso merce, poi consumato, poi smaltito; quel tutto che sta dappertutto e lascia tracce indelebili – si ha l’opportunità e la convenienza a fare meglio. Meglio per tutti.
Sì. Fare, oltre la pratica dilettante e torna il tornaconto nell’acquistare: al mercato gestire una domanda ecosostenibile e pro-redditizia, il no-packaging per esempio; condizionare il prezzo e la qualità dell’offerta; poi fare offerta, mettendo a profitto le risorse immateriali ed ecocompatibili dei consumatori, per rifocillare il reddito.
Torna utile e fa utili governare i processi di crescita che tengono in ordine quel mercato che abita tutto: l’ambiente appunto, la Terra. Quella terra sulla quale poter camminare lasciando tracce delebili.
   Ei, ei, si rende possibile, insomma, coniugare crescita, tornaconto e responsabilità.
Mauro Artibani


giovedì 21 agosto 2014

AGOSTO, FIDELIZZATORE MIO, TI CONOSCO E TI USO!

C'è un'identità tutta propria dell' Economia dei consumi che è mancata ai sistemi economici precedenti: tutto-quel-che-serve-per-vivere-si-è-fatta-merce.
Non potendoci sottrarre al vivere, tocca acquistarla; tocca farlo pure, però, per farla crescere sta' benedetta economia.
Altro cardine dell'economia dei consumi: la congenita insufficienza dei redditi a smaltire quanto prodotto.
Il debito, la soluzione. Furbetti del quartierino, di tutte le risme, sono all'uopo apparsi: c'è chi elabora teorie monetarie per renderlo spendibile, alcuni abbassano il costo del denaro, altri lo prendono e lo prestano; altri ancora, e sono i più, lo prendono per vivere e far crescere l'economia.
Tutto bene fin quando salta il tappo e quel credito, diventato debito, smette di fluire.
 C'era una volta, insomma, anzi c'erano pseudo denari che surrogavano gli acquisti che facevano la crescita, ora sono meno, molti meno e quella crescita non cresce.
In pieno agosto trovare soluzioni adeguate per riaggiustare il guasto: hem…..
Senza farla troppo lunga e complicata prendiamo al volo quel che offre, tra le pieghe,  il mercato.
Cosa sono le carte fedeltà, i punti regalo, le promozioni ad personam e i cellulari gratis con sim in abbonamento e le cialde del caffè espresso con obbligo contrattuale?
Affiliazioni?
Già, magari per ficcare il cliente dentro relazioni di lunga durata?
Cosa c’è di meglio che incastri di tal fatta se si vuol sottrarre l’impresa al gioco al massacro della competizione che riduce gli utili?
E se si vuol sottrarre l’azienda ai rischi di quegli aumenti di produttività che sfidano il management ad ammortizzare l’accelerato turn over delle merci?
E cosa c’è di meglio per il consumatore, attrezzato professionalmente, che sottrarsi a quelle offerte impudiche dei produttori, per svincolare il loro business dalla concorrenza che contiene i prezzi delle merci e confeziona posizioni di rendita?
E, per esempio, sentire l’obbligo di smarcarsi dai fidelizzatori, acchiappando tutte le carte fedeltà per acchiappare solo quel che conviene?
E mettere a reddito l’opportunità di fidelizzare i fidelizzatori affinché quella vita spesa a fare la spesa torni almeno redditizia?
Eggià, ad agosto fidelizzatore mio io ti conosco e ti uso!
Mauro Artibani

mercoledì 13 agosto 2014

CRISI, PER LA FAMIGLIA UN'IMPRESA


la crescita economica rende indifferibile l’acquisto, obbligato l’esercizio di consumazione.
Per la famiglia, di questi tempi un'impresa.
già, un' impresa costituita da addetti che abitano sotto lo stesso tetto. I familiari senior concorrono con il lavoro a generare reddito; tutti agendo sulla domanda lo spendono. Chi lavora produce merci e servizi, tutti impiegano il tempo libero per acquistare quanto prodotto. Un’impresa che acquista quel tutto trasformando il prodotto in ricchezza. Non paga, dà corso alla consumazione della spesa, magari ingrassando, vestendo alla moda che passa di moda, epperchennò sprecando pur di far nuovamente produrre, dare continuità al ciclo produttivo e sostegno alla crescita economica.
Investe nella prole per garantire la riproducibilità tecnica dell’impresa: l’istruisce, la cura, l’assiste, l’attrezza di capitale umano per migliorare la qualità di quella domanda; con la paghetta attrezza la loro capacità di spesa e ne retribuisce l’esercizio.
Flessibile quanto basta per stare sul mercato: quando il costo d’esercizio degli addetti riduce il potere d’acquisto viene ridotta la dimensione aziendale; la contraccezione contrae le nascite riducendo la domanda.
Alta la produttività d’esercizio: genera i due terzi del Pil. Bassa la redditività: redditi insufficienti, risparmi allo stremo, debito fuori controllo per tenere il potere d’acquisto e fornire input all’intera filiera produttiva.
Ligia al dovere fiscale, sui redditi da lavoro paga fino all’ultimo cent; non paga, accetta di vedere tassato, ancorché non retribuito, l’esercizio di ruolo con l’Iva sugli acquisti e una porzione della Tasi sul consumato.
Encomiabile nell’impiego delle risorse aziendali utilizzate sul mercato per gestire la domanda.
Il tempo libero, quello fatto a pezzi, impiegato per acquistare il prodotto, per smaltire il prodotto, trattenuto dai “suggerimenti pubblicitari”; quel che resta per riposare per poi ricominciare.
L’ottimismo, lo stesso di chi sbircia di sera il rosso del cielo per sperare buon tempo, che ristora la sete in bicchieri mezzi pieni, quello che acquista senza se, senza ma.
L’attenzione, quella necessaria a dipanare le merci, l’informazione sulle merci e smerciare le merci.
Il denaro, quello impiegato per acquistare ben oltre il bisogno, oltre la capacità di spesa.
Risorse queste, spese, pur esse non retribuite.
Nel sistema circolare della produzione, insomma, tal valore impiegato nell’esercizio del consumare non trova adeguato remunero; ancormeno quando la condizione precaria del lavoro riduce ancor più i margini di garanzia del reddito disponibile, proprio mentre balzi di produttività aumentano quell’offerta di prodotto che necessita di maggiori volumi di domanda.
In sede di bilancio si rischia il crac: i flussi di cassa risultano insufficienti a smaltire l’offerta del mercato, viene alterata la produttività dell’intera filiera di sistema.
la crisi, che maledettamente impegna tutti, sta tutta qui!
Mauro Artibani

venerdì 8 agosto 2014

LA CRISI, LE DEFICIENZE, I DEFICIENTI


La crisi ha inizio quando si mostrano deficienze nell’assetto produttivo del sistema delle Imprese; ad oggi la crisi permane, quelle deficienze pure.
Deficienze tutto d’un fiato:
– ogni anno 30 milioni di autovetture invendute a fronte di 90 milioni di unità prodotte nel mondo;
– le Utility dell’energia, in Europa, hanno il 30% di sovraccapacità;
– le Poste italiane hanno il 20% di sportelli di troppo;
– le banche Ue chiudono le troppe filiali;
– 540.000.000 di tonnellate annue, il sovrappiù dell’industria siderurgica mondiale; solo in Europa + 80.000.000 rispetto alla domanda;
– chi può ragionevolmente credere che tutti i libri contenuti in una singola libreria possano essere venduti?
– negli Usa si raccontano ventiquattro mesi di eccesso di capacità nelle imprese edili: due anni senza costruire per smaltire 8 milioni di abitazioni invendute;
– i saldi, due volte l’anno, per smerciare merci invendute;
– gli outlet, i luoghi dove si tenta di smaltire l’invenduto;
– la moda, il modo dell’usa-e-getta per tentare di smaltire l’eccesso;
– ogni giorno,  nelle  panetterie di Milano, sei chili di pane restano invenduti.
Fiuuuuu, quanta deficienza nella gestione dei fattori della produzione, quanta sovraccapacità, quanto  valore svalutato,  quanta ricchezza bruciata e quanti profitti mancati per chi governa questi processi.
Pure chi ha lavorato dentro quei processi, quanta capacità mal impiegata, quanto tempo mal usato; quanto lavoro svilito e così pure sottoremunerato.
Di male in peggio pure per la spesa pubblica fatta male e a debito, che costa troppo e diventa insostenibile: altre sovraccapacità si mostrano pur qua.
Alfin si giunge a quelli della spesa privata, le famiglie insomma.
Giunti, si scopre l'arcano: in un universo economico di cotante sovraccapacità, abitato da agenti pur essi sovraccapaci, ci stanno pure capacità represse, risorse inutilizzate, voglie insoddisfatte che svalutano altrettanto valore. Essì, quelle di tizi che, con  redditi guadagnati nel produrre merci e servizi insufficienti a smaltire quanto prodotto, stanno oggi lì, renitenti alla spesa, costretti magari a smaltire il sovrappeso  del troppo mangiare di ieri; ad indossare pure l'usato magari pure passato di moda; magari ad andare in giro a piedi e non in Suv, bruciando nell'inedia quelle risorse di tempo, attenzione e ottimismo che proprio fin ieri tenevano attivo il ciclo economico.
Con tante sovra e sottocapacità che vengono alla luce, tutto si ingarbuglia generando le condizioni per quell' incastro perfetto che ha incastrato tutti gli agenti economici.
Per sbrogliare il garbuglio e ripristinare il valore/agente necessario a generare ricchezza, ad occhio e croce, tocca rifocillare il potere d'acquisto di quelli privati della spesa privata.
La "partita di giro" degli 80 euro prevista dal Governo, rialloca risorse insufficienti, sottraendo porzioni del prelievo fiscale che finanzia la spesa pubblica, per dar focillo ad una parte di quelli  che fanno la spesa privata.
Ennò Signori della politica economica, occorre fare di più, magari pure meglio.
Non c’è solo l’osso, c’è pure la ciccia: quelle risorse di reddito che il malmesso sistema economico ancora genera, nel 2013 pressappoco 1560 miliardi di euro, vanno riallocate, magari per premiare il merito.
Riallocate, giust'appunto per remunerare l'impiego delle risorse  impiegate dagli impiegati a fare la spesa. Buone per smaltire quelle sovraccapacità ripristinandone il valore. Altro che raschiare il fondo del barile!
Mauro Artibani

giovedì 31 luglio 2014

LA CRISI, FACCIAMO ORSU’ UN RIPASSINO


Ci sono  precari equilibri nel ciclo economico produttivo, che la crisi ha fatto saltare e che si fa prepotente rimettere in sesto cambiandone i connotati.
Essipperchè, quando la crisi mostra il meccanismo dello scambio impallato, in quel ganglio vitale del mercato, stanno assieme un’offerta un eccesso ed un difetto di domanda. Sovraccapacità produttive e sottocapacità di consumo svalutano il valore delle risorse economiche, impiegate dagli agenti economici coinvolti nel ciclo.
Già, le risorse economiche: quelle che gestisce l’impresa per organizzare i fattori della produzione, quelle che impiega chi lì vi lavora; quelle insomma che, con il sovraprodotto, non trovano più adeguato ristoro economico. Inadeguato ristoro, appunto, che sottrae al ciclo pure l’impiego di quelle risorse che danno focillo al potere d’acquisto: il tempo, l’attenzione, l’ottimismo, atti prodromi a tenere attivo lo scambio; vieppiù scarsi, anzi scarsissimi. Valore appunto!
Hic et nunc, si verifica lo sconquasso che balza alla vista sbirciando tra i dati Istat: Tra il 2007 e il 2013 la produzione industriale scende del 25%; il reddito disponibile reale delle famiglie italiane diminuisce del 13 % in termini pro capite, tornando ai livelli del 1988, mentre la spesa per consumi scende del 10 per cento. C’è pure la montagna di debiti dei Paesi della zona euro che ha raggiunto all'inizio dell'anno un nuovo livello record. Eurostat  al  lo fissa al 93,9% rispetta al Pil.
Sconquasso, appunto, negli equilibri fra chi lavora nell’impresa operando a fini di lucro e manca di poter lucrare e chi, con l’azione di spesa, quel lucro lo genera. Differenza, questa, ratificata dagli esattori che, con il prelievo diretto, tassano il lucro dei primi; con quello indiretto il lavoro che genera il lucro dei secondi.
Massì, quel lucro: il guadagno o reddito che dir si voglia, che regola lo scambio tra gli agenti economici, si fa garante per ripristinare gli equilibri produttivi ripristinando
la redditività delle risorse impiegate; quelle di tutti!
Già, il reddito, quello che la crescita genera e il Pil misura. Pur mal allocato, ancora una montagna di soldi che se, riallocato per remunerare chi giust’appunto con la spesa remunera, smaltisce sovra/sotto capacita per tornare a rendere massimo il profitto nell’impiego dei fattori produttivi. Pure quelli del lavoro.
Toh, quel che serve per andare oltre la crisi
Mauro Artibani www.youtube.com/embed/EuIbyHel0FM

venerdì 25 luglio 2014

UNA VECCHIA STORIA VESTITA DI NUOVO



Nell’Europa la crisi si mostra così: si riduce la produzione industriale, oltre 20 milioni di disoccupati, il clima di fiducia dei consumatori nell’Europa sta a -10,9 dicembre 2013. Il debito pubblico, quello che a Maastricht vogliono al 60%, nel 2013 sta all’87,4 e oggi ancor più su.
Buio pesto! Bisogna fare, e presto, qualcosa!
In pompa magna lo dice il presidente designato della Commissione europea Jean-Claude Juncker: Investimenti per 300 miliardi di euro per rilanciare l'economia e creare posti di lavoro. I fondi dovrebbero arrivare dalle risorse di bilancio, dalla Banca europea di investimento e dal settore privato ed essere utilizzati per “banda larga e reti energetiche, infrastrutture nei trasporti, investimenti in istruzione, ricerca e innovazione”.
Eggià, così si fa occupazione e crescita.
Magari ridando spinta alla produzione manifatturiera, quella che darebbe lavoro se non avesse già ridotto la produzione perché sovraccapace.
Già, allora a quella digitale che di lavoro ne da meno, mettendo però altre merci sul mercato?
Possono così quegli sfiduciati, perché disoccupati o per chi lavora, frenati da un  insufficiente reddito, affacciarsi al mercato per acquistare merci ancorchè nuove?
Se poi non si vende, nè si acquista il prodotto, quale prelievo fiscale verrà prelevato per diminuire il debito? Debito, anzi, che dovrà aumentare se si vorrà dare soccorso a quelli che, già sfiduciati, saranno pure alle corde.
Bene, in quel che si mostra non v’è chi non veda come per fare la crescita  si renda indifferibile la pratica dell’acquisto.
Occhio allora Lor Signore d’Europa e agli astanti: la crescita si fa poco con la produzione, molto invece con la spesa; proprio quella spesa che smaltisce quelle sovraccapacità che fa nuovamente produrre, che crea lavoro, occupazione, reddito; che intercetta pure quel prelievo fiscale che riduce il debito.
Se tanto mi da tanto allora quei 300 miliardi, ammesso che si trovino, vanno riallocati magari per remunerare chi, facendo la spesa, può fare quei miracoli.
Mauro Artibani

giovedì 17 luglio 2014

LA CRISI DEL PARI E DISPARI


Continua a calare la spesa delle famiglie italiane. Nel 2013 la spesa media mensile per famiglia è scesa del 2,5%, calando a 2.359 euro, a fronte di un'inflazione all'1,2%. I livelli di spesa sono inferiori a quelli del 2004, pari a 2.381 euro: si torna così indietro di 10 anni. Lo ha comunicato l'Istat.
Due le tipologie familiari più colpite dalla contrazione dei consumi: le famiglie operaie e quelle in coppia con due figli.
Strano?
Beh, strano sarebbe se questo non accadesse, dal momento che il reddito disponibile delle famiglie italiane nel 2013 torna ai livelli di 25 anni fa. L'Ufficio Studi di Confcommercio evidenzia che, proprio nel 2013, il reddito disponibile e' pari a 1.032 miliardi di euro, rispetto ai 1.033 del 1988.
Se dico questo ingiustizia mi ficco nella diatriba con la giustizia, se mi spingo oltre intravvedo buoni e cattivi.
Tocca all’Etica, dipanare le diseguaglianze.
Attenzione però, maneggiare con cura. Quando quell’uguaglianza si fa legge  vieta a ricchi e poveri di dormire sotto i ponti: gulp!
Guardiamo oltre, occupiamoci di disparità. Massì, quella diseguaglianza privata dell’istanza morale.
La disparità, appunto, quella che fa premio di reddito alla capacità produttiva di chi lavora; di tutto il lavoro.
Quella, che quelli di Occupy wall street, gridano: l’1% incassa oltre il 50%  di quel reddito!
Quella che si intravvede dentro l’Impresa nella differenza di oltre 400  punti di retribuzione tra chi comanda e chi obbedisce.
Così come salgono a 700 mila gli assegni mensili Inps superiori a 3 mila euro. Molti i poveri: in 2,1 milioni ricevono appena 305 euro al mese.
In mezzo ci stanno pure due milioni di italiani sono con una pensione sotto i 500 euro, mentre altri 6,8 milioni stanno sotto i 1000 euro.
Bene, se tutto questo appare ingiusto, si mostra ancor più stupido; economicamente molto stupido!
Essipperchè questo sgraziato remunero è il frutto dei redditi erogati dalle imprese a chi lavora per produrre merci, risultati insufficienti per smaltire quanto prodotto.
Et voilà: Offerta in eccesso, domanda in difetto!
Dove sta la capacità produttiva, che ha organizzato in tal modo i processi, di chi ha intascato il malloppo?
Non basta. Se quelli della bassa propensione al consumo hanno i portafogli gonfi di non speso e quelli con alta propensione non hanno in tasca quanto serve per essere propensi, appunto, a spendere chi diavolo ha allocato in tal modo le risorse di reddito cheppur il sistema economico genera?
Beh, una soluzione si intravvede: La crescita si fa con la spesa. Così viene generato reddito, quel reddito che serve a fare nuova spesa. Tocca allocare quelle risorse di reddito per remunerare chi, con la spesa, più remunera.
Così, non più dispari, Pari!
Così il meccanismo economico può ritrovare equilibrio!

Mauro Artibani